Vita in standby | Ombretta Restelli

Vita in standby | Ombretta Restelli

L’equilibrio precario della trapezista sul filo del passato

Ehh che cavolo però!
Io ancora ti penso, spesso, troppo, troppo spesso. È una presenza costante, un rumore di fondo che non accenna a spegnersi, un pensiero fisso che si insinua nelle pieghe delle mie giornate e non mi lascia respirare. Ci sono momenti in cui mi convinco di aver voltato pagina, di aver finalmente superato quel confine invisibile che separa il passato dal presente, eppure mi ritrovo daccapo, a fare i conti con la tua assenza che si fa ingombrante. È incredibile come il tempo passi, eppure alcune cose rimangano lì, immutate, come congelate in un limbo temporale che non riesco a scardinare in nessun modo.
Mi sento come se fossi rimasta in sospeso, una trapezista che dondolando sulla corda in balia del vuoto, cerca il suo equilibrio. Sotto di me non c’è una rete di protezione, c’è solo quel vuoto d’aria che toglie il respiro e che mi costringe a guardare giù, anche quando vorrei soltanto guardare avanti. Cammino su quel filo sottilissimo ogni singolo giorno, oscillando tra il desiderio profondo di andare avanti e la forza di gravità di tutto quello che è stato. L’equilibrio sembra sempre a un passo, a portata di mano, ma basta un soffio di vento, un pensiero improvviso, per farmi vacillare di nuovo e rimettere tutto in discussione.
Ecco! Sono rimasta come quel piccolo led rosso della tv, non sono on, non sono off, sono in standby! È esattamente questa la sensazione più frustrante: un’esistenza a metà, un’attesa perenne di qualcosa che forse non arriverà mai, o che forse è già andato via per sempre. Non ho l’energia per accendermi del tutto e rimettermi in gioco con lo stesso entusiasmo di prima, ma non riesco nemmeno a spegnermi, a mettere un punto definitivo, a staccare la spina per trovare la pace. Rimango lì, in quella penombra tiepida e silenziosa, un canale interrotto che aspetta un segnale, un impulso, una parola che possa dare un senso a tutta questa immobilità.
Basta un nulla per rompere questo stato di apparente calma. Arriva un ricordo e la lucetta comincia a lampeggiare, modalità on… Può essere una canzone trasmessa alla radio per caso mentre guido, il profumo di qualcuno che mi passa accanto per strada, uno scorcio di cielo che assomiglia a quello di una sera precisa, o persino una parola pronunciata da uno sconosciuto con la tua stessa intonazione. In quel millesimo di secondo, la protezione crolla. Tutto si riaccende all’improvviso, con una violenza e una nitidezza che mi lasciano senza fiato. Mi ritrovo proiettata indietro nel tempo, come se quegli istanti non fossero mai passati, come se tu fossi ancora qui, a un millimetro da me, reale e tangibile.
Poi comincia la parte più faticosa, quella della digestione emotiva. Cerco di metabolizzare quell’ammasso di reminescenze e come per incanto la lucetta ritorna fissa, immobile, modalità standby… e così via… Tento di dare un ordine a quel caos di immagini, di parole dette e non dette, di promesse sbiadite che mi porti dentro. È un lavoro mentale estenuante, un tentativo continuo di archiviare il passato, di infilarlo in un cassetto della mente e chiuderlo a chiave. Ma la chiave sembra non girare mai del tutto. La lucetta si stabilizza, torna rossa, fissa, ma so benissimo che è solo una tregua temporanea, un armistizio fragile pronto a saltare al prossimo stimolo esterno.
E la cosa più logorante è che questo ciclo non si ferma mai. Va avanti così, tutti i giorni e le notti così, da tanto, troppo tempo ormai. Le notti sono forse la parte peggiore, quando il silenzio intorno a me amplifica i pensieri e la stanza diventa il palcoscenico di tutti i miei dubbi. Mi rigiro nel letto, fisso il soffitto e mi chiedo come sia possibile che una persona possa lasciare un’impronta così profonda, così indelebile, da condizionare il ritmo stesso dei miei respiri. È una giostra emotiva che gira senza sosta, un loop infinito che mi toglie le forze e mi fa rabbia, perché mi rendo conto di quanto potere io stia ancora dando a qualcosa che appartiene soltanto al passato.
Questa condizione di standby mi fa riflettere profondamente su cosa significhi davvero legarsi a qualcuno e, soprattutto, su quanto sia difficile lasciar andare. A volte penso che il vero problema non sia tanto il ricordo in sé, quanto il rifiuto inconscio di accettare che una storia, o una fase della vita, sia giunta al termine. Ci aggrappiamo ai frammenti di ciò che è stato perché abbiamo paura del vuoto che resta quando quei frammenti svaniscono del tutto. Preferiamo rimanere in standby, con quella lucetta rossa che ci ricorda che qualcosa è ancora vivo, piuttosto che affrontare il buio completo dello spegnimento, che è l’unico spazio in cui, paradossalmente, si può accendere qualcosa di totalmente nuovo.
Fa male ammetterlo, ma questa sospensione è una trappola che ci costruiamo da soli. Essere come quella trapezista significa vivere nel terrore costante di cadere, senza mai goderci il panorama o decidere di scendere e toccare terra con i piedi. Ci convinciamo che ricordare sia un modo per proteggere l’amore o il dolore che abbiamo vissuto, come se dimenticare o superare fosse un tradimento nei confronti di noi stessi o dell’altro. Invece, mantenere la mente e il cuore in questo stato di perenne attesa non fa altro che consumare la nostra energia vitale, lasciandoci spettatori passivi di una vita che continua a scorrere fuori dalla finestra, mentre noi siamo bloccati a fissare un led luminoso.
Forse la vera svolta arriva quando smettiamo di combattere contro i ricordi e iniziamo ad accettarli per quello che sono: cicatrici di un percorso, testimonianze del fatto che abbiamo amato, sofferto e vissuto intensamente. Non dobbiamo forzarci a cancellare il passato, ma dobbiamo imparare a togliergli il potere di bloccare il nostro presente. La modalità standby non può essere un destino, deve essere solo una transizione. È tempo di raccogliere il coraggio, guardare quel vuoto sotto il trapezio e fare quel salto necessario verso una terra ferma, dove non ci si limita a rimanere accesi a metà, ma si torna a vivere a pieno regime.
Oggi, guardando quella piccola luce rossa, sento che è arrivato il momento di fare una scelta consapevole. Non posso permettere che la mia vita si riduca a un eterno lampeggiare tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. I ricordi continueranno a bussare alla porta, è inevitabile, ma sarò io a decidere se lasciarli accomodare o se guardarli passare come nuvole spinte dal vento. Questo lungo tempo in sospeso mi è servito per capire quanto profonda sia la mia capacità di sentire, ma ora quella stessa profondità devo usarla per ricostruire il mio equilibrio. È ora di premere quel tasto, di uscire dal limbo e di ricominciare a camminare, non più su di un filo…
Ombretta Restelli

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