Spremuta come un limone, il burnout stagionale

Spremuta come un limone, il burnout stagionale

Quando il lavoro stagionale ti toglie il respiro.

Ci risiamo.
Ci siamo dentro un’altra volta.
Mentre scrivo queste righe, le parannanze sono pronte e il calendario segna l’inizio della stagione 2026. Un altro giro di giostra sta per partire. Chi fa questo lavoro lo sa bene: la stagione ti prende, ti mastica e spesso ti sputa fuori senza troppi complimenti.
Prima di tuffarmi in questa nuova avventura, ho voluto fare un salto indietro. Ho riaperto questo articolo perché è il manifesto perfetto, uno dei tanti esempi reali di cosa succede davvero là fuori, dietro i sorrisi di circostanza e i ritmi serrati della stagione lavorativa. È la fotografia di quando tiri troppo la corda e il corpo ti dice basta.
Lo lascio qui, come promemoria per me e per voi, mentre mi avvio verso un nuovo inizio.
O dentro o fuori.
Si parte.

La mia esperienza con il burnout nel lavoro stagionale.

Giravo l’angolo, imboccavo la via e le mie mani cominciavano a tremare. Succedeva tutte le mattine, da due mesi a questa parte. Davanti a me, in lontananza, si scorgeva il mare. Il panorama era però sovrastato da una miriade di ombrelloni aperti. Il riverbero del sole sulla sabbia era cocente. Il brusio delle persone appollaiate sui lettini si faceva sempre più incalzante, fino ad assomigliare al suono della cavalleria in battaglia. Un vero incubo. In quei pochi metri che mi separavano dal locale cercavo con tutte le forze di raccogliere le energie. Mi serviva la concentrazione e la buona volontà per affrontare la giornata, ma era sempre più dura. Il caldo asfissiante che durava ormai da un mese non aiutava affatto.

Entrando al bar mi dirigevo dietro il bancone come un gladiatore sfinito dalle troppe sfide. Ero stordita dalla numerosa clientela che affollava il locale. Una mole di lavoro indescrivibile che, ogni volta, arrivava come uno schiaffone sul coppino. Questo ritmo durava per tutte le dieci ore di lavoro consecutive, con dieci minuti per bere uno shake di trenta grammi di proteine, una sigaretta fumata alla velocità della luce e via di nuovo così, con finta nonchalance. La sera arrivavo a casa priva di energie, sforzandomi al massimo anche solo per fare una doccia. Le colleghe? Lasciamo stare, va bene così. Alla fine io sono un animaletto solitario.

Stop.
Finita.
Ero uno zombie.
Non riuscivo nemmeno a cenare, ho perso sei chili nell’arco di venti giorni. Vivevo imbottita di integratori, vitamine, caffè e melissa. Tutto questo era assurdo. Era pura ansia. A un certo punto ha ceduto anche il mio tempo di reazione, e questo mi ha veramente fatto riflettere. Ero arrivata al punto di non riuscire a rispondere prontamente a nessuna domanda. Quando dovevo attraversare la strada non calcolavo la distanza con le macchine, rischiando di farmi investire. Anche il corpo si era completamente bloccato. Ero scombussolata all’ennesima potenza, passavo l’aspirapolvere alle undici di sera, stendevo i panni nel cuore della notte e ho perso completamente la cognizione dei giorni. Tutto era confuso, strampalato, fuori orario. Non combaciava nulla. La parola giusta è disumano. Lo stress era a livello astronomico.

Alt.
Tilt.
Basta.
Mi sono detta che Ombretta doveva assolutamente fermarsi, perché così ci si rimettono le penne. Hai considerato questa possibilità? Sei sola, e se ti succede qualcosa chi provvederà a te? Stavo pensando proprio a questo quando ho preso la mia decisione, ovvero dare le dimissioni. Non potevo spingermi oltre, la corda era già troppo tirata. O dentro o fuori, non c’era altra soluzione. Non era più fattibile. Ero oppressa da questo lavoro, non avevo più una vita e non sentivo più me stessa. Ero ridotta a un automa privo di riflessi e di facoltà.

Credetemi, non è stata mancanza di volontà. Ce l’ho messa tutta. Negli ultimi giorni i miei muscoli erano talmente indolenziti che non avevo la forza di svitare il tappo della bottiglia d’acqua, infatti bevevo quella del rubinetto. Non avevo mai provato una stanchezza così intensa e persistente. Va bene il lavoro, vanno bene i sacrifici, va bene tutto. Ma ridursi in questo modo, spremuta come un limone fino all’ultima goccia, anche no, grazie. Non ci si può ridurre a un’ameba per un lavoro stagionale che dura quel che dura, sette giorni di lavoro su sette, muscoli costantemente doloranti e piedi gonfi come delle zampogne. Ho speso più soldi in quel mese per comprare scarpe e sandali ortopedici nel tentativo di lavorare a piè leggero, senza ottenere alcun miglioramento. A questo si aggiungevano incubi notturni e un’ansia che non mollava mai. Provare per credere. Purtroppo la mia non è una semplice lamentela, ma un dato di fatto. Comunque non demordo, ho solo riequilibrato le mie priorità e sono già pronta per una nuova avventura.
Bye bye!

Ombretta Restelli
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