Violenza verbale e indifferenza | Ombretta Restelli
Perchè nessuno interviene?
Dato che tante persone ultimamente si professano cultori e protettori universali dell’intera umanità, difensori dei diritti e delle pari uguaglianze, tutori dell’essere femminile, paladini della giustizia…
Udite, udite cosa mi è successo l’altra mattina…
Udite, udite cosa mi è successo l’altra mattina…
Essere indifferente implica che nulla ci importi…
COGITO ERGO SUM.
… Stamattina, mentre mi trovavo al bar per un caffè essendo viziata da questa abitudine, dopo aver commentato ad alta voce un articolo appena letto sul quotidiano, un “SIGNORE” ha deciso di esprimere e ribadire la sua opinione, lecita per ognuno di noi, ma a mio avviso completamente fuori tema e completamente fuori di testa, dicendomi tante paroline “dolci”:
-
- Prima di parlare sciacquati la bocca.
- La tua bocca è peggio di un cesso.
- Puttana.
- Levati dal cazzo, torna a Milano.
- Chissà come campi, visto che ti sbattono fuori da tutti i luoghi di lavoro.
- Io posso permettermi di non lavorare, tu no perché non hai un soldo.
Etc. etc…
Ma quanta amorevolezza tutta concentrata in questa persona!!!
Espressioni dettate dal cuore…
Espressioni dettate dal cuore…
Ora, ciò che più mi ha fatto incazzare, oltre alle “gentili” parole di questa persona che definirla povera in ogni sua forma e piccolo uomo equivale a fargli un complimento…
È stata e, sottolineo è stata, la totale indifferenza dei presenti che, tra l’altro, conoscono il soggetto in questione; la mancata difesa di una persona, uomo o donna che sia, mi ha lasciata sorprendentemente basita!!!
Una totale sordità, cecità, menefreghismo…
È stata e, sottolineo è stata, la totale indifferenza dei presenti che, tra l’altro, conoscono il soggetto in questione; la mancata difesa di una persona, uomo o donna che sia, mi ha lasciata sorprendentemente basita!!!
Una totale sordità, cecità, menefreghismo…
Io penso che a volte il senso civico, il senso del dovere, se così vogliamo definirli, debba in qualche maniera farsi avanti… ma a quanto pare non è così…
Non lamentiamoci se succedono certi fatti, non lamentiamoci se la società sta andando a rotoli e con essa quasi tutta l’intera umanità…
Non lamentiamoci se la maleducazione, la prepotenza la fa da padrona…
Non lamentiamoci se succedono certi fatti, non lamentiamoci se la società sta andando a rotoli e con essa quasi tutta l’intera umanità…
Non lamentiamoci se la maleducazione, la prepotenza la fa da padrona…
A quanto pare l’unica preoccupazione è essere il primo o la prima persona a postare tutto sui social in cerca di qualche orrido like, in cerca di uno squallido momento di notorietà… che schifo!!
In conclusione, giusto due righe al “SIGNORE” in questione:
Apri bene le orecchie, non ti preoccupare, non sarò io a farti del male ma sarà la tua stessa vita, il tuo personal karma… ti sei già fottuto con le tue stesse mani!!!
Apri bene le orecchie, non ti preoccupare, non sarò io a farti del male ma sarà la tua stessa vita, il tuo personal karma… ti sei già fottuto con le tue stesse mani!!!
Quando sono tornata a casa, con il sapore amaro di quel caffè ancora in bocca e l’eco di quegli insulti gratuiti che mi rimbombavano nelle orecchie, mi sono seduta a guardare il vuoto. Sentivo una strana miscela di rabbia e delusione, una sensazione opprimente che non derivava tanto dalle parole violente di quel “signore” – se così vogliamo chiamarlo per pura cortesia accademica – ma dal contorno. Dal vuoto pneumatico che si è creato intorno a me in quel bar. Ero circondata da sguardi bassi, da tazzine improvvisamente diventate l’oggetto più interessante del mondo, da una paralisi collettiva che mi ha ferita più delle offese stesse. Mi sono chiesta dove fossero finiti tutti. Dove fossero quei paladini della giustizia che ogni giorno affollano le bacheche di Facebook, di Instagram o di TikTok con i loro lunghi post di solidarietà, le loro citazioni colte sulla parità di genere e i loro hashtag preconfezionati contro la violenza sulle donne. È facile essere femministi dietro uno schermo, è comodissimo ergersi a difensori dei deboli digitando sulla tastiera di uno smartphone, comodamente seduti sul divano di casa propria. Ma la realtà non ha filtri, non ha algoritmi che ti proteggono. La realtà ti sbatte in faccia la violenza la mattina presto, in un bar di provincia, mentre cerchi solo di goderti un momento di normalità. E in quel momento, la teoria si scontra con la pratica. La pratica, purtroppo, ha dimostrato che sotto la vernice della solidarietà moderna c’è solo un deserto di egoismo.
L’indifferenza dei presenti è l’aspetto che continuo a rivivere nella mia mente, come un nastro che si riavvolge senza sosta. Non riesco a darmi pace per quella sordità selettiva. Le persone presenti in quel locale conoscevano quel soggetto. Sapevano perfettamente con chi avessero a che fare, conoscevano la sua indole e, probabilmente, la sua totale mancanza di educazione e rispetto. Eppure, nessuno ha mosso un dito. Nessuno ha interrotto quel flusso di fango che mi veniva riversato addosso. Perché? Per paura di essere coinvolti? Per pigrizia? O forse perché, in fondo, si è persa l’abitudine a considerare l’altro come un proprio simile da tutelare? Io credo che l’indifferenza non sia semplicemente un atteggiamento passivo. L’indifferenza è una scelta d’azione ben precisa. Quando decidi di non intervenire mentre una donna viene aggredita verbalmente, insultata pesantemente nella sua dignità professionale e personale con epiteti squallidi, stai prendendo una posizione. Stai dicendo all’aggressore che il suo comportamento è tollerato, che lo spazio pubblico gli appartiene e che può continuare a vomitare la sua frustrazione sul prossimo senza subire alcuna conseguenza sociale. Il silenzio della stanza diventa la cassa di risonanza dell’insulto. Diventa una pacca sulla spalla a chi aggredisce. Mi sono sentita profondamente sola in quel momento, non perché non fossi in grado di difendermi da sola – le mie risposte e la mia dignità le ho mantenute ben salde – ma perché ho capito che il tessuto sociale che dovrebbe tenerci uniti si è completamente sfilacciato.
Viviamo nell’era dell’apparenza, ed è proprio questo il punto focale che mi fa orrore. Se quella stessa scena fosse stata filmata da un passante, probabilmente a quest’ora sarebbe diventata virale. Avremmo visto centinaia di commenti indignati, condivisioni furiose, messaggi di solidarietà da parte di perfetti sconosciuti pronti a condannare il “mostro” di turno per accaparrarsi la loro piccola quota di approvazione virtuale. Cerchiamo la notorietà attraverso le sfortune e le sofferenze altrui, trasformiamo la realtà in uno spettacolo da consumare rapidamente tra un reel e l’altro. Ma quando la scena si svolge dal vivo, l’istinto non è quello di aiutare, è quello di voltarsi dall’altra parte per evitare fastidi, oppure, peggio ancora, l’unico impulso primordiale che muove le dita è quello di accendere la telecamera per registrare l’orrore, anziché fermarlo. È una dinamica perversa che svuota di significato ogni concetto di empatia. La solidarietà è diventata una merce di scambio digitale, un vestito elegante da indossare la domenica sui social per far vedere quanto siamo bravi, civili ed evoluti. Poi, il lunedì mattina al bar, quel vestito viene riposto nell’armadio e si torna a tollerare la prepotenza quotidiana, la maleducazione più becera e l’aggressione verbale sistematica.
Ci lamentiamo costantemente dello stato in cui versa il mondo. Sentiamo ai telegiornali o leggiamo sul web notizie di cronaca agghiaccianti, e ogni volta ci produciamo in grandi sospiri collettivi, chiedendoci come sia possibile che l’umanità sia arrivata a questo punto. La risposta, purtroppo, è racchiusa nelle piccole scene quotidiane wie quella che ho vissuto io. La grande violenza non nasce dal nulla; germoglia e cresce nel terreno fertile preparato dalle piccole prevaricazioni di ogni giorno, quelle che decidiamo sistematicamente di ignorare. Se permettiamo che un individuo insulti una donna dandole della “puttana” o dicendole di “tornare a Milano” solo perché ha espresso un’opinione su un articolo di giornale, stiamo abbassando l’asticella di ciò che consideriamo accettabile. Stiamo dicendo che la prepotenza è la legge che governa i nostri spazi comuni. Il senso civico non è un concetto astratto da studiare nei libri di scuola, è una pratica quotidiana che si manifesta nel coraggio di dire “basta” quando si assiste a un’ingiustizia, anche minima, anche se non ci riguarda direttamente. Se perdiamo questo, se permettiamo che l’egoismo individuale schiacci il dovere morale della solidarietà, non abbiamo più il diritto di lamentarci se la società va a rotoli. Siamo tutti responsabili della qualità dell’aria che respiriamo nelle nostre comunità.
Nonostante l’amarezza di questa esperienza, c’è una certezza che mi fa camminare a testa alta, ed è la profonda convinzione che ogni azione generi un’onda di ritorno. Chi vive sputando veleno sugli altri, chi trae forza dal tentativo di umiliare il prossimo per nascondere la propria miseria interiore, ha già perso in partenza. Non c’è bisogno di scendere al suo stesso livello, non serve covare vendetta o risentimento distruttivo. La vita ha una sua precisione matematica nel rimettere a posto i tasselli. Quel “personal karma” di cui parlavo non è una punizione divina, ma la semplice conseguenza logica di come decidiamo di stare al mondo. Chi semina vento raccoglie tempesta, e chi vive nell’arrogante convinzione di essere superior solo perché possiede qualche soldo in più o perché crede di poter calpestare i diritti altrui, si sta costruendo una prigione di solitudine e disprezzo. Io continuo a credere nel valore delle parole dette con respeito, continuo a credere nella bellezza del confronto civile e, soprattutto, non smetterò mai di esprimere il mio pensiero ad alta voce, con la bocca pulita e la coscienza ancora di più.
Ombretta Restelli
