A testa alta | Ombretta Restelli
Rialzare lo sguardo per vincere la timidezza e ritrovare se stessi.
La scorsa settimana ho ricevuto un invito a pranzo del tutto inaspettato, ma immensamente gradito, da parte di un carissimo amico. Oltre al piacere della buona compagnia, questo incontro mi ha regalato un profondo spunto di riflessione, facendomi capire quanto certi appuntamenti sul sentiero della vita non avvengano mai per caso. Sono quelli che definisco incontri provvidenziali. Tra una chiacchiera e l’altra, il mio amico mi ha guardata e, con totale franchezza, mi ha detto che dovevo sorridere di più, perché non sorrido quasi mai. La sua osservazione mi ha colpita come un fulmine a ciel sereno. Cavolo, è vero, ho pensato tra me e me. Eppure, ironia della sorte, mi ha beccata in un periodo della mia vita decisamente felice. Parlando del più e del meno siamo arrivati a una conclusione tanto semplice quanto disarmante: avevamo toccato il punto nevralgico di un mio comportamento del tutto inconscio, e non posso che ringraziare il mio amico per avermelo fatto notare.
Nei giorni successivi a quel pranzo, ho iniziato a fare un esercizio insolito, quasi terapeutico. Ho provato a visualizzare i miei comportamenti degli ultimi tempi come se fossi una spettatrice seduta nel loggione di un teatro, intenta a guardare se stessa recitare sul palcoscenico. Salire lassù, in cima a quella piccionaia immaginaria, mi ha permesso di prendere le distanze dalla frenesia di tutti i giorni e di guardarmi con un distacco quasi clinico, oggettivo. Dal loggione la prospettiva cambia completamente: le luci della ribalta illuminano ogni movimento, ogni esitazione, e i dettagli che prima mi sfuggivano sono diventati improvvisamente evidenti. Guardandomi da lassù, mi sono vista muovere nello spazio della mia quotidianità. È stato un impatto forte, a tratti persino doloroso. Mi sono accorta, con assoluta chiarezza, non solo di non sorridere quasi mai, ma anche di camminare costantemente a testa bassa. Avanzavo per strada con gli occhi rigorosamente incollati al pavimento, curva su me stessa, come se avessi la fissa o la paura costante di inciampare in qualcosa e cadere rovinosamente. La ragazza sul palco sembrava schiacciata da un peso invisibile, un carico che si portava dietro senza nemmeno rendersene conto.
Chissà come mai ci riduciamo così, diventando registi di una recita così cupa. Forse è colpa dei troppi pensieri e delle preoccupazioni quotidiane che, in questo momentaccio storico, affliggono la maggior parte delle persone, spingendoci a chiuderci in una bolla di protezione. O forse, scavando ancora più a fondo, la risposta sta in una vecchia conoscenza che riaffiora dal buio: la scarsa autostima.
A questo proposito, la mente mi ha riportata indietro nel tempo, precisamente a una frase che mi disse moltissimi anni fa un signore ben distinto di Jesi. Era un ospite dell’hotel dove prestavo servizio e pensate che era il sosia perfetto di Aristotele Onassis: stessi occhiali spessi, stessa andatura fiera e identico modo di vestire elegante. All’epoca vivevo il mio primo lavoro stagionale come barista in un albergo a Gabicce Mare. Oltre al bancone, durante il pranzo e la cena davo una mano in sala servendo acqua e vino. Ricordo come se fosse oggi il tavolo numero otto. Stavo portando la solita bottiglia di acqua naturale fuori dal frigorifero quando, ad un tratto, il nostro Onassis mi bloccò con lo sguardo e mi disse parole che mi si scolpirono nel cuore. Mi disse che non dovevo vergognarmi, che ero una bella ragazza, brava nel mio lavoro, e che non dovevo essere timida, ma camminare a testa alta ed essere fiera di me stessa. Inutile dire che arrossii all’istante, balbettando un ringraziamento prima di rifugiarmi in cucina.
Oggi, a distanza di ben trent’anni da quel giorno a Gabicce Mare, noto con un pizzico di ironia che le cose non sono cambiate di una virgola. Porca miseria, la timidezza e la scarsa autostima a quanto pare sono ancora le mie fedeli compagne di viaggio. Certo, con il passare degli anni sono maturata, sono migliorata e ho imparato a gestire tante insicurezze. Ma evidentemente, in alcuni momenti e in determinate circostanze, ricasco nei vecchi schemi del passato. Mi sembra ancora di non sentirmi mai all’altezza della situazione, di non essere mai abbastanza, e tendo a pensare, sbagliando, che gli altri siano sempre molto meglio di me.
Invece, proprio grazie a quella visione dal loggione, ho capito che devo ricordare più spesso a me stessa quanto io possa valere. È una sfida quotidiana contro i propri fantasmi. Devo ancora imparare a essere meno chiusa, anche e soprattutto per quanto riguarda la postura fisica. Spalle curve e testa bassa non comunicano nulla di buono al mondo esteriore, oltre al fatto puramente pratico che a fine giornata mi ritrovo con un mal di schiena tremendo. La postura del corpo influenza la nostra mente, e viceversa. Quando teniamo la testa bassa, escludiamo il mondo, rifiutiamo il confronto e ci neghiamo la bellezza. Nelle rare volte in cui invece mi sforzo di alzare lo sguardo, rimango letteralmente affascinata e incuriosita da tutto ciò che mi circonda. C’è un universo di dettagli, colori e persone che ci attende, se solo smettiamo di fissare l’asfalto. In fondo, l’asfalto è così brutto, grigio e nero, e non ha alcun senso privarsi della straordinaria bellezza del cielo.
Quindi, faccio un patto definitivo con me stessa, un cambio di regia radicale. Forza Ombri, testa alta e schiena dritta! È così bello guardarsi attorno. Sono sicura che, cambiando prospettiva e uscendo dal guscio, il viso si distenderà naturale, sorriderò di più e mi arrabbierò molto di meno. La vita, nonostante tutte le sue indubbie difficoltà, sembrerà improvvisamente più leggera, e poi non dimentichiamoci che là fuori c’è il sole. La felicità che ciascuno di noi custodisce nel cuore non serve a nulla se resta nascosta dietro le quinte: è il momento di tirarla fuori sul palcoscenico e trasformarla in bellissimi, luminosissimi sorrisi.
Ombretta Restelli
