Volere o potere? | Ombretta Restelli
La sottile linea di confine tra indecisione e paura di scegliere
Ci sono notti in cui la mente diventa una stanza piena di specchi deformanti, e ogni specchio riflette la stessa identica, logorante domanda: volere o potere? Sembrano due parole innocue, quasi banali, stampate sui libri di grammatica come verbi servili. Eppure, nella realtà dei fatti, corrono vicinissime, su due binari paralleli che tagliano in due la nostra esistenza. Se non si fa chiarezza, se non si puliscono i binari dalle foglie secche dei nostri dubbi, quei binari deviano, si scontrano e creano un groviglio mentale capace di paralizzarci per mesi, se non per anni. Diventa il nostro personale dubbio amletico, una versione moderna e decisamente più frustrante dell’essere o non essere. Ci raccontiamo che siano due azioni nettamente distinte, due pianeti lontani. Ma la verità è che passiamo la vita a rimbalzare dall’uno all’altro, cercando un baricentro che sembra non esistere.
Il primo mostro che incontriamo lungo la strada è il classico, intramontabile voglio ma non posso. Quante volte ce lo siamo ripetuti come una ninna nanna consolatoria? Voglio cambiare lavoro, ma non posso perché ho il mutuo. Voglio dire a quella persona cosa provo, ma non posso perché ho paura di distruggere un equilibrio. Voglio andarmene, ma non posso. È un ritornello che ci deresponsabilizza, ammettiamolo. Ci fa sentire vittime delle circostanze, prigionieri di un destino cinico e baro. Ma poi, per non farci mancare nulla, la vita ci sbatte in faccia lo scenario speculare, altrettanto subdolo: posso ma non voglio. Qui la situazione si ribalta, diventa una questione di pura pigrizia, di arroganza mascherata da prudenza, o forse di un cinismo strisciante. Ho tutte le carte in regola per svoltare, posso farlo domani mattina, ho le risorse, i mezzi, il tempo. Ma non voglio. Non mi va di fare lo sforzo. Non voglio sporcarmi le mani, preferisco rimanere seduto sul mio divano di certezze scomode ma calde.
E allora, quando la vita ti mette davanti a questo tipo di bivio e sai benissimo, con una lucidità che fa quasi male, che la soluzione la devi trovare solo tu, cosa si fa? Perché è veramente un attimo trovarsi risucchiati in questo vortice centripeto. Entri pensando di fare un ragionamento logico ed esci completamente ribaltato, svuotato. Alla fine della fiera, l’unica persona che si ritrova sommersa dai dubbi sei tu, mica l’altra. Chi ci sta intorno continua a vivere, il mondo fuori continua a girare, mentre noi rimaniamo incastrati in un labirinto di lucubrazioni mentali che non porta da nessuna parte. È la fiera del pensiero circolare. Spesso, dietro questo sfarzo di riflessioni profonde, si nasconde una paura fottuta dell’agire. La mente, che è un’abile manipolatrice, ti sussurra all’ear: e se poi prendi la decisione sbagliata? Se rovini tutto? E così, per paura di sbagliare strada, rimaniamo fermi al casello, a guardare le macchine degli altri che sfrecciano via.
Quando ci troviamo di fronte a una scelta non è mai facile, inutile girarci intorno con frasi da baci perugina. Diventa un’impresa titanica soprattutto se ci sono in ballo i sentimenti, oppure quelle situazioni stagnanti che facciamo una fatica immane a lasciare andare, ma che nostro malgrado sappiamo di dover abbandonare. C’è una forma di masochismo nel trattenere ciò che è già morto, nell’innaffiare una pianta di plastica sperando che fiorisca. E come se non bastasse il nostro carico da undici, decidiamo che è il momento perfetto per fare i supereroi della sensibilità: dobbiamo metterci anche nei panni degli altri, dobbiamo analizzare i panni delle situazioni complessive. Allora, se già la nostra situazione interna è un mezzo disastro e la decisione è complicata di per sé, facendo gli empatici a tutti i costi ci incasiniamo ancora di più.
Diventiamo ostaggi della sofferenza altrui, veri o presunti che siano i danni. Non vogliamo che il nostro decidere, il nostro sacrosanto diritto di scegliere, sia causa di dolore per qualcun altro. Ma parliamoci chiaramente: la paura di ferire chi amiamo è la prigione più dorata, accogliente e spietata che la nostra mente possa costruire. Non stiamo parlando del passante per strada o del collega di lavoro di cui ti importa il giusto; stiamo parlando della nostra cerchia ristretta, delle persone a cui vogliamo bene, di chi ha le chiavi del nostro cuore. È esattamente qui che l’empatia si trasforma da superpotere a condanna, diventando il perfetto alibi per la nostra paralisi. Preferiamo soffrire noi, in silenzio, pur di non ricevere l’accusa di aver spezzato un equilibrio.
Quando ci diciamo “ho paura di far soffrire mia madre, il mio partner, il mio migliore amico”, cosa stiamo facendo in realtà? Stiamo compiendo un atto di sottile onnipotenza. Ci stiamo auto-investendo del potere assoluto sulla felicità o sul dolore altrui. Pensiamo che una nostra scelta, presa per salvaguardare la nostra vita, abbia la forza nucleare di distruggere l’esistenza di chi ci ama. Ma questo significa anche trattare le persone a cui vogliamo bene come se fossero fatte di cristallo, creature fragili e prive di anticorpi emotivi, incapaci di reggere un no o un cambiamento. Spoiler: non è così. Le persone sopravvivono ai nostri “no”, esattamente come noi siamo sopravvissuti ai loro.
La verità più pungente è che dietro questa nobile paura di ferire gli altri si nasconde un terrore molto più egoistico: la paura di come gli altri ci guarderanno dopo che li avremo delusi. Abbiamo paura che smettano di amarci, abbiamo paura del loro giudizio, abbiamo paura di non essere più il “bambino buono” o la “persona fantastica” che risolve sempre tutto. Non vogliamo essere il cattivo della storia. Quindi, per evitare il rischio di essere detestati o anche solo criticati per cinque minuti, preferiamo recitare la parte del martire. Ci sacrifichiamo sull’altare del “quieto vivere”, che poi di quieto non ha nulla, dato che dentro di noi c’è una guerra civile in corso.
Ma il punto vero, quello più fastidioso che evitiamo di guardare, è un altro: quanto siamo disposti a stare fermi al bivio ad aspettare che improvvisamente appaia un cartello dal cielo? Aspettiamo un’insegna luminosa, lampeggiante, magari con le frecce al neon, che ci indichi quale strada prendere senza farci assumere mezza responsabilità. Speriamo in un segno del destino, in un imprevisto che decida al posto nostro, in un cataclisma che azzeri le opzioni. È un’attesa infantile. Il cartello luminoso non arriva, e se arriva è solo il faro di un camion che ci sta venendo addosso perché siamo rimasti fermi in mezzo alla carreggiata.
Da cosa dipende, allora, questo famigerato voglio ma non posso? Se scaviamo sotto la superficie della sfortuna e delle scuse di facciata, spesso troviamo lo scheletro di una scarsa autostima. È lei che ci porta a sopportare l’insopportabile, ad accettare quasi tutto, a farci bastare le briciole pur di non rischiare il digiuno. Ci raccontiamo che non possiamo fare altrimenti perché, in fondo, non crediamo di meritare di meglio. Oppure, per paradosso, la colpa è della mania del controllo. Vogliamo prevedere ogni singola mossa, ogni reazione, ogni effetto collaterale da qui a dieci anni. Visto che il futuro è per definizione imprevedibile, la nostra mente si inceppa nell’indecisione cronica. Preferiamo non scegliere, dimenticando che anche non scegliere è una scelta, e di solito è la peggiore. Chissà quale altro angolo recondito della nostra mente, della nostra coscienza profonda, trae godimento da questo stato di perenne sospensione. Forse il vittimismo ci fa sentire speciali, forse il dolore ci è più familiare della felicità.
E allora come possiamo comprendere quando è arrivata l’ora di tagliare la corda, di scegliere finalmente che strada prendere? Dipende forse dal limite di sopportazione, quando il fegato comincia a cedere e lo stomaco si chiude in un nodo perenne? O dipende dal rispetto del tempo degli altri e delle situazioni, dal rendersi conto che stiamo rubando minuti preziosi alla vita di qualcun altro tenendolo appeso ai nostri sbalzi d’umore?
La verità è che ci si ritrova quasi sempre in queste situazioni identiche perché non siamo capaci di mettere dei limiti, dei confini sani tra noi e il resto del mondo. Ci crea un dispiacere immenso dire di no, tracciare una linea sulla sabbia e dire “fino a qui, non oltre”. Dovremmo essere risolutivi, la vita ci chiede di essere adulti e di tagliare i rami secchi, ma non vogliamo farlo. Diventa il nostro tallone d’Achille, la crepa nella corazza da cui esce tutta la nostra energia vitale.
Tutti questi bivi, se così vogliamo nobilitarli, a volte sono un mistero insondabile, a volte sono di una banalità disarmante che fingiamo di non vedere per non stare male. A volte si rivelano intricati labirinti medievali invece che strade dritte e asfaltate. Possono essere facili o difficili, brevissimi come il tempo di un respiro o capaci di durare una vita intera, trasformandosi in una lenta e silenziosa condanna all’infelicità.
Come si supera, quindi, il fatto che le persone a cui vogliamo bene possano rimanerci male? Come si accetta questa benedetta reazione senza farsi divorare dai sensi di colpa? Prima di tutto, bisogna fare pace con un dato di realtà incontrovertibile: rimanerci male è un diritto sacrosanto degli altri. Se tu prendi una decisione che cambia le carte in tavola, l’altro ha tutto il diritto di essere triste, deluso, arrabbiato o confuso. Non puoi controllare la sua reazione e, soprattutto, non è tuo compito anestetizzarla. Il tuo unico dovere è essere onesto, chiaro e rispettoso nel comunicare la tua scelta. Se lo fai con amore, il modo in cui l’altro elabora il colpo appartiene alla sua crescita personale, non alla tua. Non puoi vivere la tua vita con il limitatore di velocità solo perché chi ti sta accanto soffre di vertigini.
Prova a ribaltare la prospettiva con un po’ di sana e spietata logica. Se per non far rimanere male loro rimani incastrato tu nel “voglio ma non posso”, cosa stai offrendo a queste persone? Una versione di te frustrata, spenta, risentita. Pensi davvero che chi ti ama voglia questo? Pensi che preferiscano un tuo sì forzato e rancoroso a un no autentico? Trattenerti in una situazione solo per non deludere l’altro è una forma di falsità. È come regalare un pacco bomba infiocchettato d’oro: fuori sembra un gesto d’amore, dentro c’è una bomba a orologeria che prima o poi esploderà comunque, travolgendo tutti. Superare questo blocco significa accettare il pacchetto completo delle relazioni umane: l’amore vero non è un contratto di assicurazione contro qualsiasi forma di dispiacere. Se una relazione è solida, profonda e basata sul bene reale, è perfettamente in grado di reggere l’urto di una tua scelta dolorosa ma necessaria. Se invece si spezza al primo accenno di una tua deviazione dal percorso prestabilito, allora forse quel legame non era così forte, ma era solo un accordo di mutua convenienza basato sulla tua totale sottomissione.
Insomma, qual è la linea sottile che separa il voglio ma non posso dal posso ma non voglio? Forse è solo una questione di onestà intellettuale di fronte allo specchio. Il “non posso” è quasi sempre un “ho paura di pagare il prezzo del mio volere e di deludere chi amo”. Il “non voglio” è spesso un “sto troppo comodo nella mia gabbia per provare a volare”. La linea di confine non è un tratto geometrico netto, è una nebbia fitta che si dirada solo quando smettiamo di cercare cartelli luminosi, quando guardiamo in faccia il senso di colpa e gli diciamo che abbiamo finito di fare i salvatori di anime. Scegliere se stessi non è un atto di egoismo distruttivo, è un atto di igiene mentale. Bisogna iniziare a camminare, accettando il rischio assoluto di sbagliare strada, di far rimanere male qualcuno e, finalmente, di vivere. Chi ci ama davvero, dopo il primo momento di inevitabile sbandamento, troverà il modo di capirci.
Ombretta Restelli
