Panta rei, tutto scorre | Ombretta Restelli
Il paradosso del tempo che vola e il sogno di poterlo fermare
Panta rei, tutto scorre. Me lo ripetevano a scuola, stampato sulle pagine ingiallite dei libri di filosofia, e allora mi sembrava solo una formula astratta, un concetto antico adatto a un mondo che non mi apparteneva. Oggi, invece, questa frase mi risuona dentro con forza, quasi un brivido freddo lungo la schiena. Mi volto indietro, guardo la strada che ho percorso e resto senza fiato: cavolo, quanta vita è già passata. Quanti anni sono volati via in un batter d’occhio, lasciandomi addosso quella strana sensazione di aver vissuto una corsa a folle velocità senza mai aver premuto davvero il freno. Se mi siedo a tavolino e provo a fare due calcoli freddi, razionali, la realtà mi schiaffeggia con la precisione della matematica. I conti parlano chiaro: gli anni vissuti sono ormai molti più di quelli che mi rimangono ancora da spendere. Certo, facendo i debiti scongiuri e con tutta la scaramanzia del caso, mi auguro che il futuro me ne riservi ancora almeno venticinque, pieni e vibranti. Eppure, questo bilancio mi spinge inevitabilmente a fare i conti con un paradosso strano, un enigma che non riesco a spiegarmi.
La contraddizione è evidente e quasi ridicola nella sua crudeltà. Com’è possibile che se guardo indietro a un intero decennio mi sembri sia passato in un soffio, un unico respiro indistinto, mentre certe giornate singole appaiono lunghissime, eterne, pesanti come macigni che non vogliono saperne di muoversi? Ci sono pomeriggi in cui l’orologio sembra essersi inceppato, ore che si trascinano stanche tra la noia, l’attesa o la fatica, facendomi percepire ogni singolo minuto come un’eternità. Mi piacerebbe davvero che qualcuno, uno scienziato, un filosofo o un sognatore, potesse spiegarmi questa strana distorsione della nostra mente. Perché il tempo si dilata quando lo viviamo nel presente e si rimpicciolisce fino a svanire quando lo trasformiamo in passato? Forse è solo il trucco di una memoria selettiva, o forse siamo noi che non sappiamo abitare il presente con la giusta leggerezza. Nel frattempo, quel tic tac continuo e regolare risuona in sottofondo, implacabile, indifferente alle mie domande e alle mie interpretazioni. Scandisce lo scorrere della vita senza concedere sconti a nessuno, un passo dopo l’altro, un secondo dopo l’altro, con una regolarità che a volte percepisco come una vera e propria minaccia.
In questa corsa perpetua, l’istinto primordiale sarebbe quello di gridare un alt, di imporre un freno a questo meccanismo perfetto. Che figata assurda sarebbe poter fermare tutto, anche solo per un istante. Immagino spesso questa possibilità: un pulsante d’emergenza per congelare il mondo e sospendere il flusso degli eventi. Servirebbe per quelle frazioni di secondo in cui la felicità è così intensa da farti scoppiare il cuore, quei momenti di pura gioia che vorresti assaporare con calma, senza la fretta del minuto successivo che bussa alla porta. Ma servirebbe anche, e forse soprattutto, nei momenti bui. Quando la tristezza ti assale o quando la vita si fa così ingarbugliata da non capirci più nulla, avere la possibilità di fermare il tempo permetterebbe di isolarsi, di respirare a fondo e di metabolizzare il dolore senza l’ansia del domani. Sarebbe uno spazio protetto in cui rimettere ordine nei pensieri, sciogliere i nodi dell’esistenza e, solo quando ci si sente davvero pronti, premere di nuovo il tasto play per ripartire con una marcia diversa.
Per ottenere un miracolo del genere ci vorrebbe una vera genialata. Qualcuno, un inventore visionario, dovrebbe finalmente trovare il modo di costruire una macchina del tempo, o per essere più precisi, una macchina del ferma tempo. Io sarei la primissima della fila a volerla testare, mossa da una forte curiosità e fervida fantasia che non riesco a spegnere. Mi chiedo spesso che effetto mi farebbe ritrovarmi sospesa in un istante immobile, mentre tutto il resto del mondo rimane congelato come in una fotografia. Chissà se, dopo aver provato il brivido di dominare il tempo, sarei capace di scendere e dire a gran voce che è stata una figata pazzesca. O se invece, colpita da un’improvvisa malinconia, tornerei sui miei passi scuotendo la testa, convinta che sia decisamente meglio lasciare che tutto scorra secondo le leggi della natura, accettando la fragilità del nostro essere passeggeri. Forse la staticità ci toglierebbe proprio il gusto della sorpresa, trasformando la bellezza della vita in una collezione di statue di cera.
Purtroppo, la tecnologia non è ancora arrivata a tanto e la realtà ci costringe a fare i conti con gli strumenti limitati che abbiamo a disposizione. Oggi, l’unico vero modo che possediamo per bloccare il tempo è il ricordo. Cerchiamo di aggrapparci al passato attraverso i nostri sensi, rievocando un’immagine vissuta, un profumo che si sprigiona improvviso nell’aria, una sensazione tattile o una nota musicale che riapre stanze della mente che credevamo chiuse per sempre. Ma sappiamo bene quanto questo meccanismo sia difettoso e fragile. I ricordi, con il passare degli anni, tendono a farsi confusi, perdono i contorni netti, sbiadiscono come vecchie fotografie lasciate al sole e, alla fine, rischiano di svanire del tutto nell’oblio. La memoria è un custode distratto che altera i fatti e cancella i dettagli importanti, lasciandoci spesso solo con una vaga nostalgia di ciò che è stato.
Ecco perché l’idea di una macchina ferma tempo rimane un sogno così affascinante e magnetico. Con uno strumento del genere non ci sarebbe spazio per la nebbia del passato o per le dimenticanze della vecchiaia. In un men che non si dica, potremmo ritornare esattamente lì, nel punto esatto in cui eravamo felici o in cui abbiamo imparato una lezione importante. Potremmo ricordare con assoluta dovizia di particolari quel preciso istante, senza alterazioni, senza filtri, senza che l’usura del tempo possa rovinare la nitidezza di un sorriso o la precisione di uno sguardo. Un click mentale, un gesto immediato e taac! saremmo di nuovo padroni assoluti della nostra storia, capaci di rivivere la nostra vita non come un fiume in piena che ci trascina via, ma come un libro prezioso da sfogliare e fermare alla pagina più bella, ogni volta che ne sentiamo il bisogno.
Nessuna richiesta di aiuto formale o accademica per il momento, può risolvere questo enigma che ci portiamo dentro dall’inizio dei tempi. Resta il fatto che, mentre scrivo queste parole, i secondi continuano a scivolare via leggeri… Forse la vera sfida non è trovare il modo di fermare l’orologio, ma imparare a nuotare dentro questo flusso continuo, accettare che ogni giorno lungo sia il prezzo da pagare per avere una vita che, nel suo insieme, scorre troppo velocemente. E nell’attesa che qualcuno inventi quella macchina prodigiosa, non mi resta che spalancare gli occhi sul presente e cercare di imprimere nella mente ogni singolo istante di gioia, sperando che la mia memoria, per una volta, decida di fare bene il suo lavoro e di non far sbiadire la bellezza di ciò che ho vissuto.
Panta rei, tutto scorre. Così come il tempo, così come la vita…
Ombretta Restelli
