Curare i propri slanci | Ombretta Restelli

Curare i propri slanci | Ombretta Restelli

Il giorno in cui ho aperto i cassetti e ho deciso di ritrovare me stessa

Bene, bene.
Ci sono pomeriggi invernali in cui l’ordine esteriore diventa lo specchio di un bisogno di chiarezza interiore. Oggi è stato uno di quei giorni. Armata di buona volontà e di quella vaga malinconia che ti assale quando decidi di rimettere a posto la tua vita partendo dai cassetti, stavo sistemando un po’ di cosine in casa. Tra vecchie scartoffie, bollette pagate e armadi da riorganizzare, mi sono imbattuta in un angolo dimenticato che ha cambiato completamente il corso della mia giornata. Ho trovato diverse scatole e scatoline. All’inizio sono rimasta interdetta, poi le ho aperte una a una. Contenevano vari oggetti, pensierini accuratamente incartati o messi da parte, destinati ad alcune persone amiche.
Ho dovuto curiosare perché non mi ricordavo neanche più di aver fatto scorta di tutto ciò. Guardando quella montagna di oggetti accumulati nel tempo, mi sono sentita un po’ come un orsetto lavatore che si prepara per il lungo letargo, accumulando provviste con un’ansia quasi istintiva e irrazionale. Solo che la mia non era una scorta di cibo per sopravvivere al gelo, ma una scorta di affetto materiale. Erano piccoli pezzi di me pronti a essere distribuiti al mondo alla prima occasione utile, o forse anche prima.
Osservando quella vera e propria “scorta”, seduta sul tappeto del soggiorno con i pacchetti sparsi intorno a me, per me è stato inevitabile pensare a queste figure, ai volti delle persone a cui quegli oggetti erano destinati. Ho ripercorso mentalmente i dettagli di quelle amicizie, i messaggi non risposti, le cene rimandate, i silenzi freddi che spesso avevano seguito i miei slanci emotivi. E lì, in quel preciso istante, con un misto di amarezza e di improvvisa lucidità, con mio rammarico ho deciso di fare dietrofront. Mi sono fermata. Ho guardato quegli oggetti e ho capito che non sarebbero mai partiti da casa mia.
Chiariamo subito un punto fondamentale, per me e per chi legge: non si tratta del fatto di dare per ricevere. Io non sono così, anzi. Chi mi conosce sa che quando dono qualcosa lo faccio con il cuore spalancato, senza tenere un registro contabile dei favori o aspettarmi un ritorno economico o materiale. Ma c’è un limite a tutto, un confine sottile che divide la generosità dall’annullamento di se stessi. Ogni tanto cerco di pensare in primis a me; sì, perché sono sempre in preda a quello slancio altruistico che spesso mi porta ad avere delle delusioni o semplicemente mi costringe a guardarmi allo specchio a fine giornata e a dirmi: “Ma per che cavolo l’ho fatto? Era davvero necessario?”.
La verità è che ero troppo riversata verso gli altri, e questo non va bene. Non fa bene alla salute mentale, non fa bene all’autostima e finisce per viziare i rapporti, trasformandoli in dinamiche a senso unico. Ci vuole, come in tutte le cose della vita, il giusto equilibrio, ma il piatto della mia bilancia pendeva sempre ed esclusivamente per le altre persone. Era un’altalena impazzita in cui io mi trovavo sempre a terra, mentre spingevo gli altri verso l’alto. Pensate che addirittura facevo a meno io di cose che mi servivano o che desideravo, pur di fare qualcosa a loro. Se vedevo un oggetto che mi piaceva, scattava un cortocircuito mentale: “Bello, starebbe benissimo a X”, oppure “Questo renderà felice Y”. E così lo compravo per loro, dimenticando me stessa nel retrobottega dei miei stessi pensieri.
Era un impulso irrefrenabile, un automatismo quasi biologico che non riuscivo a controllare. Andavo avanti così da anni, accumulando pacchetti e delusioni, fino a che non mi sono fermata ed ho cercato di comprendere questo meccanismo perverso. Questo viaggio dentro me stessa è avvenuto anche grazie a un amico. Una persona speciale che, con un esempio praticissimo e privo di giudizio, mi ha presa per mano e mi ha aiutata a tenere in considerazione i pro e i contro di questo mio modo di fare. Mi ha costretta a guardare i fatti nudi e crudi, a pesare l’energia che investivo rispetto al deserto emotivo che spesso ricevevo in cambio.
Grazie a quel confronto sincero e doloroso, mi sono resa conto che questo bisogno ossessivo di offrire derivava dal fatto che io stessa avevo necessità di ricevere. Attenzione, non parlo di cose materiali. Non ho mai avuto bisogno di regali costosi. Parlo di qualcosa di molto più profondo e ancestrale: avevo bisogno di attenzione, di conferme, di presenza, di calore umano. Era come se regalare significasse colmare la mia mancanza di amore. Compravo un oggetto per qualcuno sperando, inconsciamente, che quel pacchetto colorato dicesse: “Ti prego, ricordati di me. Sii mia amica. Amami”. Usavo i regali come un ponte per arrivare al cuore degli altri, convinta che il mio valore da solo non bastasse a trattenerti nella mia vita.
È stato un processo lungo per arrivare a questa consapevolezza, e lo è tuttora, perché a volte ci ricasco. Le vecchie abitudini mentali sono dure a morire e i binari su cui viaggiano le nostre fragilità sono sempre ben oliati. È un continuo domandarmi come mai, un lavoro quotidiano di introspezione e autocontrollo, che è andato avanti fino al momento in cui non arrivavano le risposte ad hoc. Risposte che la vita ti sbatte in faccia quando sei pronta a vederle, spesso sotto forma di un’ennesima porta in faccia o di un grazie distratto che ti fa crollare il castello di carte su cui avevi costruito le tue illusioni.
Non potete immaginare che trambusto emotivo sia stato tutto questo. Smontare le proprie convinzioni è un lavoro faticoso che ti lascia addosso una stanchezza infinita. È stato come trovarsi in una comunità di recupero per dipendenze all’inizio della disintossicazione. Può sembrarvi strano, esagerato o forse bizzarro, ma questa mia “dipendenza” la si può tranquillamente paragonare ad una droga. C’era in me una totale soggezione nel donare agli altri, una vera e propria crisi d’astinenza se passava troppo tempo senza che facessi un gesto altruista per qualcuno, anche quando quel qualcuno non muoveva un dito per me. Ero tossicodipendente della gratitudine altrui.
Credo nonostante tutto che essere altruisti sia un lato caratteriale meraviglioso, una caratteristica che molte persone dovrebbero avere. È una nobiltà d’animo speciale, una luce che illumina un mondo spesso troppo egoista, cinico e individualista. Però è una luce che va dosata con estrema cautela e soprattutto indirizzata verso persone che veramente meritano di riceverla. Altrimenti si rischia di sprecare energia preziosa con chi userà quel calore solo per scaldarsi i piedi, per poi andarsene senza neanche ringraziare.
Sentendomi fare questi discorsi, direte voi: “Brava, hai scoperto l’acqua calda malgrado la tua età? Non l’avevi ancora capito?!”. Avete perfettamente ragione. Sì, io ho scoperto l’acqua calda. L’ho scoperta tardi, forse, secondo i canoni di chi è nato già cinico o scaltro. Ma la verità che ho capito in quel pomeriggio sul tappeto è che non esiste un tempo, non c’è una scadenza prefissata o un limite anagrafico per potersi riequilibrare. La crescita personale non ha una data di scadenza sulla confezione. Si può guarire, cambiare rotta e imparare a respirare a qualsiasi età.
Quindi, il messaggio profondo che voglio lasciarvi, e che ripeto prima di tutto a me stessa ogni mattina, è questo: impariamo a volerci più bene. Impariamo a essere i primi destinatari della nostra generosità. Mettiamo noi stesse in cima alla lista dei regali da fare, delle carezze da dare e del tempo da dedicare. Diventiamo le nostre migliori amiche, quelle che meritano il pensiero più bello, l’oggetto più prezioso, la cura più attenta.
P.S.: Per la cronaca, una volta terminato il trambusto e fatte le pulizie, i regalini li ho tenuti tutti per me. Li ho scartati uno a uno con calma, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta “Grazie”. Io felice! E sapete una cosa? Mi stavano anche benissimo.
Ombretta Restelli
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