Quando scrivo mostro la mia vulnerabilità
Perché scelgo di mostrarmi per come sono
C’è un momento preciso, quando sono seduta davanti alla pagina bianca, in cui le mie dita rimangono sospese sopra la tastiera. I tasti mi sembrano improvvisamente bollenti, quasi pericolosi. Non si tratta del classico blocco dello scrittore, ovvero quella mancanza di ispirazione che ti fa fissare il soffitto in cerca di un’idea. No, è qualcosa di molto più viscerale. È una morsa allo stomaco, un brivido freddo: è il terrore puro di mettermi a nudo.
Ho capito a mie spese che scrivere, quando lo facciamo sul serio, non è mai un semplice esercizio di stile. È un atto di spogliarello pubblico dell’anima. Ogni volta che decido di dare vita a una storia, di creare un personaggio o di raccontare un pezzo della mia vita, sto prendendo i miei segreti, le mie insicurezze e i miei traumi per metterli sotto la luce violenta di un riflettore.
In quel momento mi sento indifesa. Mi sento terribilmente vulnerabile.
Quella volta che ho provato a ‘nascondermi’
All’inizio del mio percorso, la mia reazione automatica è sempre stata quella di proteggermi. Costruivo muri fatti di metafore difficili, mi nascondevo dietro parole colte o inventavo personaggi che non soffrivano mai davvero. Mi raccontavo che lo facevo per rendere la mia scrittura più “alta” o “letteraria”.
In realtà, stavo solo scappando. La mia mente era affollata da domande paralizzanti: “Cosa penseranno i miei amici se leggono questa pagina?”, “Le persone mi considereranno debole o ridicola?”. Per salvare il mio ego, ho iniziato a tagliare le parti più vive dei miei testi. Ho smussato gli angoli e cancellato le verità scomode.
Il risultato? Un disastro. Scrivevo testi anestetizzati. Pagine che non davano fastidio a nessuno, certo, ma che non emozionavano nessuno. Ho capito che i lettori hanno un radar infallibile per la finzione: percepiscono subito quando un autore si sta trattenendo per compiacere il pubblico invece di dire la verità.
La mia svolta: la vulnerabilità è un superpotere
La mia scrittura è cambiata radicalmente quando ho accettato una grande verità: mostrare le proprie crepe non significa essere fragili, significa essere umani. E chi legge ha un disperato bisogno di umanità.
Se ci pensi, quando visitiamo una galleria d’arte non veniamo colpiti dalle tele geometricamente perfette. Ci fermiamo davanti ai quadri dove si vede la violenza della pennellata, dove il colore è sbavato, dove l’artista ha impresso la sua rabbia o il suo dolore. Nella scrittura funziona nello stesso modo.
Quando oggi trovo il coraggio di scrivere una frase che mi fa quasi vergognare, accade un piccolo miracolo. Qualcuno, dall’altra parte dello schermo, legge quelle parole, respira e pensa: “Allora non sono l’unico a sentirmi così”. In quel preciso istante, grazie alla mia vulnerabilità, guarisco la solitudine di un’altra persona. E non c’è gioia più grande per uno scrittore.
La mia scelta di restare umana
Per molto tempo ho vissuto quella stessa paralisi, ho capito che quella paura non è un limite: è il segno che siamo vivi. È la prova che non sto semplicemente riempiendo una pagina di parole, ma sto riversando un pezzo della mia anima nel testo.
Troppo spesso ho avuto la tentazione di nascondermi dietro uno schermo di fredda perfezione, costruendo storie dove nessuno soffriva e nessuno sbagliava. Era la mia difesa naturale. Volevo proteggere il mio cuore dai giudizi, dalle critiche e dall’incomprensione di chi leggeva. Ma ogni volta che ho scelto la totale sicurezza, ho ottenuto solo una scrittura muta. Pagine capaci di scivolare via senza lasciare traccia, incapaci di scaldare chiunque.
La mia svolta è arrivata quando ho accettato che le mie fragilità sono i miei punti di forza più grandi. Ho capito che tu che mi leggi non cerchi uno scrittore perfetto; cerchi un essere umano che provi le tue stesse paure, le tue stesse gioie, i tuoi stessi dolori nascosti.
Un legame che per me va oltre la pagina
Quando trovo il coraggio di liberare un mio pensiero intimo, sento accadere qualcosa di magico. So che qualcuno, dall’altra parte dello schermo, si sentirà improvvisamente capito, meno solo, più sollevato. In quel preciso istante, le mie crepe diventano il ponte per raggiungere la sua anima.
Mettersi a nudo mi fa paura, ogni singola volta, ma è l’unico modo che conosco per dare un senso profondo a quello che scrivo. Se rimango al sicuro sulla riva, non potrò mai scoprire quanto è profondo il mare delle mie storie.
La prossima volta che sentirò quel nodo allo stomaco e le mie dita tremeranno sulla tastiera, ho promesso a me stessa di non indietreggiare. Ascolterò quel brivido. Mi ricorderà che sto toccando qualcosa di vero, di potente, di prezioso. Non spegnerò quella luce. Lascerò cadere l’armatura per permettere di leggermi per come sono davvero.
Ombretta Restelli
