Fuori dal ‘Club’, il peso dei pregiudizi | Ombretta Restelli

Fuori dal ‘Club’, il peso dei pregiudizi | Ombretta Restelli

Se la storia antica è più moderna di noi

Da qualche anno a questa parte sto seguendo una serie televisiva americana intitolata Spartacus. Narra le gesta del celebre gladiatore che sfidò l’impero romano, ed è una produzione che mi ha talmente appassionata che, ogni volta che viene messa in onda, continuo a guardarla e riguardarla. Ormai è diventato un rito, a tal punto che ho memorizzato non solo le scene ma anche le battute! C’è qualcosa in quel mondo fatto di sangue, sabbia, passioni primordiali e brama di libertà che esercita su di me un magnetismo incredibile. Eppure, devo dire che non è stato solo “amore a prima vista” per il racconto mitologico, per i costumi o per l’epicità dei combattimenti; la serie è diventata anche il motivo di una profonda riflessione più o meno personale che mi porto dentro da tempo.

Guardando gli episodi con attenzione, non ho potuto fare a meno di notare alcune scene dove il relazionarsi, il frequentare, l’amare persone di diverse razze oppure dello stesso sesso nell’antichità greco-romana non era affatto un problema. Anzi, rientrava totalmente nella quotidianità, nella normalità più assoluta, e nessuno ci faceva caso. Nella serie, così come nei libri di testo, vediamo un mondo antico dove l’orientamento sessuale o la provenienza geografica non determinavano il valore di un essere umano, né la sua emarginazione sociale. Si tratta di esempi purtroppo ormai remoti, dato che parliamo del periodo dell’80/90 a.C. circa.

Ora io mi chiedo, guardando lo schermo e poi fuori dalla finestra: siamo nel 2026, ma siamo davvero pronti a questo? Siamo davvero più civilizzati di quegli uomini vissuti più di duemila anni fa? Eppure la storia insegna, o almeno così ci hanno sempre raccontato a scuola. Ci dicono che la storia è magistra vitae, che studiare il passato serve a non ripetere gli errori e a evolversi. Ma guardandomi intorno, ho l’impressione che abbiamo disimparato le lezioni più semplici.

Lo dico perché vivo in una piccola realtà della Romagna, un posto dove tutti si conoscono e sanno tutto di tutti. È una terra splendida, calorosa, famosa per l’accoglienza turistica, ma che nasconde le contraddizioni tipiche dei piccoli centri. Qui, nel profondo della vita di provincia, mi rendo conto che esiste ancora una forma di “razzismo” — parola forte, lo so, diciamo “discriminazione”, forse è un po’ più morbida e fa meno paura — persino nei confronti di persone della stessa identica nazionalità.

Abito in questo paese da ormai trentacinque anni. Sono una dei tanti milanesi che nel corso del tempo si sono trasferiti in queste zone, cercando magari una qualità della vita diversa, ritmi più umani, l’aria buona. Oggi mi definisco più romagnola che milanese, amo questa terra e l’ho scelta come casa mia. Ciononostante, dopo più di tre decenni, sono ancora additata come “quella” che viene da fuori. Non importa quanto tu ti sforzi di integrarti, quanti anni passi a condividere gli stessi spazi, a pagare le tasse nello stesso comune, a salutare le stesse persone al bar: per una parte della comunità rimarrai sempre una forestiera, un elemento esterno.

Ecco perché sospetto che ci vorrà ancora tanto, ma tanto tempo, tanti esempi, tante discussioni prima che avvenga un vero e proprio cambiamento globale. Se ci pensiamo bene, è una questione di logica spicciola: se non siamo pronti ad accettarci nel nostro piccolo, tra connazionali, tra vicini che parlano la stessa lingua e condividono la stessa cultura, come possiamo pensare di accogliere individui “diversi” da noi, che arrivano da altri continenti, con altre religioni e tradizioni? Lo so, sono parole che neanche dovrei usare, termini come “diversi” mi pesano sul cuore, ma lo faccio deliberatamente per sottolineare ancora di più che purtroppo nulla è stato modificato nella struttura profonda del nostro pensiero.

La domanda che mi tormenta ogni volta che spengo la televisione e ripenso a Spartacus è sempre la stessa: ma ciò che prima era la normalità, ora non lo è più, cos’è successo nel frattempo? Quali sono state le dinamiche storiche, culturali, religiose o sociali che hanno cambiato in maniera così radicale il modo di vedere gli esseri umani? Come abbiamo fatto a regredire da una civiltà che, pur con tutti i suoi enormi difetti e la presenza della schiavitù, non discriminava l’amore o il colore della pelle, a una società moderna ossessionata dai confini, dalle etichette e dall’esclusione?

Eppure, se ci fermiamo un attimo a riflettere, spogliandoci di tutti i pregiudizi e delle sovrastrutture che ci hanno cucito addosso fin da piccoli, la realtà biologica è disarmante nella sua semplicità: il colore del sangue è rosso per tutti, la gioia come il dolore idem, e via dicendo. Tutti proviamo paura, tutti desideriamo essere amati, tutti soffriamo la fame, la solitudine o la malattia allo stesso identico modo. Non esiste un dolore “straniero” o una felicità “autoctona”.

A questo proposito, mi viene in mente una situazione successa anni fa leggendo un articolo su di un quotidiano nazionale. Raccontava di una persona italiana, in fin di vita e in attesa disperata di un trapianto di rene. Quella vita è stata salvata grazie alla generosità e alla donazione da parte della famiglia di un deceduto, un uomo di origine marocchina, se ben ricordo. In quel momento, l’organo di una persona nata a migliaia di chilometri di distanza, con una cultura e una religione diverse, è diventato la salvezza di un cittadino italiano. Il corpo dell’anfitrione non ha fatto distinzioni di cittadinanza; ha accettato quel rene perché biologicamente compatibile. Quale esempio migliore di questo per dimostrare che siamo tutti uguali? Davanti alla vita e alla morte, le nostre barriere culturali si sciolgono come neve al sole.

Allora mi sorge un dubbio un po’cinico: è solo una questione di convenienza? Accettiamo l’altro solo quando ci serve, quando ci salva la vita, quando pulisce le nostre case o raccoglie il cibo che mangiamo, per poi tornare a discriminarlo appena il bisogno immediato svanisce? Forse due domande dovremmo farcele, e dovremmo darci anche delle risposte oneste, per quanto scomode possano essere. In alcuni casi accettiamo la diversità, in altri invece rispondiamo con il classico, becero slogan: “Ritorna al tuo Paese!”?! C’è qualcosa che palesemente non quadra in tutto questo, oppure mi è sfuggito qualche particolare fondamentale nel funzionamento dell’essere umano. Cos’è che scaturisce nella mente delle persone per sentirsi migliori, superiori, rispetto ad un’altra? Da dove nasce questo bisogno tossico di sminuire il prossimo per sentirsi grandi? Forse dalla paura dell’ignoto, o forse da una profonda, cronica insicurezza personale che proiettiamo all’esterno.

Dobbiamo essere realisti. Nonostante ci siano stati dei miglioramenti nel corso degli ultimi decenni, tra leggi sui diritti civili e campagne di sensibilizzazione, per me si tratta ancora solo di tentativi superficiali. È un cercare di mettere zucchero sopra il sale, una facciata di perbenismo e politicamente corretto per il quieto vivere. Che poi alla fine, diciamoci la verità, che vivere è? Un vivere nell’ipocrisia, dove si fa finta di essere tolleranti in pubblico ma si sputa veleno nel privato delle proprie case o sui social network.

Io vedo ancora omosessuali, persone di colore (e ripeto e sottolineo che mi dispiace profondamente dover fare questa classificazione antiquata), portatori di handicap, messi costantemente al bando, derisi, emarginati, e nei casi più estremi perfino uccisi dall’intera società globale. Cronaca quotidiana, purtroppo, non esagerazioni. Il rifiuto della fragilità e della diversità è ancora il motore nascosto di troppi comportamenti.

Uuhhhmmmm… mi sa che non siamo ancora disposti al cambiamento, quello vero, quello che parte da dentro e non dalle leggi scritte su un pezzo di carta. La verità è che il cambiamento fa paura perché ci richiede di metterci in discussione, di abbandonare i nostri privilegi e le nostre comode certezze. Ma allora, vogliamo cambiarlo questo mondo o no? Vogliamo continuare a vivere arroccati nei nostri piccoli egoismi di paese, o vogliamo finalmente fare un salto evolutivo?

La butto lì, potrebbe essere un’idea, magari bislacca ma ci voglio provare… Forse si potrebbe iniziare provando ad essere tolleranti con noi stessi in primis. Sì, avete capito bene: con noi stessi. Cominciando ad accettare i nostri difetti ancor prima dei nostri pregi, smettendola di essere così spietati con le nostre stesse debolezze. Una volta imparato a fare pace con noi stessi, possiamo passare alla nostra famiglia, ai nostri parenti, perdonando le loro spigolosità. Da lì, possiamo spostarci verso i nostri vicini di casa, quelli che magari fanno rumore o che ci stanno antipatici, e poi verso i nostri concittadini, inclusi quelli che arrivano “da fuori” come la sottoscritta.

E via via dicendo, espandendoci sempre di più, come i cerchi nell’acqua quando si lancia un sasso in uno stagno, fino ad arrivare a stendere questa rete di accettazione e di accoglienza al Mondo intero. È un lavoro di cerchi concentrici: se non c’è pace al centro, non ci sarà mai pace alla periferia.

Sarebbe bello, quasi terapeutico, far risuonare nelle nostre menti come un mantra costante la canzone Imagine di John Lennon, ve la ricordate? Un inno intramontabile che immagina un mondo senza barriere, senza religioni a dividerci, senza proprietà privata, dove tutta l’umanità condivide la bellezza dell’esistenza.

Imagine all the people, living life in peace…

Già… Sarebbe davvero meraviglioso. Ma per farlo diventare realtà, dobbiamo spegnere la televisione, smettere di guardare la tolleranza solo nei telefilm storici come Spartacus e iniziare a praticarla, un piccolo passo alla volta, partendo proprio dalle strade della nostra piccola, amatissima e a volte stretta Romagna.

Ombretta Restelli
Dal mio blog

CONTATTAMI



Telefono:

+39 347 4602944

Invia un messaggio

    I campi con asterisco * sono obbligatori





    *Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.