La mia trasgressione è essere me stessa | Ombretta Restelli
Chiedermi cos’è la trasgressione è come chiedere al contadino cos’è la vanga.
L’ho detta così, un giorno, quasi senza pensarci, mentre stringevo tra le mani una tazza di caffè ormai fredda e chiacchieravo del più e del meno. La reazione dei miei amici che mi stavano ascoltando in quel momento è stata un misto di silenzio improvviso e occhi spalancati, come se avessi appena pronunciato una formula magica o una mezza eresia. Eppure, per me, era solo la constatazione di un fatto ovvio. In fondo me lo sento dire spesso, in mille salse diverse, da persone che incrociano la mia strada anche solo per un attimo. Uomini e donne, senza troppa distinzione, si sentono in dovere di appiccicarmi addosso una definizione. C’è chi mi dice che sono strana, chi ammette di non aver mai conosciuto una donna come me, chi giura che io abbia qualcosa di profondamente particolare e chi, spingendosi un po’ più in là con la poesia, mi dice sospirando che emano luce. Ogni volta che succede io resto un po’ lì, sospesa a metà tra il sentirmi lusingata e l’essere sinceramente confusa. Mi guardo dentro e cerco di capire dove sia tutta questa stranezza che gli altri vedono così chiaramente. La verità è che io mica me ne rendo conto. Non c’è una strategia studiata a tavolino dietro i miei gesti, non c’è un copione nascosto nella borsa da tirare fuori all’occorrenza per fare colpo sul pubblico. C’è solo la mia vita quotidiana, con tutte le sue sgangherate e meravigliose tessere di mosaico, vissuta esattamente per come viene.
Questo mi porta a riflettere su quanto sia radicato il grande malinteso della trasgressione nella nostra società attuale.
Cosa vi viene in mente se provate a chiudere gli occhi e a pensare alla parola “trasgressione”? Scommetto qualsiasi cosa che la maggior parte di voi visualizzerà immediatamente scenari da film. Cose folli, eccessi da rockstar maledetta, notti brave passate a rincorrere l’alba, look stravaganti o chissà quali stranezze fuori scala destinate a scioccare i benpensanti. Abbiamo questa idea stereotipata e un po’ infantile per cui trasgredire debba per forza tradursi in un evento eccezionale, un costume appariscente da indossare una volta ogni tanto per fare un gran rumore e attirare i riflettori su di sé. Ci hanno insegnato che per uscire dai binari bisogna fare qualcosa di clamoroso, qualcosa che rompa i vetri e lasci tutti a bocca aperta. Ecco, se devo essere del tutto onesta, per me è l’esatto contrario. Ho sempre pensato che se la trasgressione diventa uno sforzo consapevole per farsi notare, se si trasforma in una recita mirata a stupire il prossimo, allora perde ogni briciolo di valore. Non è più vera libertà, diventa solo un’altra gabbia travestita da ribellione, una nuova maschera sociale da indossare per compiacere un’aspettativa, anche se quell’aspettativa chiede di essere alternativi a tutti i costi. Per me la trasgressione non è affatto un vestito della festa da sfoggiare il sabato sera per poi rimetterlo nell’armadio il lunedì mattina. È qualcosa di molto più umile, concreto e faticoso. È un attrezzo da lavoro. È la mia vanga personale, quella che tengo sempre a portata di mano.
Cosa vi viene in mente se provate a chiudere gli occhi e a pensare alla parola “trasgressione”? Scommetto qualsiasi cosa che la maggior parte di voi visualizzerà immediatamente scenari da film. Cose folli, eccessi da rockstar maledetta, notti brave passate a rincorrere l’alba, look stravaganti o chissà quali stranezze fuori scala destinate a scioccare i benpensanti. Abbiamo questa idea stereotipata e un po’ infantile per cui trasgredire debba per forza tradursi in un evento eccezionale, un costume appariscente da indossare una volta ogni tanto per fare un gran rumore e attirare i riflettori su di sé. Ci hanno insegnato che per uscire dai binari bisogna fare qualcosa di clamoroso, qualcosa che rompa i vetri e lasci tutti a bocca aperta. Ecco, se devo essere del tutto onesta, per me è l’esatto contrario. Ho sempre pensato che se la trasgressione diventa uno sforzo consapevole per farsi notare, se si trasforma in una recita mirata a stupire il prossimo, allora perde ogni briciolo di valore. Non è più vera libertà, diventa solo un’altra gabbia travestita da ribellione, una nuova maschera sociale da indossare per compiacere un’aspettativa, anche se quell’aspettativa chiede di essere alternativi a tutti i costi. Per me la trasgressione non è affatto un vestito della festa da sfoggiare il sabato sera per poi rimetterlo nell’armadio il lunedì mattina. È qualcosa di molto più umile, concreto e faticoso. È un attrezzo da lavoro. È la mia vanga personale, quella che tengo sempre a portata di mano.
Se ci pensate bene, la terra della nostra anima e della nostra mente va mossa ogni singolo giorno se vogliamo evitare che si indurisca, che diventi sterile e incapace di far crescere qualcosa di nuovo. La mia vanga quotidiana serve proprio a questo: a scavare con pazienza e decisione sotto la superficie apparentemente perfetta della routine, a sollevare le zolle del conformismo per evitare di farmi anestetizzare da quella cantilena letale che ripete continuamente “si fa così perché si è sempre fatto così”. Viviamo immersi in un mare di regole non scritte, di binari invisibili ma rigidissimi che ci dicono come dobbiamo comportarci, come dobbiamo vestici, cosa dobbiamo desiderare e persino come dobbiamo invecchiare. Quando decidi di non seguire quella corrente, quando decidi che quel percorso preimpostato non fa per te, non stai cercando di fare la rivoluzione sui giornali. Stai solo prendendo in mano il tuo strumento per arare il tuo pezzo di terra a modo tuo. C’è una fatica immensa e bellissima in questo processo, perché scavare significa anche scoprire parti di sé scomode, tirare fuori sassi che fanno male e radici vecchie che vanno tagliate. Ma è l’unico modo che conosco per non svegliarmi un giorno scoprendo che la mia vita è stata scritta da qualcun altro, mentre io ero troppo occupata a fare la brava ragazza seduta composta al mio posto.
Alla fine dei conti, sono arrivata alla conclusione che essere se stesse fino in fondo sia diventato l’atto più ribelle e trasgressivo che esista nel mondo contemporaneo. La mia più grande trasgressione, quella che fa alzare le sopracciglia alle persone che incontro e che fa dire loro che sono “strana” o “particolare”, non è legata a chissà quale segreto inconfessabile, è semplicemente il fatto che cammino per il mondo in modo totalmente spontaneo, senza filtri di sicurezza protettivi. Se ho qualcosa da dire, la dico, cercando di essere sincera ma mai crudele. Se sento che una situazione o una persona mi stanno strette, scelgo la mia strada e me ne vado senza chiedere il permesso a nessuno e senza pretendere che tutti comprendano le mie motivazioni. Rido troppo forte se una cosa mi fa divertire, anche se siamo in un luogo silenzioso, e me ne frego altamente se non rientro perfettamente nei binari rassicuranti in cui la società odierna vorrebbe infilare a forza una donna della mia età. Molti scambiano questa totale assenza di sovrastrutture per una posa, per un tentativo disperato di distinguersi dalla massa. Non capiscono che la mia non è un’esibizione, ma una forma estrema di onestà verso me stessa. Non ho il tempo né le energie per costruire un personaggio pubblico che piaccia a tutti; fatico già abbastanza a gestire la persona reale che sono, con tutti i suoi spigoli e le sue fragilità.
Gli altri la chiamano trasgressione, la guardano da lontano con curiosità o con un pizzico di invidia, ma per me si tratta di una questione molto più urgente e viscerale. Per me è pura sopravvivenza. È l’unico modo che ho per respirare a pieni polmoni in un’aria che spesso mi sembra terribilmente viziata da troppe ipocrisie e troppi sorrisi di circostanza. Se questo mio modo di stare al mondo finisce per emanare quella famosa “luce” di cui mi parlano, allora forse quel bagliore non è altro che il riflesso spontaneo di una libertà interiore che oggi è diventata una merce talmente rara da spaventare o affascinare chi l’ha dimenticata. Non mi sento speciale, non mi sento migliore di nessun altro e non ho verità assolute da insegnare a chi mi legge. Sono solo ostinatamente autentica, e il punto centrale di tutta la questione è che non saprei proprio come fare a essere diversa da così, anche se ci provassi con tutte le mie forze. Cambiare per adattarmi vorrebbe dire spegnere quel fuoco interiore, accettare di vivere a metà, camminare con le scarpe strette solo per non fare rumore sul pavimento. E io, onestamente, preferisco fare rumore, preferisco sporcarmi le mani di terra e continuare a usare la mia vanga ogni volta che sento il bisogno di ritrovare la mia verità più profonda.
Insomma, se essere autentici significa essere bizzarri, allora mi tengo stretta la mia follia quotidiana e continuo a scavare a modo mio. Dopotutto, la normalità è decisamente sopravvalutata.
Ombretta Restelli
