Il peso della realtà | Ombretta Restelli

Il peso della realtà | Ombretta Restelli

Come smettere di vivere di illusioni quando la realtà fa male. Una riflessione intima su come superare le delusioni emotive, gestire l’iper-sensibilità e imparare a proteggere se stesse senza smettere di sognare.
Sono stata travolta, stravolta, nuovamente…

Quando sono riuscita finalmente a respirare, ho avuto come la sensazione di essere sul bagnasciuga, cercando di aggrapparmi alla sabbia che inesorabilmente sfuggiva dalle mie mani per rincorrere la risacca. Ho cercato di spostare i miei lunghi capelli biondi dal viso, non vedevo più nulla…
Respiravo a fatica, completamente stordita da quest’onda che si è infranta prepotentemente sulla mia mente, trascinandomi nel profondo della mia anima che, per non ricordare, era subdolamente, furbescamente o semplicemente ingenuamente sopita.
Caspita!!! Quanto mi ha fatto male tornare alla realtà che continuo ed ho continuamente negato di vedere!!!
Sono una sognatrice, sono una romantica, vivo di emozioni fortissime e sono felice di come sono, ma, come in tutte le cose, c’è sempre il rovescio della medaglia…
Essere come me ti porta ad avere una grandissima speranza, ti spinge a non abbandonare mai quel forte desiderio che ti porta oltre, che ti fa sentire bene, che ti fa sentire viva… Ma questa mattina, nel sentire una frase pronunciata da un’amica, sono stata riportata indietro, in una fascia di tempo che non avevo rimosso ma che avevo avvolto in una coperta di pile per non sentire la gelida consapevolezza che non volevo accettare, e non lo voglio tuttora.
Cavolo!! È stato come tenere gli occhi chiusi e la testa sommersa nell’acqua, come per ripetermi che ciò che sto vivendo è solo un’illusione, che non è così, che tutto andrà secondo i miei sognanti desideri… Ma ad un tratto cos’è successo? Perché mi sento così male? Perché io sto piangendo?
Sono state quattro semplicissime parole la causa scatenante. Risentire quella gelida consapevolezza mi ha fatto aprire gli occhi: quegli occhi che tenevo volutamente chiusi per non vedere… 
Vorrei essere come tante persone che riescono ad adattarsi alle situazioni, che sanno darsi una spiegazione e, se non c’è, va bene così. Io non riesco: è la mia limitante natura…
Ma fa male, fa tanto male, vedere spazzare via in un attimo tutte le tue speranze. Una gigantesca ondata di realtà ha lasciato spazio ad un’arrendevole tristezza.
Sapevo che tutto ciò prima o poi sarebbe ritornato, era solo questione di tempo. Un tempo legato anche ad un avvenimento che si ripete ogni anno, ma l’avevo dimenticato ed ora, sono qui a chiedermi ancora se potrò di nuovo convivere con questa situazione, se ce la farò oppure se devo arrendermi ed ascoltare profondamente e soprattutto rispettare le mie esigenze.
Nel mio mondo sognante vorrei che tutto fosse possibile, che tutti i miei vorrei si incastrassero perfettamente, ma questo tsunami mi sta dicendo che non è possibile, almeno per ora.
Quanto tempo dovrò aspettare?
Quanto tempo potrò ancora resistere?
Sinceramente non lo so…
Quando passi gran parte della tua vita a costruire un rifugio fatto di speranze, impari a ignorare gli scricchiolii delle fondamenta. Per me, proteggere i miei sogni non è mai un semplice passatempo, ma una vera e propria missione. Quando la realtà intorno si fa troppo rigida o solamente distante da ciò che il mio cuore reclama, io inizio a trasfigurare. Prendo i dettagli più piccoli, le sfumature insignificanti, e ci ricamo sopra film infiniti. Mi convinco che i silenzi sono solo pause di riflessione, che gli ostacoli sono passeggeri e che i segnali contrari sono solo prove da superare per dimostrare la mia forza.
Questo mio modo di essere, che tanti liquidano come ingenuità, alla fine è un’architettura complessa e delicata. Un castello di carta che regge finché il vento rimane leggero, finché nessuno spalanca di colpo la finestra della verità. Vivere così significa camminare su un filo costantemente teso sul vuoto, aspettando di cadere, con la perenne consapevolezza sepolta da qualche parte nell’inconscio, che basta un sussurro più forte degli altri per far crollare tutto, poi se vogliamo aggiungere una cosa che più mi fa girare le scatole è che, quel castello l’ho costruito io, mattone dopo mattone, dipingendo le pareti con i colori caldi della mia fantasia pur di non vedere il grigiume del muro di cemento che ci stava dietro.
Quelle quattro parole pronunciate così, con tanta naturalezza, quasi senza peso, sono risuonate nella mia testa come un rintocco funebre per le mie illusioni. Non erano parole cattive, non c’era violenza in quel tono ma una chiara amorevolezza e oggettività ed è stato proprio questo a renderle così forti. Sono state la prova tangibile che l’altra persona si muoveva su un binario completamente diverso dal mio, fatto di calcoli, di logica, che non lascia spazio alle favole.
In quel preciso secondo, l’effetto dell’anestesia emotiva che mi ero autocomministrata è svanito di colpo. Come se qualcuno avesse strappato via la coperta di pile di cui parlavo prima, lasciandomi nuda ed esposta al gelo di una verità che non potevo più camuffare. La mente ha cercato disperatamente di attivare i soliti meccanismi di difesa, ha provato a dirmi “no, voleva dire qualcos’altro”, “ha formulato male la frase”… ma il cuore stavolta ha ceduto il passo alla realtà dei fatti. 
C’è una subbuglio viscerale nell’essere una persona che vive con le emozioni amplificate al massimo, spesso mi guardo intorno e provo una sorta di ammirazione mista a invidia per chi riesce a navigare la vita con un salvagente di sano cinismo o di pragmatica rassegnazione. Incontro persone che di fronte a una delusione scrollano le spalle, voltano pagina e dicono “pazienza, andrà meglio la prossima volta”. Per me questa fluidità è pura fantascienza. Io non volto pagina, io rimango bloccata sullo stesso capitolo per mesi, analizzando ogni singola virgola, cercando un significato nascosto che possa giustificare il tutto..
La mia natura mi condanna a subire ogni minima variazione del clima emozionale circostante. Se c’è il sole, io brucio di entusiasmo; se si alza la tempesta, io affogo. Questa intensità è la mia più grande fortuna quando si tratta di gioire delle piccole cose, di commuoversi per un tramonto o di amare senza riserve, ma diventa un calvario quando la realtà non risponde alle mie aspettative. Ti ritrovi a piangere da sola in una stanza, con quattro parole che ti rimbombano in testa come un’ossessione, mentre il resto del mondo continua a girare, del tutto indifferente al crollo del tuo universo privato. Ti senti sbagliata, fuori tempo, inadatta a una società che richiede velocità, superficialità e una rapida capacità di smaltimento dei traumi.
Ora che la nebbia dell’illusione si sta diradando, mi trovo davanti al bivio più difficile di sempre. Da un lato c’è l’istinto della sognatrice, quella parte di me che sussurra: “Resisti, aspetta, forse le cose cambieranno, forse è solo un momento no, non puoi gettare la spugna proprio adesso”. È la voce della speranza, che spesso però confina pericolosamente con l’ostinazione e con l’incapacità di accettare la fine di qualcosa. Questa parte di me è disposta a soffrire ancora, a subire altre ondate e altri tsunami, pur di non dichiarare il fallimento del proprio sogno.
Dall’altro lato, però, sta emergendo una voce nuova, più stanca ma incredibilmente lucida. È la voce delle mie esigenze calpestate, della mia dignità emotiva che chiede il conto. Questa voce mi suggerisce che forse la resa non è un atto di codardia, ma un atto di immenso amore verso me stessa. Arrendermi, in questo contesto, non significa darsi per vinta in modo passivo, ma smettere di combattere una guerra unilaterale contro la realtà. Significa guardare in faccia la situazione e dire: “Questo mi fa male, questo non rispetta ciò di cui ho bisogno per stare bene, e io ho il dovere di proteggermi”. È riconoscere il proprio limite oltre il quale il sogno si trasforma in tossicità e la speranza in autoinganno.
Sinceramente non so cosa farò domani. Non so se troverò la forza di chiudere definitivamente quel cassetto o se permetterò ancora una volta alle illusioni di riprendere il sopravvento non appena il marasma odierno si sarà attenuato. So solo che questo tsunami, pur avendomi lasciata stordita e ferita sul bagnasciuga, ha ripulito l’orizzonte. Non posso più fingere di non vedere ciò che ora è tragicamente chiaro.
Il segreto non sta nello smettere di essere una sognatrice o nel trasformarsi in una persona fredda e distaccata, cosa che d’altronde non riuscirei mai a fare, è contro la mia natura. La vera formula, almeno per me, sta nell’imparare a sognare con gli occhi aperti, nel mantenere il cuore grande e romantico ma dotandolo, finalmente, di confini invalicabili. Devo imparare a dire di no a ciò che mi logora, a non accettare le briciole di una realtà che non mi soddisfa solo per la paura di restare senza il mio castello di carta, in fondo sono una principessa…
Ombretta Restelli

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