Non sono perfetta, e va bene così | Ombretta Restelli

Non sono perfetta, e va bene così | Ombretta Restelli

La libertà di essere fragili: un viaggio intimo alla scoperta della nostra meravigliosa incompiutezza.
C’è stato un momento preciso, nella mia vita, in cui mi sono sentita come un vaso di porcellana andato in frantumi. Guardavo i pezzi sul pavimento della mia stanza e provavo una profonda, logorante sensazione di vergogna. Mi sembrava che ogni frammento fosse il simbolo di un fallimento personale, la prova evidente che non ero stata abbastanza forte, abbastanza brava, abbastanza solida. La società in cui viviamo, d’altronde, ci impartisce continuamente la stessa, identica lezione, un mantra invisibile ma onnipresente che respiriamo fin da piccoli: dobbiamo nascondere i nostri difetti, camuffare le nostre debolezze e mostrarci sempre al massimo delle nostre capacità.
La vita moderna ci insegna continuamente a nascondere i nostri difetti. Ci viene richiesto, in modo più o meno esplicito, di esibire il corpo perfetto, la relazione perfetta, la carriera perfetta e, soprattutto, l’immagine perfetta sui social. Ogni giorno veniamo bombardati da istantanee di esistenze impeccabili, sorrisi smaglianti senza l’ombra di una preoccupazione, viaggi da sogno e successi professionali geometrici, privi di sbavature. Guardiamo quegli schermi e, quasi senza rendercene conto, interiorizziamo un modello culturale che non tollera l’errore, che punisce la stanchezza e che considera la vulnerabilità come un difetto di fabbricazione.
E così, per molto tempo, mi sono sentita segretamente sbagliata. Guardavo le vite degli altri attraverso lo schermo del mio telefono e poi guardavo la mia, trovandoci solo un enorme disordine, nodi emotivi irrisolti, occhiaie profonde e fragilità sparse. Molte persone finiscono per sentirsi segretamente sbagliate o incomplete perché la loro vita non assomiglia a quella “perfetta” che vedono negli altri.
Pensavo che per essere felice, o anche solo per meritare un po’ di rispetto e di serenità, dovessi prima “sistemarmi”. Credevo di dover levigare ogni mio angolo smussato, nascondere i chili di troppo o le giornate di lacrime, e guarire ogni ferita del passato senza lasciarne alcuna traccia visibile. Viviamo con l’ansia costante di dover essere la versione migliore di noi stessi, dimenticando che spesso questa “versione migliore” è solo un’astrazione idealizzata, un traguardo irraggiungibile che si sposta sempre un passo più in là, lasciandoci sfinite.
Poi, qualche anno fa, mentre navigavo in rete persa nei miei pensieri, mi sono imbattuta in alcune parole che mi hanno letteralmente tolto il fiato. Erano frasi semplici, eppure capaci di colpire dritto al punto, quasi parlassero direttamente a me. Dicevano così:
Perché le imperfezioni raccontano una storia. Raccontano il tempo. La crescita. La guarigione. Il dolore che abbiamo attraversato. E la bellezza silenziosa del semplice esistere. Le tue cicatrici non ti rendono meno bello. I tuoi periodi difficili non ti rendono meno degno. Il tuo cammino ancora incompiuto non significa che tu abbia fallito.

Leggendo quelle righe, qualcosa dentro di me ha iniziato a cambiare. È stato come un risveglio lento, fatto di silenzi e di respiri più profondi. Ho iniziato a guardare le mie linee di frattura non più come fallimenti storici di cui vergognarmi, ma come veri e propri punti di luce. Ho capito che le nostre imperfezioni raccontano una storia. Non sono errori di percorso, non sono incidenti che interrompono la nostra evoluzione: esse sono il percorso stesso.
Quando osservo una cicatrice sulla mia pelle, o quando ripenso a un periodo di profonda crisi emotiva, oggi non provo più quel vecchio senso di rifiuto. Quelle crepe raccontano il tempo che passa, un tempo che non è lineare e che non risparmia nessuno, ma che porta con sé una saggezza preziosa. Raccontano la crescita interiore, quella vera, che non avviene mai nei momenti di totale comfort, ma che richiede spazio, tentativi, cadute e faticosi assestamenti.
Raccontano la guarigione, che non è mai un colpo di spugna magico, ma un ricamo lento, a volte doloroso, che richiede pazienza giorno dopo giorno. Raccontano il dolore che abbiamo attraversato, un dolore che spesso ci ha piegati, che ci ha tolto il respiro e ci ha fatto credere di non potercela fare, ma che alla fine non ci ha spezzati. E, in ultima analisi, quelle imperfezioni raccontano la bellezza silenziosa del semplice esistere. Esistere e basta, senza l’obbligo di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, senza dover performare o soddisfare le aspettative di un pubblico esterno.
Quando ho compreso davvero questo concetto, la mia ansia ha iniziato lentamente ad attenuarsi. Per anni l’ansia era stata la mia ombra, il risultato di quel continuo tentativo di anticipare ogni problema, di compiacere tutti, di essere la figlia, l’amica, la professionista impeccabile. È stato un sollievo immenso togliere quell’armatura dorata che era diventata troppo pesante da indossare. Perché ho capito una cosa: non devo diventare perfetta per meritare la pace.
La pace non è un premio di consolazione che si ottiene alla fine della vita, quando tutto è finalmente in ordine, le bollette sono pagate, la casa è pulita e non abbiamo più dubbi sul futuro. La pace si trova nel mezzo del caos. Devo solo accettare che la vita è imperfetta, transitoria, in continuo cambiamento e, proprio per questo, meravigliosamente incompleta. Se tutto fosse perfetto, tutto sarebbe immobile, congelato, privo di vita. È proprio nell’incompiutezza che risiede la possibilità di muoversi, di desiderare, di cambiare direzione.
Le tue cicatrici non ti rendono meno bella, né meno degna di amore, di cura e di rispetto. I tuoi periodi difficili, quei mesi in cui ti è sembrato di affondare e di non trovare il fondo, non sono macchie sul tuo curriculum esistenziale, ma capitoli fondamentali del tuo libro. Un cammino ancora incompiuto, una meta che non hai ancora raggiunto mentre vedi altri tagliare traguardi, non significa affatto che tu abbia fallito. Significa semplicemente che sei viva, che rispetti i tuoi ritmi e che sei ancora in viaggio. Ognuno di noi ha una propria fioritura, e non tutte le piante fioriscono nella stessa stagione.
Esiste un’antica arte giapponese, chiamata Kintsugi, che mi ha letteralmente salvato la prospettiva. Questa tecnica consiste nel riparare gli oggetti in ceramica che si sono rotti utilizzando una lacca mescolata a polvere d’oro fuso o argento per saldare insieme i vari frammenti. Il risultato finale è straordinario: l’oggetto riparato non nasconde le sue fratture, ma le esibisce con orgoglio. Quelle linee dorate lo rendono unico, irripetibile e infinitamente più prezioso di quanto non fosse prima di rompersi.
Il Kintsugi ci insegna che una ferita sanata, una rottura affrontata, può diventare un punto di forza e di estrema bellezza. Credo fortemente che dovremmo applicare questa filosofia alle nostre esistenze. Dovremmo smettere di nascondere i nostri pezzi rotti sotto il tappeto del perbenismo e iniziare a illuminarli con l’oro della nostra consapevolezza. E forse è proprio lì, nelle nostre imperfezioni, nelle nostre crepe e nei nostri giorni difficili, che si nasconde una delle forme più autentiche di bellezza. Una bellezza che non ha alcun bisogno di filtri digitali, di approvazione social o di maschere di perfezione per rivendicare il proprio diritto di esistere.
Se potessi fare un salto indietro nel tempo, se potessi incontrare la me stessa di qualche anno fa — quella ragazza spaventata che piangeva in bagno convinta di aver sbagliato tutto — o se potessi sussurrare qualcosa all’orecchio di chiunque oggi si senta inadeguata, fragile o fuori posto, direi esattamente questo: non devi aggiustare tutto. Non devi avere tutto sotto controllo. Non devi essere perfetta.
Non devi fare finta che vada tutto bene quando dentro c’è un temporale. La pretesa di controllare ogni singolo evento, ogni dinamica relazionale o ogni nostra singola emozione è una trappola che ci allontana dalla ricchezza della realtà e ci condanna a una perenne insoddisfazione. Diventiamo giudici severi di noi stesse, dimenticando di usare la dote più importante: la compassione.
Devi solo imparare ad accogliere ciò che sei, mentre continui, con gentilezza, a diventare ciò che puoi essere. Accoglierti oggi, in questo preciso istante, con tutte le tue vulnerabilità, le tue paure, i tuoi dubbi e le tue meravigliose stranezze. Non c’è fretta, non c’è una gara da vincere. La vera rivoluzione interiore comincia proprio quando smettiamo di farci la guerra, quando deponiamo le armi del giudizio e iniziamo, finalmente, a fare un respiro profondo e ad amarci per come siamo: magnificamente imperfette.
Ombretta Restelli

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