Presentazione di Humus Culturale a Gabicce Mare: l’emozione del mio solstizio d’estate
Dietro le quinte di Salotto Vintage a Disco Diva Week 2026
Il 21 giugno 2026 è stato un giorno davvero particolare, uno di quegli incastri perfetti che è impossibile considerare semplici coincidenze. Il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, il punto esatto in cui la luce trionfa sulle tenebre e la natura tocca il vertice del suo massimo splendore. Trovo quasi magico che la presentazione del mio volume Humus Culturale ‘Trend e sottoculture indipendenti’ sia caduta proprio in questa data così densa di significati, realizzata in stretta collaborazione con il Comune di Gabicce Mare; a questo proposito, desidero esprimere la mia più profonda gratitudine alla Sindaca Marila Girolomoni e all’Assessore Rossana Biagioni per aver creduto in questo progetto e aver reso possibile una serata così speciale. La terra, la luce, la maturazione, il nutrimento interiore: tutto sembrava risuonare all’unisono con le pagine che ho custodito e scritto per mesi.
Eppure, la disposizione del mio animo nelle ore precedenti era un enigma persino per me stessa. Se guardo indietro a quel tardo pomeriggio, la prima cosa che mi torna in mente è una strana, dolcissima e del tutto inaspettata quiete. Un’emozione profonda, sì, ma completamente diversa da quella che avevo vissuto durante la mia precedente presentazione, il 30 Maggio. Quella prima volta era stata un battesimo di fuoco, un turbine di ansie, aspettative e batticuore incontrollabile. Questa volta, invece, mentre i minuti scorrevano inesorabili verso l’inizio dell’evento, mi sentivo addosso una calma piatta, una tranquillità serena che quasi mi spaventava. Non sapevo esattamente cosa mi sarebbe aspettato, non potevo prevedere l’andamento della serata o le reazioni del pubblico di Gabicce, eppure non c’era traccia di panico dentro di me. Ero calma, tranquilla, sospesa in un limbo di serena attesa.
Naturalmente, la mente umana cerca sempre un appiglio, un porto sicuro per non lasciarsi cullare troppo dall’ignoto. Nei minuti che precedevano l’incontro, mi sono sorpresa a fare previsioni, a calcolare mentalmente ogni singola mossa. Usavo la data del 30 Maggio come un punto di riferimento geometrico, una mappa stradale per non brancolare nel buio della mia stessa emotività. Cercavo di ricordare come avevo gestito i tempi, come avevo risposto alle domande, cosa aveva funzionato e cosa avrei potuto calibrare meglio. Volevo a tutti i costi evitare di fare brutta figura, è un timore legittimo, credo, che appartiene a chiunque metta a nudo una parte così intima e profonda di sé di fronte a una platea di sconosciuti. Era un tentativo squisitamente razionale di governare l’imprevedibile, un esercizio di gestione della situazione prima di fare quel passo decisivo, prima di andare a sedermi su quella poltrona, volevo un’anteprima di quel momento per sentirmi protetta, per dominare la scena prima ancora che iniziasse.
Oggi, a distanza di qualche giorno, con il sapore della salsedine ancora impresso nei ricordi e gli scatoloni dei libri visibilmente alleggeriti, mi ritrovo a fare un esercizio strano, a tratti destabilizzante: riguardarmi. Ho passato ore a osservare i video girati dagli amici, a scorrere le fotografie scattate durante la serata, e la sensazione predominante è di puro, autentico stupore, sono rimasta sinceramente sorpresa da me stessa.
Sapete, ha dell’incredibile. Vedermi seduta su quella poltrona a “Salotto Vintage”, all’interno della cornice così vibrante e viva della manifestazione “Disco Diva Week”, a raccontare le genesi e il significato del mio libro Humus Culturale, non mi sembrava vero. Guardavo lo schermo e pensavo: “Ma quella sono davvero io?”. C’è una discrepanza quasi magica tra il modo in cui ci sentiamo da dentro e l’immagine che proiettiamo all’esterno. Tutti noi, quando custodiamo un desiderio profondo, un sogno da realizzare rimasto chiuso nel cassetto per anni, passiamo ore e ore a immaginarci nella situazione ideale, visualizziamo la scena nei minimi dettagli, riusciamo persino a sentire in anticipo le varie sfumature emozionali, quel misto di orgoglio, trepidazione e timidezza che accompagna ogni atto creativo. Crediamo che immaginarlo ci prepari all’impatto con la realtà. Ma quando succede veramente, quando il sogno cessa di essere un’ipotesi e si trasforma in carne, ossa, voci e sguardi reali, l’effetto è qualcosa che toglie il fiato. Ha dell’incredibile, non ci sono altre parole.
Il contrasto tra il mio mondo interiore e la realtà visibile era a dir poco stridente. Dentro di me, in quel preciso istante, regnava il caos più assoluto, una tempesta perfetta di insicurezze che si rincorrevano senza sosta: “Parlerò bene? Riuscirò a essere chiara? Ho la salivazione a zero, spero che la voce non mi tradisca… Mi ricorderò di dire tutto quello che ho pianificato o farò scena muta? Aiuto, la mia solita timidezza a go-go sta per prendere il sopravvento!”. Era un monologo interiore frenetico, un battito cardiaco accelerato nascosto sotto i vestiti.
Eppure, la magia del palco ha operato una metamorfosi inspiegabile. Guardando le foto e i filmati, l’esterno raccontava una storia completamente diversa. Quello che si vedeva era una naturalezza disarmante, un’assoluta attitudine a essere a mio agio. La voce che riascoltavo nei video non era tremante o incerta, ma fluida, ferma, calda. C’era una scioltezza innata nel gesticolare, un’eleganza spontanea nel muovere le mani per enfatizzare un concetto, o nel chinarmi sulle pagine per leggere alcune parti delle storie degli artisti che ho narrato nel libro. Mi sono vista ridere, scambiare battute e risate genuine con gli intervenuti, stabilendo un canale di comunicazione diretto ed empatico. Rivedermi così radiosa e padrona dello spazio mi ha lasciato senza parole. Non l’avrei mai detto. Veramente, non l’avrei mai detto.
Non fraintendetemi: non mi sento affatto la star del momento, né ho la presunzione di aver scalato chissà quale vetta dorata. Queste sono semplicemente le prime tappe, le primissime esperienze di un sogno che finalmente si avvera, la concretizzazione tangibile dopo anni lunghi e silenziosi di sacrifici, di notti passate a scrivere, di rinunce e di dubbi metabolizzati in solitudine. Ma oggi, guardando quel materiale visivo, posso ritenermi profondamente soddisfatta della mia immagine. Per una persona strutturalmente timida come me, non è stato per nulla facile esporsi al pubblico, accettare che i riflettori si accendessero non solo sulle mie parole, ma sulla mia stessa persona.
Il momento di massima prova emotiva è arrivato quando l’Assessore, con una domanda tanto lecita quanto diretta, mi ha chiesto di raccontare un po’ di me, di svelare chi ci fosse dietro la penna di Humus Culturale. Eh sì, devo essere onesta fino in fondo: in quel millesimo di secondo ho avuto un sussulto, un attimo di puro blocco in cui l’unico pensiero nitido che mi ha attraversato la mente è stato: “Ecco, lo sapevo. Sapevo che prima o poi mi avrebbero fatto questa domanda”. Era un timore quasi infantile, eppure fortissimo. È ovvio che in una presentazione la gente voglia conoscere l’autore, fa parte del gioco, sono io la scrittrice ed è mio dovere farmi conoscere, mostrare il mio volto e la mia storia. Ma la mia natura profonda è un’altra. Io, per indole, preferisco da sempre stare dietro le quinte. Amo osservare da lontano, preferisco di gran lunga parlare delle altre persone, dare luce alle storie degli artisti, degli altri, scompaginare le loro vite per metterne in mostra la bellezza, piuttosto che puntare l’occhio di bue su di me.
Tuttavia, proprio in quel superamento, in quel passo fatto oltre il confine della mia zona di comfort, è scattata una scintilla inaspettata. Nonostante l’ansia da palcoscenico, nonostante la salivazione azzerata e la timidezza che spingeva per farmi arrossire, mi sono divertita tantissimo. È stata un’esperienza meravigliosa, un dialogo vivo, un flusso continuo di energia tra me, l’intervistatore e la platea immersa nell’atmosfera di Gabicce Mare. Ho capito che l’humus culturale non è solo l’argomento del mio libro, ma è esattamente ciò che abbiamo creato insieme quella sera: un terreno comune fatto di vulnerabilità condivisa, di storie lette a voce alta e di risate nate spontaneamente sotto il cielo del solstizio d’estate. Ho lasciato un pezzetto della mia timidezza su quella poltrona di “Salotto Vintage”, e in cambio ho portato a casa la consapevolezza che a volte, per far fiorire i propri sogni, bisogna avere il coraggio di farsi guardare.
Ombretta Restelli
