Il dietro le quinte (da panico) a due giorni dal debutto al Teatro di Gradara con Ombretta Restelli
Ambè… guarda un po’ cosa sta succedendo (a tre giorni dal collasso)
Mancano meno di tre giorni alla presentazione ufficiale del mio libro,
Humus Culturale. Chi l’avrebbe mai detto? Io per prima, ve lo giuro, non ci avrei scommesso un centesimo bucato.
Il 30 di maggio è qui, bussa alla porta con l’insistenza di un creditore. Eppure la data mi era stata comunicata da oltre un mese. Trenta giorni fa mi sembrava un tempo infinito, un futuro talmente lontano da non sembrare vero. Spoiler: non mi sembra vero tuttora, mentre guardo il calendario con un leggero tic all’occhio sinistro.
La trappola del “Faccio finta di niente” (ovvero: la mia mente in letargo)
Tutto è iniziato con una comunicazione ufficiale, seguita a ruota dal rumore celestiale della stampante che sfornava le prime 100 copie cartacee del libro. Cento copie reali, con un profumo di carta che sa di sudore, sogni e notti insonni. In quel preciso istante, davanti a quel blocco di fogli stampati, il mio cervello ha attivato la modalità di emergenza biologica: “Faccio finta di niente, è tutto fatto, è tutto pronto, andiamo a prenderci un caffè”.
Col cavolo!!!
Il mese di maggio è volato via con una velocità supersonica. All’inizio è stato un mese suddiviso a zone: giorni di pace apparente, in cui nessuno si faceva sentire. Io fluttuavo in uno stato catatonico, guardando fogli sparsi e pensando: “Questo l’ho fatto… no, forse quest’altro no… vabbè, c’è tempo”. Questo coma cerebrale indotto è durato una ventina di giorni. Credo sia stato un meccanismo di difesa evolutivo, un tentativo disperato della mia mente di non procurarmi un’ansia altissima prima del dovuto.
Poi, improvvisamente, il risveglio. Ma quale improvvisamente? Questo “improvviso” è solo il frutto della mia mente che è rimasta in letargo fino all’ultimo secondo utile. Benvenuta realtà: il caos totale e mille cose da fare tutte insieme.
La teoria della relatività applicata ai Post-it
In un nano secondo ho fatto una scoperta scientifica sconvolgente: dieci giorni sono un lasso di tempo brevissimo. Praticamente evaporano. Sono passata alla velocità della luce dallo stato di “tutto tace” al panico da prestazione pura. Le mie giornate si sono trasformate in un loop ossessivo di domande: “Perché tizio non mi risponde? Oddio, mi sono dimenticata di aggiungere quella nota fondamentale! Ho avvisato lo sponsor?”
Se entrate a casa mia adesso, sembra la scenografia di un film sulla mente di un complottista:
Post-it sparsi ovunque: attaccati allo specchio del bagno, sul frigorifero, sulla caffettiera (perché se non lo vedo mentre faccio il caffè, non esiste).
Un’agenda sotto stress antropico: poverina, sta chiedendo aiuto, le pagine sono talmente piene di frecce e cancellature che sembra una mappa del tesoro scritta in aramaico.
Email come se non ci fosse un domani: fili di messaggi ramificati ad oltranza, chilometrici, inviati per conoscenza pure al gatto dei vicini nel dubbio di aver dimenticato qualcuno.
La mia lucidità mentale ha abbandonato l’edificio. L’altro giorno ero convinta di parlare al telefono con la segretaria del Sindaco. Dopo dieci minuti di conversazione formale, ho scoperto che ero in linea con la segretaria dell’organizzatore di eventi. E via dicendo, anzi, confondendo.
Il grande dilemma degli inviti nell’era digitale
Poi c’è la gestione degli
inviti. Una volta si facevano i biglietti d’invito cartacei, si spedivano e ciao. Oggi? Oggi ti fai una lista mentale (primo errore fatale) che si ramifica nei meandri del cyberspazio:
Quelli invitati a voce o telefonicamente.
Quelli intercettati sui social con un post e locandina dell’evento..
Le liste broadcast su WhatsApp (con l’ansia da doppia spunta blu).
I messaggi privati su Messenger a persone che non sentivi dal 2015.
Alla fine del giro ti ritrovi a fissare il vuoto pensando: “Ma alla fine, chi ci sarà e chi no?”. Mi confondo talmente tanto tra la data della presentazione e i vari impegni personali che mi comunicano gli invitati che la morale della favola è solo una: mi ricordo perfettamente dei loro impegni (tipo che la zia del cugino del mio amico ha il dentista il 30) e mi scordo totalmente della mia scadenza. Il tempo passa, e io sono ancora qui a contare le spunte blu.
Paura del palco? No, molto peggio
Parliamo del discorso. Secondo voi, l’ho preparato? Vi vedo che sorridete. No, ovviamente non ho preparato un bel niente.
Sono qui, faccia a faccia con la mia timidezza cronica. Perché un conto è scrivere al sicuro, protetta dalle pareti di casa, dietro lo schermo di un computer. Un conto è salire sul palco di un teatro. Capirai!!! Un teatro vero, con le poltrone, le luci puntate in faccia e gli sguardi della gente. È la mia prima volta in assoluto in una situazione del genere.
Ho preso una decisione drastica per evitare di trasformarmi in un robot che recita a memoria: mi porterò dietro giusto giusto un foglietto stropicciato con i punti principali. Una specie di mappa d’emergenza. Il resto? Il resto verrà da sé, o almeno questo è quello che continuo a ripetermi per non fuggire all’estero sotto falso nome.
Il dubbio amletico: cosa mi metto?
Nel dramma generale, non poteva mancare la crisi esistenziale modaiola. Cosa indosserò il 30 maggio?
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- Elegante? No, sembrerei ingessata e non sarei io.
- Sportiva? No, dai, è pur sempre una presentazione ufficiale.
- Metà e metà? Tipo giacca elegante e pantaloni della tuta? No, l’effetto call di Zoom durante il lockdown direi che lo abbiamo già superato.
- Una giacca seria? No, mi sentirei soffocare.
Ho pensato: “Posso mettere le scarpe da jogging?”. La risposta della mia coscienza è stata un “No” categorico, ma i miei piedi stanno ancora protestando. Vado a fare shopping? No, per carità, sarebbe la scusa perfetta per perdere altre tre ore utili. Anche perché ho l’armadio che straborda letteralmente: maglie, magliette, magliettine di ogni colore, jeans a più non posso, pantaloni idem. Ho talmente tanti vestiti che potrei vestire un’intera compagnia teatrale, eppure sono lì davanti a fissare le grucce pensando la classica frase di ogni donna: “Non ho niente da mettermi”.
Ragazzi, ve lo dico già da ora: portatemi una cisterna di acqua. Fresca, per favore. La mia salivazione sul quel palco sarà pari a zero, stile deserto del Sahara a mezzogiorno.
Sei anni in un blocco di carta: ne è valsa la pena
Scherzi e attacchi di panico a parte, sento un’emozione gigantesca che mi stringe lo stomaco. Non importa quante persone ci saranno fisicamente sedute in platea. Certo, se il teatro fosse pieno sarei felice, ma non è quello il punto cruciale.
Per me, questa serata rappresenta la realizzazione di un sogno grandissimo. Un sogno a cui ho dedicato ben sei anni della mia vita. Sei anni di pensieri, di ricerche, di riscritture, di dubbi notturni e di fogli accartocciati. Sono felice e orgogliosa di onorare questo tempo e questo sacrificio.
Voglio anche dire un grazie immenso alle varie amministrazioni locali e agli sponsor. Hanno letto il mio progetto, ci hanno creduto e lo hanno ritenuto valido, sostenendomi in questa avventura. Non è una cosa scontata, soprattutto quando si parla di cultura.
Questo traguardo non mi fa sentire assolutamente arrivata, anzi. C’è ancora tantissima strada da fare lì fuori, o per dirla come piace a me, ci sono ancora tantissimi fogli bianchi su cui poter scrivere nuove storie. Ma se anche per assurdo la mia strada dovesse fermarsi qui, o se le cose non andassero esattamente come nei piani, io oggi mi fermo un secondo, guardo quelle 100 copie sul tavolo e mi sento estremamente, profondamente grata.
Ci vediamo il 30 maggio. Io sarò quella sul palco con il foglietto in mano, i jeans, e una bottiglia d’acqua formato famiglia. Non mancate!
Ombretta Restelli