Il fenomeno | Ombretta Restelli
Quante pugnette per un paio di scarpe!
Tu si che sei un fenomeno!!
Fortunatamente è passato un pò di tempo ma ancora mi ricordo cosa mi è capitato un sabato pomeriggio, qualunque… Uno di quei pomeriggi che iniziano sotto i migliori auspici, con la promessa di una giornata tranquilla e piacevole, e che invece si trasformano in un’odissea psicologica ed emotiva che ti spinge a rivalutare seriamente le tue scelte di vita, o quantomeno le tue frequentazioni. Vengo subito al nocciolo della questione, in merito al personaggio ce ne sarebbero di aneddoti da raccontare ma questo in particolare lo ricordo con una certa enfasi. Sì, perché ci sono storie che col tempo sfumano, si sbiadiscono nella memoria, e ci sono storie che invece rimangono stampate nella mente come un film in alta definizione, complete di suoni, odori e, soprattutto, di quel fastidio sottile che pian piano si trasforma in una tempesta perfetta.
Tutto ha inizio in una giornata apparentemente normale. Sono a casa, mi sto rilassando e godendo il meritato riposo del fine settimana, quando improvvisamente il silenzio viene interrotto dallo squillo del telefono. Rispondo alla chiamata sul cellulare:
Pronto amore, volevo comprarmi delle scarpe oggi, che ne dici, mi accompagni a Pesaro così mi dai qualche consiglio?
Certo.
Ok, allora preparati che passo a prenderti.
Va bene, ciaooo.
Pronto amore, volevo comprarmi delle scarpe oggi, che ne dici, mi accompagni a Pesaro così mi dai qualche consiglio?
Certo.
Ok, allora preparati che passo a prenderti.
Va bene, ciaooo.
In quel momento, ingenua me, penso che dopotutto sia una richiesta carina. Chi non vorrebbe passare un sabato pomeriggio a spasso con il proprio partner, magari facendo un po’ di shopping leggero e scambiando quattro chiacchiere? Non potevo certo immaginare che quel “qualche consiglio” si sarebbe trasformato in una sessione di tortura psicologica medievale. Comunque, mi preparo al volo, infilo qualcosa di comodo ma adatto a un’uscita e aspetto il suo arrivo. Puntuale come un orologio svizzero, la sua macchina accosta sotto casa. Passa a prendermi, caffettino, bacino e via che si parte…
Il viaggio in macchina scorre via tranquillo, tra musica alla radio e discorsi leggeri. C’è quella tipica atmosfera di aspettativa che accompagna le gite del fine settimana. Il paesaggio scorre fuori dal finestrino mentre ci avviciniamo alla nostra meta, ignara del fatto che sto camminando spontaneamente verso il mio personale patibolo. Arriviamo a Pesaro, altro caffettino, un freddo cane, era dicembre ed imbacuccati come due abitanti del Polo Nord incominciamo la caccia al tesoro o meglio la ricerca della giusta scarpa per il suo piedino e sopratutto per il suo gusto difficile.
Quando dico un freddo cane, intendo quel gelo umido che ti penetra nelle ossa fin dal primo secondo in cui metti un piede fuori dall’abitacolo caldo dell’auto. Un vento pungente che ti taglia la faccia e ti costringe a tirare su la sciarpa fino agli occhi. Ma l’amore, o presunto tale, ti fa sopportare anche questo. Almeno all’inizio. Ci avviamo così verso il centro storico, pronti a perlustrare ogni singolo angolo utile.
Inizia lo spettacolo. Avanti e indietro per via Branca, osservando le vetrine dei negozi di calzature; belle queste però non mi convincono, uuhhh guarda quelle ehhh ma costano un patrimonio… Il copione si ripete identico davanti a ogni singola esposizione. Io cammino al suo fianco, cercando di fare mente locale su quanti strati di vestiti ho addosso e rendendomi conto, con crescente preoccupazione, che non sono assolutamente sufficienti a contrastare il microclima polare delle Marche in pieno inverno. Il fenomeno scruta i cristalli delle vetrine con l’occhio clinico di un perito d’arte, analizza le cuciture a distanza, critica i colori, storce il naso davanti ai prezzi e poi riparte a passo sostenuto verso la vetrina successiva. Dopo aver fatto la spola lungo la via per quella che a me sembra un’eternità, sentendo le dita dei piedi che stanno progressivamente perdendo sensibilità e iniziando a mostrare i primi sintomi di congelamento, decido che è il momento di intervenire attivamente. Non posso continuare a fare la statua di ghiaccio semovente.
Scusami ma perchè non entriamo e proviamo a chiedere se c’è un modello che ti piace?
Ok, entriamo.
Evviva ha detto si almeno mi posso scaldare un pochino intanto che lui cerca qualcosa di suo gradimento…
Ok, entriamo.
Evviva ha detto si almeno mi posso scaldare un pochino intanto che lui cerca qualcosa di suo gradimento…
Varcare la soglia del negozio è come ricevere un abbraccio caloroso. Sento l’aria calda del riscaldamento che mi accarezza le guance e per un attimo penso che la svolta sia finalmente arrivata. Mi sistemo su un divanetto, pronta a fare da spettatrice pagante a questa sfilata privata, convinta che all’interno di quelle mura accoglienti si consumerà l’atto finale di questa ricerca estenuante. Ecco, niente, il calore del negozio è durato poco, ha misurato un paio di scarpe ma non ne era convinto… Siamo nuovamente fuori al freddo… a ‘vascare’ per il corso principale del capoluogo marchigiano.
La delusione è cocente, quasi quanto il freddo che torna a colpirmi non appena rimettiamo piede in strada. Ricominciamo a camminare senza una meta apparente, avanti e indietro, su e giù per il corso, mentre la mia pazienza inizia a dare i primi, evidenti segni di cedimento. Le persone ci passano accanto allegre, stringendo i loro sacchetti degli acquisti, mentre noi sembriamo due anime in pena condannate a vagare per l’eternità alla ricerca della calzatura perfetta che, chiaramente, non esiste nella mente contorta del mio accompagnatore. La mia mente inizia a viaggiare verso mete calde, spiagge tropicali, o anche semplicemente verso il divano di casa mia con una tazza di tè bollente tra le mani. Qualsiasi cosa pur di non stare lì.
Finalmente la Sua Signoria ebbe un ripensamento:
Amore forse hai ragione tu, ritorniamo al tal negozio, ovviamente sito nella parte opposta rispetto a dove ci trovavamo in quel preciso istante, te pareva dissi tra me e me, voglio provarmi quel paio di scarponcini.
Evviva, entriamo, ahh meno male un pò di calore che bello, incontriamo una commessa che nonostante la stanchezza del saturday afternoon, decise di consigliarci l’acquisto e non di mollarci con il calzascarpe nelle mani.
Amore forse hai ragione tu, ritorniamo al tal negozio, ovviamente sito nella parte opposta rispetto a dove ci trovavamo in quel preciso istante, te pareva dissi tra me e me, voglio provarmi quel paio di scarponcini.
Evviva, entriamo, ahh meno male un pò di calore che bello, incontriamo una commessa che nonostante la stanchezza del saturday afternoon, decise di consigliarci l’acquisto e non di mollarci con il calzascarpe nelle mani.
La povera commessa, una santa donna con i piedi gonfi per le ore di turno accumulate, ci accoglie con un sorriso professionale che meriterebbe un premio al valore civile. Si vede che è sfinita, il negozio è pieno di clienti dell’ultimo minuto, ma decide comunque di dedicarci la sua totale e completa attenzione, ignara della trappola burocratica e decisionale in cui sta per cadere.
Vorrei provare quel modello di scarponi.
Che numero porta?
Il 42, rispose il fenomeno.
Che numero porta?
Il 42, rispose il fenomeno.
La commessa sparisce nel retrobottega e riappare dopo pochi istanti con la scatola della discordia. La posa a terra con delicatezza, apre il coperchio, scosta la carta velina e rivela gli agognati scarponcini. Il fenomeno si siede sulla poltroncina con la solennità di un re che sta per ricevere la corona. Li prova, prima il piede destro, poi il piede sinistro, non è convinto… allora inizia ad allacciarli, mezz’ora per farlo le stringhe a suo avviso sono troppo lunghe… per forza sono scarponcini, alti per giunta ti coprono anche il polpaccio, perciò vedi tu…
Io assisto alla scena con le braccia conserte, oscillando da un piede all’altro per mantenere attiva la circolazione. Guardo l’orologio. I minuti passano inesorabili. Lui è lì, concentrato sulle stringhe come se stesse disinnescando una bomba a orologeria. Passa l’asola dentro il passante, tira, incrocia, snoda, ricomincia da capo. La commessa rimane lì vicino, ferma, mantenendo un’espressione di composta attesa che confina con il misticismo.
Inizia la sfilata: come ti calzano? Sono stretti? Ti tocca l’alluce? Si, no, boh… continua imperterrito a guardarsi i piedi e camminare… Speriamo che si decida in fretta, se prima avevo freddo ora mi stanno salendo i caldoni!!! È incredibile come il corpo umano reagisca allo stress: sono passata dall’ipotermia totale a una caldana da menopausa precoce indotta dal fastidio. Lo guardo fare su e giù per il corridoio di moquette del negozio. Si ferma davanti allo specchio basso, si gira di lato, solleva il pantalone per vedere l’effetto della tomaia sulla caviglia, fa tre passi indietro, due avanti, molleggia sulle punte. Sembra un ballerino di danza classica alle prime armi, ma con molta meno grazia e molta più indecisione.
Un parto, anzi un lunghissimo travaglio!!! In conclusione la scelta è fatta! Questi mi piacciono che ne dici amore?
Siii, ti stanno bene. Nella mia testa un solo pensiero: voglio tornare a casa, quante pugnette per un paio di scarpe!
Siii, ti stanno bene. Nella mia testa un solo pensiero: voglio tornare a casa, quante pugnette per un paio di scarpe!
Il sollievo che provo in quel momento è indescrivibile. La tortura è finita, penso. Abbiamo l’oggetto del desiderio, la commessa può finalmente fatturare il suo sudato guadagno e io posso fare ritorno verso la civiltà e verso temperature umane. Adesso arriva il bello, il ‘genio’ si avvia verso la cassa felice della decisione, fiero del suo acquisto manco avesse scalato l’Everest in ciabatte. Cammina con quel tipico passo di chi si sente il padrone del mondo. Si posiziona davanti al bancone, la commessa digita velocemente sul computer e prepara la confezione con cura. Lui si gira verso di me. Con la faccia da culo che solo lui poteva avere, particolare che già in diverse occasioni avevo notato, esclama:
Amore mio ti piacciono?
Ancora me lo stai chiedendo? Certo mi piacciono e ti stanno bene risposi.
Amore, amore mio allora me le paghi tu?
Ancora me lo stai chiedendo? Certo mi piacciono e ti stanno bene risposi.
Amore, amore mio allora me le paghi tu?
Il tempo si ferma. Il rumore di fondo del negozio svanisce. In un nano secondo io e l’addetta alla cassa ci siamo guardate, sbigottite, basite, ma ci siamo capite al volo. È stato uno di quegli sguardi solidali tra donne che valgono più di mille trattati di sociologia. In quella frazione di secondo ci siamo dette tutto: la follia della richiesta, l’assurdità del personaggio, la sfacciataggine senza limiti di un uomo di cinquant’anni che fa il mantenuto romantico dopo avermi fatto congelare per ore. La cassiera ha sgranato leggermente gli occhi, io ho sentito il sangue salirmi dritto al cervello, ma non per il freddo, stavolta per la rabbia pura e l’incredulità.
Mi girai verso di lui, guardandolo dritto negli occhi, senza un briciolo di esitazione e con tutta la fermezza di cui ero capace in quel momento di pura epifania, e gli dissi:
Amore, amore mio stammi bene a sentire, alla ‘veneranda’ età ancora trovo chi vuole stare con me per piacere e non per soldi… e fidati che sono in tanti.
Vai a fare in c…o te e le tue scarpe.
Amore, amore mio stammi bene a sentire, alla ‘veneranda’ età ancora trovo chi vuole stare con me per piacere e non per soldi… e fidati che sono in tanti.
Vai a fare in c…o te e le tue scarpe.
La bomba era stata sganciata. Le parole sono risuonate nell’aria della cassa con una chiarezza cristallina. Ci fu una risata ed una strizzata d’occhio tra me e la cassiera; uscii immediatamente dal negozio lasciandolo solo a pagare, a quel punto di sicuro non poteva più tirarsi indietro… Non so quale espressione avesse sul volto in quel momento, se fosse rosso per la vergogna o semplicemente pietrificato dalla mia risposta, e onestamente non mi importava minimamente. L’orgoglio e la dignità avevano ripreso il sopravvento su ore di inutile anticamera al gelo.
Lo aspettai di fuori, immaginate le infamate che sono uscite dalla mia bocca… Il freddo di Pesaro non lo sentivo nemmeno più, ero letteralmente alimentata dal fuoco sacro della trans agonistica. Camminavo avanti e indietro sul marciapiede, parlando da sola come una pazza, ripassando mentalmente ogni singolo istante di quel pomeriggio assurdo.
Tu non hai gusti difficili…
Tu sei solo un coglione!!! Un grande coglione!!!
Tu non hai gusti difficili…
Tu sei solo un coglione!!! Un grande coglione!!!
Mentre sputavo fuoco contro il vento invernale, ho preso la decisione più saggia e liberatoria di tutta la giornata. Ho girato i tacchi e mi sono diretta a passo di marcia verso la stazione ferroviaria della città. Niente più macchina con lui, niente più viaggi condivisi, niente più silenzi imbarazzanti o spiegazioni non richieste. Salire su quel vagone, sentire il rumore delle porte che si chiudevano lasciando fuori quella follia, è stata la sensazione più bella del mondo. Mai stata più felice di prendere un treno per ritornare a casa.
Il bello di tutta questa faccenda? La ciliegina sulla torta di questo capolavoro di pomeriggio? È che la nostra relazione – o per meglio dire, la nostra frequentazione – era praticamente appena iniziata! Quei vari “amore”, “amore mio” e i bacini iniziali erano assolutamente esagerati, prematuri e totalmente fuori luogo, roba da far sembrare San Valentino un film horror. Fortunatamente, quel magico sabato invernale mi ha aperto gli occhi alla velocità della luce: dopo questo epico episodio ho chiuso la conoscenza all’istante, senza passare dal via. Del resto, era chiaro come il sole che il nostro “fenomeno” non stesse cercando una fidanzata, ma una filantropa. Anzi, diciamolo chiaramente: cercava una donna che lo mantenesse e gli facesse da sponsor ufficiale per i suoi capricci da cinquantenne. Mi spiace per lui, ma ha decisamente sbagliato banca.
Ombretta Restelli
