Senza mezze misure
Vivere le emozioni al 100% tra pancia, cuore e mente
Non ho misure emotive intermedie. Se dovessi descrivere la mia geografia interna a qualcuno che non mi conosce, inizierei da qui, da questa totale assenza di zone grigie, di sfumature tiepide, di passaggi graduali. Nel mio mondo non esistono i mezzi toni. Le vie di mezzo non mi piacciono, non le capisco e, fondamentalmente, non mi appartengono. O è bianco o è nero. O è dentro o è fuori. O è un sì assoluto o è un no che non lascia spazio a repliche. Per molto tempo ho guardato chi riesce a vivere nel “tiepido” con una sorta di curiosità antropologica. Persone che provano un leggero fastidio, una moderata simpatia, una tranquilla e costante contentezza. Per me tutto questo è una lingua straniera. Io vivo tutto al cento per cento, senza sconti e senza paracadute, sia nel bene che nel male. Il termometro della mia anima conosce solo due temperature: il ghiaccio polare o il fuoco che divora. Questa polarità non è una scelta consapevole, ma un modo di stare al mondo, una lente d’ingrandimento perenne poggiata sulla realtà.
Quando le cose vanno bene, quando si accende una situazione positiva, vengo travolta da una fretta totalizzante. È una fretta quasi fisica, un’urgenza che mi spinge in avanti. Non so aspettare, non so centellinare le emozioni positive. Ho tantissima fretta, come se non vedessi l’ora di aggrapparmi a quel momento e consumarlo fino all’ultimo frammento. Mi definisco spesso vorace di felicità. Quando la vita mi offre un raggio di sole, non mi limito a scaldarmi: voglio bruciare. Questa fame d’amore, di gioia, di entusiasmo, si muove su un binario a doppio senso che unisce la pancia e il cuore. È un’emozione viscerale, istintiva, che si fa spazio nello stomaco come una scossa elettrica e poi sale fino al petto, esplodendo in una generosità emotiva assoluta. In quei momenti non c’è calcolo. Non mi chiedo cosa succederà domani, né se sto investendo troppo. Mi lancio, offro tutto ciò che ho, pretendo il massimo dall’esperienza e la vivo con una purezza che ha il sapore dell’infanzia. È la bellezza del cuore spalancato, della fiducia cieca, dell’abbraccio che stringe fino a togliere il fiato.
Il panorama cambia radicalmente quando l’interruttore gira verso il negativo. Se la mia luce è di pancia e di cuore, il mio buio è interamente mentale. Quando vengo ferita, delusa o quando mi trovo ad affrontare una situazione tossica, non reagisco subito con la stessa foga viscerale. Al contrario, mi trasformo. Divento estremamente cervellotica. Laddove gli altri vedono rabbia cieca, in me si attiva una lucidità spaventosa. La mente si accende e diventa uno strumento di una precisione chirurgica. Analizzo ogni parola, seziono i comportamenti, scompongo le dinamiche con la freddezza di un anatomopatologo. Questo contrasto è quasi paradossale: tanto sono caotica, calda e travolgente nell’entusiasmo, quanto divento geometrica, distaccata e analitica nel dolore. Non urlo, non sbraito. Osservo. Accumulo dati. Comprendo i meccanismi nascosti dietro un torto subito o una mancanza di rispetto. È in questa fase che entra in gioco un altro dei miei tratti fondamentali, forse il più ingannevole per chi mi osserva dall’esterno: la mia pazienza.
Ho una pazienza infinita. Posso tollerare situazioni che farebbero crollare chiunque nel giro di pochi giorni. Ho la capacità di sedermi metaforicamente sulla riva del fiume, ad aspettare. Aspetto tranquillamente, guardo l’acqua scorrere, incasso i colpi in silenzio, mentre la mia mente chirurgica annota tutto. Questo mio atteggiamento calmo viene spesso scambiato per debolezza, sottomissione o incapacità di reagire. Chi mi ferisce pensa di averla passata liscia, pensa che io sia disposta a digerire qualsiasi cosa in nome della mia capacità di comprendere. Ma è un errore di valutazione fatale. La mia pazienza non è rassegnazione: è un conto alla rovescia. È il tempo necessario affinché la goccia scavi la roccia fino in fondo, finché non si raggiunge il limite esatto che ho stabilito dentro di me. E quando quel limite viene superato, quando la diga cede, l’esplosione è definitiva. Non ce n’è più per nessuno.
Il mio modo di esplodere non è una scenata passeggera. Non è un fuoco d’artificio che fa rumore e poi lascia solo fumo. Il mio esplodere coincide con un taglio. Netto, preciso, irreversibile. Quando decido che una situazione o una persona hanno esaurito la mia riserva di tolleranza, tronco di netto i legami. Giro le spalle e cammino, senza voltarmi indietro, senza rimpianti, senza ripensamenti. Chi è fuori è fuori per sempre. Quella porta, una volta sbarrata, non si riaprirà mai più, nemmeno di fronte alle scuse più sincere o ai tentativi di riparazione. Il legame viene reciso con la stessa precisione chirurgica che ho usato per analizzare il problema. È una morte relazionale priva di resurrezione.
Vivere in questo modo, costantemente in bilico tra l’estasi della voracità e la freddezza del taglio definitivo, non è una passeggiata. È un percorso faticoso che richiede una quantità immensa di energia. Il mondo è fatto per le mezze misure; le strutture sociali, i rapporti di lavoro e spesso anche i legami affettivi si basano sul compromesso, sulla capacità di smussare gli angoli, sul sapersi accontentare di un grigio rassicante. Quando rifiuti il grigio, ti esponi costantemente alle correnti d’aria degli estremi. Il rischio della solitudine è sempre dietro l’angolo, perché non tutti sono in grado di reggere l’urto di una persona che ama al cento per cento e che, con la stessa intensità, è capace di farti sparire dalla propria vita se tradisci la sua fiducia. Spaventa la fretta che ho di essere felice, e spaventa ancora di più la mia totale assenza di nostalgia dopo un addio.
Tuttavia, nonostante la fatica e i prezzi altissimi che ho pagato in termini di strappi emotivi, non scambierei questa mia natura con nessun tipo di moderazione. Preferisco il rischio di scottarmi o di congelare piuttosto che la certezza di non provare mai un brivido vero. La mia mancanza di misure intermedie è la mia più grande condanna, ma è anche la mia più autentica forma di libertà. Mi permette di assaporare la vita con un’intensità rara, di amare senza riserve e di proteggere la mia dignità con una fermezza assoluta. Sono questa: un’anima senza mezze misure, che sa attendere sulla riva del fiume, ma che corre incontro alla luce con la fretta di chi sa che la felicità non aspetta i timorosi.
Ombretta Restelli
