Sguardo da fatalona?! | Ombretta Restelli

Sguardo da fatalona?! | Ombretta Restelli

Il patto estetico di Ombretta

Ebbene sì, l’ho fatto.
Ho ceduto.
Ho firmato il patto con il diavolo del beauty, ho varcato la soglia del non ritorno e ho venduto l’anima al dio del silicone e della colla chirurgica. Io, che per anni ho guardato le tendenze estetiche con lo stesso scetticismo con cui un gatto guarda un aspirapolvere acceso, alla fine ho capitolato davanti al fascino irresistibile, ipnotico e indiscutibilmente tamarro delle ciglia finte. Extension a go-go, signore e signori! E lasciatemi dire, con tutta la farsa e la vanità di questo mondo, che sono una figata stratosferica. Nessun mascara extravolume, nemmeno quello che promette miracoli nello spazio profondo o che vanta estratti di bava di lumaca e polvere di stelle, sarà mai in grado di regalarti un effetto simile. È scientificamente impossibile.
La prima volta che mi sono guardata allo specchio dopo il trattamento ho provato una strana, bizzarra scissione della personalità. Da un lato c’era una gioia infantile, una felicità pura e incontaminata nel vedermi trasformata; dall’altro, ridevo di me stessa con le lacrime agli occhi. Che sensazione assurda. Mi fissavo e pensavo: ma chi sei, Jessica Rabbit?
Dove vai con quello sguardo ammaliante e quegli occhi da fatalona d’altri tempi?
La verità, però, è che quel paio di ventagli pelosi sopra le palpebre ha fatto il miracolo: i miei occhi sono improvvisamente apparsi meno infossati rispetto agli ultimi anni. Perché parliamoci chiaramente, senza girarci troppo intorno: l’età avanza, la forza di gravità non è un’opinione e niente è più come prima. La palpebra cede, lo sguardo si rimpicciolisce e la mattina, quando ti svegli, la tua faccia somiglia paurosamente a quella di un bulldog inglese che ha passato la notte a riflettere sui massimi sistemi.
Trovo che sia incredibilmente bello concedersi un piccolo vezzo femminile ogni tanto. Si è sempre donne, a prescindere dall’età e dai giri di calendario che si accumulano sulle spalle. Ciò che il tempo ci porta via con una mano, noi, in qualche modo, riusciamo a riprendercelo con l’altra, magari barando un pochino, giusto per stare al passo con la vita. E questo, per me, è un ragionevole compromesso con la biologia. Mettiamo i numeri sul tavolo: una spesa minima di trenta euro. Praticamente il costo di due pizze margherite e una birra media in un locale di periferia. In cambio, ottieni ciglia folte come quelle di un cerbiatto della Disney e, soprattutto, due ore benedette della tua vita passate sdraiata su un lettino comodo, con una musichina zen di sottofondo che riproduce il rumore delle cascate o il canto di uccelli tropicali. Un relax totale, una bolla di pace in cui nessuno ti chiede cosa c’è per cena o dove sono finiti i calzini puliti. E la parte migliore è che questa gioia, questa botta di autostima istantanea, dura dalle quattro alle cinque settimane. Un investimento economico ed emotivo che batte qualsiasi titolo di stato.
Sia chiaro, io non sono una bacchettona medievale. Sono assolutamente a favore dei ritocchi, o per meglio dire della chirurgia estetica, nei casi in cui sia davvero utile, ottima e meravigliosa. Penso a chi è rimasto deturpato a causa di un brutto incidente, a chi deve ricostruire il proprio corpo per colpa di malattie genetiche o patologie devastanti. In quei casi, la scienza medica che ripara i danni è una benedizione divina. Quello che invece mi lascia profondamente perplessa, e che mi fa scattare l’ironia millenaria, è la fiera dei ritocchini costanti, ripetuti e ossessivi. Badate bene, non giudico nessuno. Ognuno con la propria faccia e con il proprio portafogli fa esattamente quello che gli pare. Se punturarti gli zigomi fino a farli assomigliare a due mele della Val di Non ti fa stare bene con te stessa, accomodati pure. Però lasciatemi dire che, semplicemente, li trovo inutili. Anzi, per dirla tutta, li trovo ridicoli.
Hai voglia a trattarti il viso con il botox, a spianarti la fronte fino a renderla lucida come una pista da bowling e a gonfiare le labbra a canotto per dimostrare vent’anni di meno. Puoi fare tutti i miracoli che vuoi sul perimetro della faccia, ma c’è un dettaglio spietato che rovina sempre la festa: il collo. Già, è proprio così. Il collo è il vero, unico, incorruttibile traditore del corpo umano. Puoi tirare le pareti del gozzo fin dietro le orecchie, puoi farti ancorare la pelle alla nuca con i tiranti d’acciaio, ma la tua vera età si vedrà sempre. Il collo non mente mai, mostra fiero i suoi anelli come il tronco di una sequoia secolare. E per le mani è esattamente la stessa identica cosa. Puoi avere la faccia di una modella di diciannove anni appena uscita da una sfilata a Milano, ma se poi le tue mani sembrano le zampe rugose di un velociraptor, il trucco salta in un secondo.
A questo punto la domanda sorge spontanea: che fai?
Per sfoggiare il tuo splendido visino nuovo, rimodellato, piallato e privo di qualsiasi espressione umana, dovresti girare con un maglione a girocollo alto fino al mento e guanti di pelle lunghi fino al gomito per tutta la vita, persino a Ferragosto con quaranta gradi all’ombra? No, grazie, non fa decisamente per me. A parer mio, questa ricerca della giovinezza eterna a colpi di siringhe è una forma di schiavitù psicologica sottile e spietata. A me piace essere libera. Mi piace l’idea di potermi svegliare la mattina e scegliere, in qualsiasi momento, di cambiare idea sulla mia faccia. Presumo invece che, quando entri nel tunnel della chirurgia estetica hard, sia maledettamente difficile tornare indietro. Anzi, si innesca un meccanismo perverso: più lo fai e più ne vuoi fare. Diventa una sottospecie di droga, una dipendenza da ago. Cominci con una rughetta intorno agli occhi, poi passi alla piega della bocca, poi decidi che il naso è troppo aquilino, e alla fine ti ritrovi con i connotati stravolti, simile a un gatto siamese che ha avuto un brutto incontro con un alveare di vespe.
Tanto vale trovare qualcosa di meno costoso, di meno invasivo e, soprattutto, di molto meno impegnativo. Certo, anche le ciglia finte sono una schiavitù a tempo, esattamente come il filler dovrai ripetere l’applicazione ogni mese perché la natura fa il suo corso e le ciglia cadono. Ma c’è una differenza abissale: il giorno in cui deciderai di smettere con le extension, avrai ancora voglia di guardarti allo specchio. Soprattutto, non ti ritroverai in una crisi depressiva di proporzioni cosmiche. Perché parliamoci fuori dai denti: quando l’effetto del filler svanisce, o quando esageri talmente tanto da superare il punto di non ritorno, succede il disastro. Oltre a non dimostrare più vent’anni di meno, la differenza diventa talmente evidente e innaturale che all’occhio tuo, e sfortunatamente non solo al tuo, dimostrerai quarant’anni in più rispetto alla tua effettiva età. Diventi una caricatura vivente, un monumento all’ansia da invecchiamento.
Ti aggiusti disperatamente da una parte e ti ritrovi tutta rugosa e cadente dall’altra, in un contrasto che grida vendetta. E nel frattempo hai speso soldi, soldi a palate. Capitali buttati al vento, investiti per cosa? Per cercare di fermare il tempo? Ma andiamo, è una battaglia persa in partenza. Non possiamo fermarlo, non abbiamo il superpotere di congelare le lancette dell’orologio. L’invecchiamento è fisiologico, è inevitabile, è la legge della vita. Allora, forse, dovremmo fare un respiro profondo, goderci le nostre due ore sul lettino con le ciglia nuove che sbattono come ali di farfalla, e ricordarci che siamo belli esattamente come siamo, dentro e fuori, con buona pace del botox e dei colli da cigno taroccati.
Se ci pensi bene, questa ossessione moderna per la perfezione plastica ha cancellato la parte più divertente delle nostre facce: le espressioni. Oggi vai a una cena tra amiche e, quando qualcuna racconta una barzelletta, non capisci mai se stanno ridendo, se sono scioccate o se hanno appena avuto un crampo allo stomaco. Le fronti sono così bloccate che potresti usarle come livella per appendere i quadri in salotto. Se provano a fare un occhiolino, rischiano di muovere l’intera mascella. C’è una totale standardizzazione della fisionomia: gli stessi zigomi alti, le stesse labbra a cuore, gli stessi nasi alla francese fotocopiati in serie. Sembriamo tutti usciti dalla stessa catena di montaggio di una fabbrica di bambole distopica. Ma dove è finita la bellezza della nostra unicità? Dove sono finite quelle meravigliose rughe d’espressione che raccontano quante volte abbiamo riso a crepapelle o quante volte abbiamo mandato a quel paese qualcuno con un semplice aggrottar di sopracciglia?
Io preferisco tenermi le mie rughe, la mia palpebra leggermente stanca e il mio collo che, pian piano, si adegua allo scorrere delle stagioni. Però, sia chiaro, le mie ciglia finte non si toccano. Quelle sono il mio confine invalicabile, la mia trincea di vanità accessibile. Sono quel tocco di magia superficiale che non fa male a nessuno, che non ti trasforma in un’altra persona ma ti fa semplicemente sentire la versione un po’ più scintillante di te stessa per qualche settimana. Quando batto le palpebre e sento quasi lo spostamento d’aria, mi sento un po’ diva e un po’ bambina, ed è esattamente questa la sensazione che voglio tenermi stretta. Una bellezza che non cerca di ingannare il tempo con la forza, ma che ci scherza insieme, facendogli l’occhiolino.
Ombretta Restelli

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