Perchè le anime pure spaventano | Ombretta Restelli

Perchè le anime pure spaventano | Ombretta Restelli

La purezza d’animo non si vede e non si sente

Ci sono parole che ti si cuciono addosso non appena le incontri, definizioni che sembrano scritte da qualcuno che ha spiato dentro la tua stanza segreta, quella dove custodisci i pezzi più fragili e autentici di te stessa. Di recente mi sono imbattuta in una frase che recitava che le anime pure spaventano perché non mentono, non si piegano, non si vendono. Ricordo di aver fissato lo schermo del mio telefono per diversi minuti, con il respiro sospeso e un sorriso amaro sulle labbra, pensando a quanto mi piacciono queste definizioni e a quanta spietata verità ci sia dietro ogni singola sillaba. È una descrizione che risuona dentro di me come un’eco antico, capace di dare finalmente un nome e una forma a quel modo di stare al mondo che per tutta la vita mi ha fatta sentire un’aliena, una nota stonata in un coro di voci tutte ugualmente impostate.
Vivere con questa forma di purezza d’animo significa scegliere, ogni singolo giorno, l’assoluta totalità della trasparenza. Non si tratta di una scelta di comodo, tutt’altro, è una necessità viscerale, un modo di respirare che non ammette filtri o maschere di circostanza. Per me, essere chiari di fronte ad ogni forma di dialogo, sia esso un dialogo introspettivo e silenzioso con lo specchio della propria coscienza, sia esso un confronto aperto con le altre persone, rappresenta l’unico modo accettabile di esistere. La trasparenza non è assenza di sfumature, ma il rifiuto categorico di nascondersi dietro i fumi dell’ambiguità. Quando parlo con qualcuno, offro me stessa senza sconti e senza trucchi, e la stessa disarmante verità la pretendo da me stessa quando mi ritrovo da sola, a fare i conti con le mie paure, le mie fragilità e i miei sogni più nascosti. È un patto di fedeltà interiore che non posso e non voglio rompere, anche quando l’onestà diventa un peso difficile da trascinare.
In un contesto sociale in cui il successo viene spesso misurato sulla capacità di scavalcare gli altri o di accumulare consensi effimeri, riscopro in me un sentimento che molti considerano raro, quasi anacronistico: il non avere nessuna forma di invidia, anzi, il saper gioire sinceramente per la felicità altrui. Quando vedo una persona realizzare un proprio desiderio, raggiungere un traguardo sudato o semplicemente sorridere di una gioia pulita, sento una vibrazione positiva che si espande anche dentro il mio petto. La felicità degli altri non toglie nulla alla mia, al contrario, la arricchisce, la moltiplica. È come se il mondo si illuminasse un po’ di più per tutti ogni volta che qualcuno trova il suo pezzetto di paradiso. Per questo motivo, mi risulta del tutto alieno e incomprensibile quel veleno silenzioso che stringe il cuore di tanti quando vedono il successo altrui. Non riesco a concepire la cattiveria, soprattutto quella cattiveria gratuita, esercitata senza un motivo reale, solo per il gusto di ferire, di sminuire o di spegnere la luce nei cuori degli altri. Per me, questa cattiveria ingiustificata è in assoluto la forma peggiore di miseria umana, un buio dell’anima che deforma la realtà e allontana le persone dalla loro stessa umanità. Non c’è nulla di più doloroso del vedere qualcuno che ferisce un suo simile solo per colmare il vuoto della propria insoddisfazione, ed è una dinamica dinanzi alla quale preferirò sempre fare un passo indietro, per preservare la mia integrità e la mia pace.
E poi ci sono i compromessi, quella terra di mezzo così amata da chi preferisce navigare nell’ombra per non correre rischi. A me i compromessi non piacciono per niente. Per il mio modo di vedere e di sentire la vita, la realtà è bianca o nera. Questo non significa essere rigidi o incapaci di comprendere le sfumature emotive delle situazioni, tutt’altro. Significa semplicemente che quando si parla di valori fondamentali, di rispetto e di dignità, non esistono mezze misure o zone grigie in cui negoziare la propria identità. Per me, questa radicalità significa avere un’integrità morale solida, una colonna vertebrale che non si flette a seconda di come soffia il vento della convenienza. Significa l’assoluto rifiuto di vendersi, il non barattare mai i propri principi in cambio di un briciolo di approvazione, di un bando di favore o di una finta armonia. Essere fedeli a se stessi è un compito quotidiano, un esercizio di coraggio che richiede una forza immensa, specialmente quando tutto intorno sembra spingerti nella direzione opposta, quella del conformismo e del silenzio accondiscendente.
So perfettamente che questo mio atteggiamento ha un prezzo, un prezzo spesso molto alto da pagare. Non è facile camminare a testa alta quando la tua stessa coerenza viene scambiata per superbia o per rigidità. Questo mio modo di essere mi ha portata, nel corso degli anni, ad essere esclusa da molte persone, allontanata da dinamiche di gruppo o tagliata fuori da situazioni lavorative e personali in cui la maschera era considerata il biglietto da visita obbligatorio. Mi è capitato di vedere porte chiudersi all’improvviso, di percepire il gelo di silenzi improvvisi o di essere lasciata ai margini perché la mia presenza, priva di filtri e di sottomissioni, risultava scomoda, quasi minacciosa. All’inizio, lo ammetto, faceva male. C’era un senso di ingiustizia e di solitudine che mi stringeva lo stomaco, facendomi dubitare delle mie stesse scelte. Ma oggi, guardandomi indietro con la maturità di chi ha imparato a conoscersi a fondo, posso dire con assoluta fermezza che per me va benissimo così. Preferisco mille volte la solitudine di uno spazio aperto e pulito all’affollamento soffocante di una stanza piena di finzioni. Quell’esclusione, che un tempo vivevo come una punizione, oggi la considero la mia più grande medaglia al valore, il segno tangibile che non ho permesso al mondo di sporcare ciò che ho di più caro.
Esiste un altro lato di questa purezza d’animo, una sfaccettatura che considero il mio tesoro più prezioso e, al tempo stesso, il mio scudo contro le brutture della quotidianità. Si tratta della capacità intrinseca di vedere il mondo con gli occhi di un bambino. È quel dono straordinario che permette di conservare intatto lo stupore, di riuscire a meravigliarsi anche del niente, o meglio, di quello che la maggior parte degli adulti considera “niente”. Per me, il niente non esiste. C’è una bellezza struggente e infinita nascosta nei dettagli più insignificanti della giornata: il disegno geometrico di una ragnatela bagnata dalla rugiada del mattino, il profumo della terra dopo la pioggia, il riflesso del sole su una pozzanghera, il battito d’ali di un uccello sul davanzale. Trovare la bellezza in qualsiasi cosa non è un esercizio di stile, ma un modo spontaneo di percepire l’esistenza. È la capacità di fermarsi, di sospendere il giudizio e il ritmo frenetico della vita per lasciarsi attraversare da un istante di pura meraviglia.
Molte persone, non comprendendo questo mio modo di relazionarmi con il mondo, mi dicono che a volte sono infantile. Lo dicono spesso con un pizzico di sufficienza, come se il mio entusiasmo fosse una mancanza di maturità, un difetto di fabbrica di chi non è ancora stato indurito dalle delusioni della vita. Ma io so che non è così. Per me non si tratta affatto di infantilismo o di ingenuità cieca; si tratta di stupore, si tratta di profonda meraviglia. Essere capaci di meravigliarsi non significa non vedere il dolore del mondo o ignorare le sue complessità, significa scegliere di non farsi anestetizzare dal cinismo. Significa proteggere quella parte di noi che crede ancora che la vita meriti di essere guardata con ammirazione e rispetto. I bambini hanno questo superpotere: non guardano il mondo per giudicarlo o per usarlo, lo guardano semplicemente per scoprirlo. Mantenere vivi quegli occhi dentro un corpo adulto è l’atto di ribellione più grande che si possa compiere oggi.
Le anime pure spaventano proprio per questo motivo: sono uno specchio troppo nitido. Quando una persona non mente, non si piega alle convenienze e non si vende al miglior offerente, costringe inevitabilmente chi le sta intorno a guardare le proprie crepe, le proprie bugie e i propri compromessi. La purezza non ha bisogno di gridare per farsi sentire; la sua sola presenza silenziosa e coerente destabilizza chi ha costruito la propria esistenza sulla finzione. Chi vive nell’ambiguità percepisce la trasparenza altrui come un atto d’accusa, come un pericolo per la propria stabilità di cartapesta. È per questo che cercano di sminuirti chiamandoti infantile, è per questo che ti escludono. Ma in quella distanza che gli altri creano attorno a te, si genera uno spazio sacro, un luogo dove la tua anima può continuare a respirare l’aria pulita della verità.
Camminare su questa strada richiede una buona dose di solitudine, ma è una solitudine ricca, popolata da una profonda pace interiore. Non c’è prezzo paragonabile alla sensazione di andare a dormire la sera sapendo di non aver tradito la propria natura, di non aver svenduto un solo centimetro della propria dignità per un briciolo di convenienza. La mia integrità morale non è in vendita, e se il prezzo da pagare per mantenerla è l’esclusione da certi tavoli, allora sono felice di cenare da sola, guardando il cielo dalla mia finestra con lo stesso identico stupore di quando ero bambina. La bellezza del mondo non si spegne solo perché qualcuno decide di non vederla, e io continuerò a cercarla, a custodirla e a gioirne, fiera di essere un’anima che spaventa i mercanti di maschere e che continua, nonostante tutto, a meravigliarsi di fronte al miracolo quotidiano della vita.
Ombretta Restelli

CONTATTAMI



Telefono:

+39 347 4602944

Invia un messaggio

    I campi con asterisco * sono obbligatori





    *Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.