Il festival del cliché: quando le parole non costano nulla
A chi non è mai successo di sentirsi dire le classiche “frasi tipo”? Quelle espressioni preconfezionate che profumano di cliché lontano un chilometro.
«Scusami se non riesco ad essere presente come vorresti tu».
«Scusa se non mi sono fatto sentire, ma ultimamente ho tante cose da fare e troppi pensieri per la testa».
«Scusami tanto, anche se non ci vediamo spesso ti penso sempre».
E poi il festival della gratitudine tossica, quella che serve solo a lavarsi la coscienza:
«Grazie per avermi ascoltato».
«Grazie per aver capito la mia situazione».
«Grazie per esserci sempre».
Sì, vabbè. Grazie, graziella e grazie al… gatto!
Eccetera all’infinito, eccetera all’ennesima potenza. Potremmo andare avanti giorni a riempire pagine di questo copione standardizzato, recitato da attori da quattro soldi.
Il mondo parallelo delle scuse a buon mercato
Partiamo da un presupposto fondamentale: essere grati e saper chiedere scusa nei confronti del prossimo è quasi un dovere morale. È un gesto bello, ci fa stare bene, ci rende persone migliori e l’umiltà, quella vera, è una dote rara. Ma c’è un limite sottile. Quando la gentilezza viene usata solo per allungare il brodo e per giustificare l’ingiustificabile, diventa pietosa.
Parliamoci chiaramente: questo è un comportamento codardissimo.
È quella strategia subdola in cui le parole, buttate lì a caso, non combaciano mai con le azioni. Un paravento dietro cui si nasconde un bugiardo. Questo continuo dire scusa e grazie diventa ripetitivo, banale, privo di qualsiasi briciolo di originalità. Ma soprattutto, è falso. Chi parla così è un egocentrico da strapazzo, intrappolato nel suo delirio di essere chissà chi, talmente concentrato su se stesso che non si accorge nemmeno delle cavolate che dice e che fa.
Le bugie hanno le gambe corte, caro il mio Pinocchio. Il naso si allunga a ogni messaggio copia e incolla che mandi per salvarti in corner.
La matematica del tempo (che trovi solo per chi vuoi tu)
Vediamo se sei in grado di rispondere a una domanda semplice, ma cerca di non essere scontato per una volta. Salta i convenevoli, per favore, che ormai non reggono più nemmeno l’urto di una folata di vento.
Come mai non ci vediamo da oltre un mese?
Ah, già, è vero. Tu hai la famiglia. Tu hai un lavoro impegnativo. Tu hai le tue passioni intoccabili. Tu hai gli animali da accudire. Ma, di grazia, in questo elenco telefonico di impegni, non dovresti avere anche me? Tra le tante cose da fare, da vedere, da coccolare, io dove sono finita?
La cosa bizzarra è che io osservo. E vedo benissimo che il tempo, tra una cosa e l’altra, riesci sempre a ritagliartelo se c’è qualcosa che ti interessa davvero. Allora la verità è un’altra: ti nascondi dietro mille facciate. Cerchi di tenermi al “caldo”, in panchina, per evitare di perdermi del tutto, vero? È il classico gioco di chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Sto ancora aspettando la risposta alla domanda di prima, comunque. Ma so già che non arriverà. Povero…
L’illusione del possesso
Mettiamo subito in chiaro due cose. Per prima cosa, tu non mi hai mai avuta. Io appartengo solo a me stessa e a nessun altro. In secondo luogo, se proprio ti sei illuso che fossi “tua”, sappi che ho già mollato la presa. Da tanto tempo.
Ti ho sempre ripetuto di non darmi per scontata. Ti ho detto chiaramente di non pensare che, solo perché provo dei sentimenti per te, io sia disposta ad accettare qualsiasi compromesso al ribasso.
La noia mortale della routine (anche sotto le lenzuola)
Vogliamo parlare dei nostri incontri to bed? Ma ce l’hai un minimo di fantasia? Sempre la solita, identica posizione. Cosa c’è, se a tua moglie non aggrada farla, la devi fare per forza con me? Sempre e solo quella?
Che monotonia mortale. Pensa un po’ che non è nemmeno tra le mie preferite, e tu non te ne sei mai accorto in tutto questo tempo. Questo la dice lunga sulla tua considerazione e sulla tua totale mancanza di attenzione verso chi hai davanti.
C’è un’altra cosa che mi incuriosisce e che vorrei proprio chiederti, tanto per capire dove arriva la tua faccia tosta. Questo tuo celarti continuamente dietro la parola scusa, a cosa serve di preciso? Ti serve per pulirti la coscienza sporca o perché hai davvero capito che stai sbagliando? Oppure, molto più semplicemente, vuoi lasciar perdere ma non hai il coraggio di dirmelo? Bene, se è così, abbi le palle di dirmelo chiaramente.
Secondo me non è nessuna delle due opzioni. Tu non pensi minimamente a come posso stare io. Non ti degni nemmeno di chiedermi un banale “come stai?”, però hai il coraggio di mandarmi messaggi con scritto: «Ho voglia di te».
Ecco, se hai voglia di te, metti a bollire l’acqua e fatti una camomilla. Ammazzati di pugnette, fai tutto ciò che vuoi, ma non mi cercare più.
Il punto di non ritorno: la porta è chiusa a triplice mandata
Questo sentore persistente di presa per i fondelli mi sta facendo venire un certo prurito alle mani. Ti prenderei a schiaffoni a due a due finché non diventano dispari. Io non voglio una persona come te al mio fianco, indipendentemente dal tipo di relazione, che sia una storia seria, un’avventura o una semplice amicizia.
Ti costa così tanto mostrare un briciolo di interesse? Mandarmi anche solo una semplice emoji durante la giornata? Si chiamano piccole attenzioni, porca miseria!
E la cosa che fa più rabbia è che in passato mi hai persino ringraziato per essere premurosa nei tuoi confronti. Ciò significa che conosci benissimo il significato delle parole gentilezza e cortesia. Sai come ci si comporta, ma decidi deliberatamente di non farlo. Sei solo un egoista. Ti sei talmente crogiolato in questa situazione comoda che hai perso totalmente di vista me. E questo gioco a me non piace per nulla.
Io sono una che osserva. Scruto ogni minima mossa, ogni silenzio, ogni pensiero e poi traggo le mie conclusioni. Ora la mia conclusione è arrivata: chiudo la porta a triplice mandata. E ti assicuro che non ci sarà scusa al mondo, per quanto apparentemente sincera, capace di farmi cambiare idea.
Dovevi pensarci prima. Te lo ripeto un’ultima volta: non mi piace essere data per scontata o, peggio ancora, passare per la cretina di turno che, siccome prova dei sentimenti, è disposta ad aspettare all’infinito e ad accettare la qualunque.
No, mio caro tombeur de femmes dei miei stivali. Touché. Eri e sei terribilmente prevedibile e sempliciotto.
Bye bye baby… Au revoir.
Ombretta Restelli
Dal mio blog