Perchè rimandiamo sempre la felicità? | Ombretta Restelli
Tra agende strabordanti e la costante illusione che il momento perfetto sia sempre un passo più in là, viaggio dentro la trappola del rinvio per capire perché l’ansia del futuro mi impedisce di abitare l’unico tempo che possiedo davvero.
C’è un’espressione subdola, quasi magica, che si insinua nelle mie giornate con la leggerezza di una promessa e la pesantezza di una condanna: “Lo farò domani”. Me lo dico davanti alla tazza di caffè che si raffredda sul tavolo, mentre fisso una lista di cose da fare che assomiglia sempre più a un elenco di buone intenzioni destinate al naufragio. Domani scriverò quel capitolo che ho in testa da settimane. Domani inizierò a camminare mezz’ora al giorno. Domani chiamerò quell’amica che non sento da mesi, le chiederò come sta davvero, senza la fretta di un messaggio vocale interrotto a metà. Domani, domani, domani. Il futuro, visto da qui, sembra sempre un luogo meraviglioso, spazioso, un immenso contenitore vuoto dove ci sarà tempo per tutto, dove io sarò magicamente più riposata, più ispirata, più coraggiosa. Ma la verità è che questo domani è una trappola perfetta. È un miraggio nel deserto della mia quotidianità, un modo elegante e socialmente accettabile per scappare da un presente che, a volte, mi sta semplicemente troppo stretto.
Se mi fermo a guardare come organizzo la mia vita, mi rendo conto di essere caduta in una forma di analfabetismo emotivo nei confronti del presente. Ho trasformato il “domani” in una discarica esistenziale in cui accumulo i miei sogni più autentici, lasciando al “presente” solo i doveri, le scadenze e le corse contro il tempo. È un paradosso ridicolo: vivo con l’ansia del futuro, con la testa costantemente proiettata su quello che accadrà la prossima settimana, il prossimo mese o tra cinque anni, eppure continuo a spostare in avanti l’inizio della mia vera vita. Mi ritrovo a pensare che la felicità sia una questione di incastri perfetti. Sarò felice quando avrò finito quel progetto, sarò serena quando avrò risolto quel problema, sarò finalmente me stessa quando avrò più spazio, più soldi, più certezze. Ma la precisione matematica della realtà – quella stessa realtà che mi ricordava come gli anni volino via in un soffio – mi sussurra che le condizioni perfette non esisteranno mai. Aspettare il momento ideale è solo il modo più sicuro per guardare la vita scorrere dal finestrino di un treno in corsa.
Questa tendenza a rimandare non è quasi mai pigrizia, anche se mi piace colpevolizzarmi dandole questo nome. Cavolo, se scavo un millimetro sotto la superficie, mi rendo conto che la procrastinazione è la figlia prediletta della paura. Rimando la scrittura perché ho paura che le parole non siano all’altezza delle mie aspettative. Rimando quella scelta importante perché decidere significa escludere, e l’idea di perdere un’opportunità mi paralizza. È molto più rassicurante mantenere un sogno nello stato fluido del “lo farò”, piuttosto che calarlo nella concretezza del “lo sto facendo”, esponendomi al rischio del fallimento, dell’errore o, peggio ancora, della mediocrità. Finché una cosa è confinata nel domani, rimane perfetta, intatta, priva di difetti. Nel domani sono una scrittrice straordinaria, una persona equilibrata, una donna che sa perfettamente cosa vuole. Nel presente, invece, devo fare i conti con la mia stanchezza, con i miei limiti, con le parole che si inceppano sulla tastiera e con la vita che si ingarbuglia senza chiedere il permesso.
C’è un’ansia sottile che si nutre di questa continua proiezione in avanti. È l’ansia del controllo, l’illusione di poter addomesticare il futuro pianificandolo nei minimi dettagli. Compriamo agende bellissime, scarichiamo applicazioni di produttività, tracciamo grafici e stabiliamo obiettivi con la precisione di un ingegnere aerospaziale. Ci convinciamo che se solo riusciremo a organizzare meglio il tempo, allora tutto sarà sotto controllo. Ma il tempo non si fa addomesticare. È un fiume in piena che se ne frega delle nostre tabelle di marcia. E così, l’agenda diventa uno specchio spietato che riflette la nostra incapacità di stare ferme. Riempiamo ogni spazio vuoto per non sentire il vuoto, per non ascoltare quelle domande scomode che emergono solo quando il rumore di fondo si attenua. Rimandiamo l’incontro con noi stesse perché quel dialogo ci fa paura, preferendo l’ansia rassicurante delle cose da fare all’ansia profonda di chiederci chi siamo diventate.
Che figata assurda sarebbe, invece, riuscire a disinnescare questo meccanismo. Riuscire a guardare il presente non come una sala d’attesa in cui consumare il tempo prima del prossimo evento, ma come l’unica stanza illuminata in una casa buia. Spesso mi ritrovo a vivere le giornate in apnea, aspettando il fine settimana, aspettando le vacanze, aspettando che passi quel periodo intenso. Ma a forza di aspettare che la tempesta passi, ci dimentichiamo di imparare a ballare sotto la pioggia – per citare una frase forse abusata, ma drammaticamente vera. Intere settimane scivolano via come un respiro indistinto, sacrificate sull’altare di un domani che promette sempre una tregua che poi, puntualmente, non arriva. Perché quando quel domani finalmente si trasforma in oggi, porta con sé nuove scadenze, nuove preoccupazioni, nuovi motivi per dire ancora una volta: “Va bene, se ne parla la prossima settimana”.
Questo atteggiamento crea una strana distorsione nella percezione dei miei giorni. Le giornate in cui rimando i miei desideri profondi per fare spazio solo ai doveri diventano lunghissime, pesanti, opache. Si trascinano stanche tra la noia e la fatica, lasciandomi la sera con una sensazione di vuoto e di frustrazione profonda. Non sono stanca perché ho fatto troppo, sono stanca perché ho fatto troppo poco di ciò che mi fa battere il cuore. È la stanchezza dell’anima che si nutre di occasioni mancate, di parole rimaste in gola, di slanci frenati dalla prudenza o dalla paura del giudizio. Mi accorgo che la vera minaccia non è il tempo che passa fuori di me, con il suo tic tac implacabile, ma il tempo che si congela dentro di me, bloccato in un’eterna vigilia che non diventa mai festa.
Se nel mio scorso articolo sognavo una macchina ferma tempo per congelare i momenti di pura gioia, oggi mi rendo conto che avrei bisogno di un’invenzione diversa: una macchina del “qui ed ora”, un dispositivo capace di darmi una scossa ogni volta che la mia mente scappa verso il futuro o si rifugia nel passato. Perché l’unico modo reale che abbiamo per dilatare il tempo, per non farlo volare via in un soffio, è abitarlo con un’attenzione assoluta, quasi feroce. Quando scrivo con tutta me stessa, quando ascolto un amico senza guardare lo schermo del telefono, quando mi godo un profumo o un panorama senza l’ansia di doverlo fotografare per dimostrare che ci sono stata, in quel preciso istante il tempo smette di essere un nemico. Si allarga, diventa accogliente, perde quella regolarità minacciosa che a volte mi fa paura.
Purtroppo, la tecnologia non ci offre scorciatoie e la realtà ci costringe a fare i conti con la nostra fragilità. Non esistono bottoni d’emergenza o macchine prodigiose. L’unico strumento che ho a disposizione è la mia volontà, la capacità di dire “adesso” invece di “domani”. È una disciplina difficilissima, che richiede il coraggio di accettare l’imperfezione. Significa accettare di scrivere una pagina brutta pur di scrivere, di fare una passeggiata di dieci minuti se non si ha un’ora a disposizione, di vivere un amore imperfetto invece di aspettare il principe azzurro dei romanzi. Significa, in definitiva, accettare di essere umane, fallibili e vulnerabili, ma vive.
La vera sfida non è eliminare l’ansia del futuro, che in fondo è una componente inevitabile della nostra natura di esseri pensanti e dotati di immaginazione. La sfida è non permettere a quell’ansia di diventare la regista delle mie giornate. Voglio imparare a guardare il domani non come un rifugio in cui nascondere i miei fallimenti presenti, ma come un orizzonte aperto che si costruisce un passo alla volta, partendo da dove mi trovo adesso. Taac! Basta un piccolo spostamento dello sguardo, un click mentale per cambiare marcia e accorciare le distanze tra la donna che sono e quella che vorrei essere.
Mentre finisco di scrivere queste parole, sento il tic tac dell’orologio in sottofondo. Non lo percepisco più come una minaccia, o almeno ci provo. I secondi continuano a scivolare via, leggeri e implacabili, ma questa volta non mi sento trascinata dalla corrente. Provo a spalancare gli occhi su questo esatto millesimo di secondo, su questa luce che entra dalla finestra, su questa voglia di fare che non voglio delegare a domani. Il futuro arriverà, con le sue risposte e le sue domande, ma oggi sono io a decidere quale pagina del mio libro voglio sfogliare. E decido di scriverla adesso, senza concedere sconti alla paura, accettando la bellezza e la fragilità di questo unico, irripetibile presente.
Ombretta Restelli
