Maledetta fretta! | Ombretta Restelli
Come una giornata no mi ha insegnato l’importanza di rallentare
La fretta, maledetta fretta!
Oggi è stata una di quelle giornatine da favola… anzi, parliamoci chiaro, da incubo puro! È una di quelle giornate nate storte, partite con il piede sbagliato ancor prima di iniziare a lavorare, quando persino l’universo sembra essersi svegliato con la luna storta insieme a te. Avete presente quei giorni in cui tutto ciò che può andare storto decide di farlo contemporaneamente, come in un perfetto e sadico effetto domino? Ecco, oggi per me è stato esattamente così.
Tutto ha inizio all’alba. Mi sveglio e, con un brivido di terrore, guardo la sveglia: sono già in clamoroso ritardo. Il gallo stamattina non ha cantato, o forse sono io che ho ignorato ogni tipo di stimolo sonoro. Fatto sta che scatta immediatamente la modalità “salto gli ostcoli”. Mi lavo alla velocità della luce, mi vesto afferrando le prime cose che trovo nell’armadio senza badare troppo agli abbinamenti e mi trucco tutta di corsa, rischiando più volte di infilarmi il mascara direttamente nell’occhio. Ho i minuti contati. Devo assolutamente sbrigare un paio di commissioni private prima di andare al lavoro, e la tabella di marcia non ammette rallentamenti. Salto in sella alla mia fidata bicicletta e via, si parte, pedalando come se fossi alla tappa finale del Giro d’Italia.
Prima tappa fondamentale della mattina, l’ancora di salvataggio di ogni essere umano sveglio da poco: il caffè. Pedalo come una matta, arrivo davanti al bar con il fiatone, scendo dalla bici e… trovo chiuso. Saracinesca abbassata. Bene, benissimo. Sento già un leggero tic all’occhio sinistro. Cerco di non perdere la calma, d’altronde la fretta chiama e io devo muovermi.
Decido allora di passare nella tabaccheria lì vicino per togliermi subito il dente e pagare una bolletta, l’ultima maledetta rata del gas. Entro trafelata, saluto il mio amico tabaccaio e tiro fuori il telefono. Gli giro lo screenshot del codice per accelerare i tempi. Lui, con la flemma tipica di chi non ha una bomba a orologeria sotto la sedia, prende il suo lettore e passa lo scanner sul barcode. Sento il “bip” della macchinetta, poi lui alza lo sguardo, mi fissa e dice:
“Chicca, sono 329,00 euro”.
Io mi blocco, convinta di aver capito male. “Ma scusa Sami, non ti ho dato la bolletta da 175 euro?”
Lui scuote la testa, serissimo: “No”.
In quel preciso istante sento il sangue salirmi al cervello. Porca miseria, ho sbagliato file sul telefono! Ho confuso gli screenshot! Vaffanculo!
Vedo la sua mano che si muove sul terminale e urlo: “Ferma tutto!”
“Mi dispiace Chicca, ormai la transazione è partita. Non posso tornare indietro, non posso stornare il conto da questo sistema!”
“Chicca, sono 329,00 euro”.
Io mi blocco, convinta di aver capito male. “Ma scusa Sami, non ti ho dato la bolletta da 175 euro?”
Lui scuote la testa, serissimo: “No”.
In quel preciso istante sento il sangue salirmi al cervello. Porca miseria, ho sbagliato file sul telefono! Ho confuso gli screenshot! Vaffanculo!
Vedo la sua mano che si muove sul terminale e urlo: “Ferma tutto!”
“Mi dispiace Chicca, ormai la transazione è partita. Non posso tornare indietro, non posso stornare il conto da questo sistema!”
Praticamente, in un secondo di pura distrazione dovuta alla fretta, mi sono ritrovata a pagare una bolletta non ancora scaduta e quella in scadenza. Un salasso immediato. Quasi 500 euro svaniti nel nulla in un colpo solo, con la convinzione assoluta di doverne sborsare poco più di 150 euro! Azzo! Penso che se avessi avuto un fumetto sulla testa in quel momento, ci sarebbero stati solo teschi e fulmini.
Riprendo la bici con le gambe che mi tremano, un mix di … non so nemmeno io di preciso. Se prima di questa catastrofe finanziaria mi ci voleva un caffè normale, ora me ne serve uno doppio, possibilmente endovena. Mi fermo in un altro locale lungo la strada. Entro sperando in un cornetto caldo che possa lenire il mio dolore: brioche finite. Niente, tutto vuoto. Cambio posto, vado in un terzo bar: sono rimasti solo dei bomboloni giganti, unti e pieni di crema. Non è esattamente la colazione leggera che avevo in mente, ma a quel punto non ci vedo più dalla fame. Ok, faccio colazione così. Mangio quel bombolone già perfettamente consapevole del fatto che, tra il nervoso accumulato, la corsa contro il tempo e la mia solita ernia iatale, tutto quel blocco di carboidrati e crema mi sarebbe rimasto sullo stomaco fino alla settimana successiva. Detto, fatto! Sento già il peso sullo sterno prima ancora di aver finito il secondo morso.
Finita la colazione dei campioni, controllo l’orologio sul polso, pronta a fiondarmi al lavoro, e qui arriva la beffa delle beffe: mi accorgo che manca ancora un’oretta buona prima del mio turno. Un’ora intera. Panico!
Ora cosa faccio? Se torno a casa perdo venti minuti solo per la strada, non faccio in tempo a sbrigare nessuna faccenda domestica e dovrei comunque lasciare tutto a metà. Quindi decido di rimanere fuori, a vagare nel vuoto. E mentre me ne sto lì sul marciapiede, inizio a interrogarmi, quasi parlando da sola: ma che cazzarola di fretta avevo stamattina? Dove cazzarola dovevo andare così urgentemente, o cosa dovevo fare di così vitale da svegliarmi con quell’ansia addosso? Risposta: nulla. Ho fatto solo danni, stamattina solo ed esclusivamente danni!
Inizio così a girare e rigirare come una pirla per le strade di Cattolica, trascinando la bici, guardando le vetrine senza vederle davvero e pensando ancora a quei 500 euro volati via per colpa di un clic frettoloso. Il risultato di questo vagabondare? Arrivo sul posto di lavoro che sono già incazzata nera, mentalmente esausta e con le energie sotto lo zero.
Pensate che la mia epopea sia finita qui? Che il destino si sia accontentato del mio conto in banca e della mia digestione bloccata? No, cari miei, l’universo aveva appena iniziato a scaldare i motori per il secondo tempo.
Sempre accompagnata da quella maledetta fretta interiore, dovuta a non so bene quale allineamento planetario avverso, affronto tutta la giornata lavorativa. Un turno infinito di 9 ore vissuto in modalità frenetica. Avete presente quando entrate in un loop mentale e non riuscite più a uscirne? Ecco, io ero entrata in quel mood ipnotico per cui dovevo fare tutto di fretta, anche le cose che richiedevano calma. E più cercavo di andare veloce, più combinavo casini epici.
A un certo punto mi ritrovo a lottare con delle bottiglie che stranamente non volevano saperne di aprirsi. Più il tappo faceva resistenza, più mi saliva l’ansia da prestazione per il timore di far attendere il cliente. Cliente che, ironia della sorte, se ne stava seduto comodamente al tavolo, rilassato, a chiacchierare, senza dare il minimo segno di impazienza. Ero io l’unica ad avere il timer nel cervello! Poco dopo, per non farmi mancare nulla, mi scivola un bicchiere dalle mani. Fracasso tremendo. Altra perdita di tempo per recuperare scopa e paletta, spazzare i vetri con mille occhi e ripulire il pavimento. Poi arrivano le comande con ordini assurdi, modifiche strambe ai piatti e richieste fuori di testa. In quella spirale di caos, ogni singola cosa sembrava mettersi di traverso con l’unico obiettivo di rallentare la mia corsa folle.
Nel primo pomeriggio, mentre sono dietro al bancone a respirare profondamente, spunta dalla cucina la mia collega. Mi fissa per qualche secondo, vede la mia faccia sconvolta e mi dice con un mezzo sorriso:
“Ombre, non è che qualcuno te l’ha tirata?”
Ora, io di base non sono una persona superstiziosa, non credo ai gatti neri o agli specchi rotti, ma guardando la sua espressione un po’ ghignosa e ripensando alla sequenza di sfighe da prima mattina, ho vacillato. Ho deciso ufficialmente che domani andrò al lavoro con due spicchi d’aglio nelle tasche e magari un cornetto rosso nascosto da qualche parte. Male non fa, non si sa mai!
“Ombre, non è che qualcuno te l’ha tirata?”
Ora, io di base non sono una persona superstiziosa, non credo ai gatti neri o agli specchi rotti, ma guardando la sua espressione un po’ ghignosa e ripensando alla sequenza di sfighe da prima mattina, ho vacillato. Ho deciso ufficialmente che domani andrò al lavoro con due spicchi d’aglio nelle tasche e magari un cornetto rosso nascosto da qualche parte. Male non fa, non si sa mai!
Ad un certo punto, verso la fine del turno, in un raro attimo di calma assoluta in cui il flusso di clienti si è finalmente diradato, mi siedo un secondo. Guardo il vuoto e mi chiedo che giorno sia oggi. Controllo la data sul telefono: oggi è il 10 giugno …
In quel preciso istante, come un fulmine a ciel sereno, tutto diventa maledettamente chiaro. Ecco perché. Ho trovato la spiegazione a tutto questo caos interiore, ho capito finalmente come mai da quando ho aperto gli occhi ero così stranamente nervosa, accelerata, insomma “caricata a pallettoni”. Il mio inconscio, che lavora silenziosamente anche quando cerchiamo di ignorarlo, ha voluto in qualche modo ricordarmi una ricorrenza dolorosa: oggi è il compleanno del mio caro amico Claudio, scomparso solamente quattro mesi fa. La mente cercava di correre per non pensare, per anestetizzare quel vuoto, senza contare tutti gli altri pensieri e le preoccupazioni che in questo periodo mi gironzolano qua e là per la testa e che pesano come macigni.
So che a questo punto vi starete chiedendo cosa ci azzecca tutto questo viaggio emotivo con la fretta materiale di una mattina qualunque. Me lo sono chiesto anch’io mentre tornavo a casa. Ma credo che questa giornata sia stata una lezione potente, legata al comprendere profondamente due dinamiche della nostra vita.
Nel primo caso, ho capito che la vita è una sola, che è un soffio e che bisogna godersela un po’ di più, imparando ad andare con molta più calma. Se non si riesce a fare tutto in un solo momento, non casca il mondo: si può anche rimandare a domani. Dobbiamo imparare a dilazionare meglio il tempo che abbiamo a disposizione invece di trattarlo come un nemico da sconfiggere. Si corre sempre, si corre troppo, costantemente intrappolati nella paura di non riuscire a fare qualsiasi cosa, di non essere abbastanza produttivi, di perdere treni invisibili. Ma per cosa, poi? Per affannarsi ancora di più e svegliarsi un giorno scoprendo di aver corso senza essersi goduti il paesaggio? Tutto scorre comunque, indipendentemente dalla nostra ansia. Dobbiamo imparare a lasciar scivolare fluidamente il tempo, accettando il flusso degli eventi. Panta Rei, tutto scorre.
Nel secondo caso, invece, questa fretta mi ha insegnato l’importanza di lasciar andare il tempo ormai trascorso, quello che è ormai passato e che non possiamo più cambiare o riportare indietro. Lasciare andare le persone che non ci sono più, accettando il dolore senza permettere che si trasformi in una corsa frenetica per scappare dai ricordi. Hic et nunc, dicevano i latini: “qui e ora”. Non dobbiamo permettere a noi stesse di rimanere intrappolate nel passato con i rimpianti, né nel futuro con l’ansia di ciò che sarà. Solo radicandoci nel presente possiamo riprendere davvero il controllo della nostra vita. Questa è la vera MINDFULNESS.
Se mi guardo indietro, a come ho vissuto queste ultime ore, mi rendo conto di quanto la fretta sia diventata la mia prigione invisibile, una gabbia che mi sono costruita da sola. Spesso corro non perché ci sia una reale urgenza esterna, ma perché muovermi velocemente mi dà l’illusione di essere in controllo, di riempire ogni spazio vuoto per non lasciare che i pensieri più pesanti vengano a galla. Oggi la vita mi ha letteralmente sbarrato la strada: mi ha chiuso il bar in faccia, mi ha svuotato il portafoglio in tabaccheria e mi ha costretto a fermarmi a riflettere su un marciapiede di Cattolica. È stato il suo modo, un po’ brusco a dire il vero, di dirmi: “Fermati, respira, guarda dove stai andando”. Ho capito sulla mia pelle che correre non serve a sfuggire al dolore o alle responsabilità, serve solo a fare più casini e a rompere i bicchieri. Da domani voglio fare una promessa a me stessa: voglio camminare, non correre. Voglio guardare in faccia le mie giornate, accogliere i ricordi di chi ho amato senza scappare, e concedermi il lusso di arrivare persino in ritardo, ma con il cuore leggero e la mente finalmente presente a se stessa.
Ombretta Restelli
