Tutti per uno, uno per tutti?
Dietro le maschere del perbenismo: il dolore nascosto dell’ipocrisia sociale
«Tutti per uno, uno per tutti».
Sì, certo. Come no.
C’era una volta, appunto. Perché oggi quel motto cavalleresco, quell’idea romantica di solidarietà e di unione fraterna, non esiste più. È andata letteralmente a farsi fottere.
Se ci guardiamo intorno con un briciolo di onestà intellettuale, ci accorgiamo che quel concetto è stato svuotato, ridotto a uno slogan pubblicitario privo di senso. Oggi il «tutti per uno» esiste solamente per comodità. È diventato un gioco al massacro regolato da una strana matematica sociale: tutti presenti quando c’è da salire sul carro dei vincitori, tutti assenti quando c’è da prendersi una responsabilità o quando qualcuno affonda e avrebbe bisogno di una mano tesa. La falsità e l’ipocrisia, soprattutto, regnano sovrane in ogni angolo della nostra quotidianità, trasformando le relazioni umane in una melassa appiccicosa e artificiale.
Siete mai stati a teatro? Penso di sì. È un’esperienza affascinante. Ma provate a dimenticare la magia della finzione artistica per un momento. Immaginate di sedervi in platea, al buio. Il brusio del pubblico in sala sfuma lentamente, le luci si spengono, il silenzio diventa pesante. Sentite il fruscio del velluto rosso: si alza il sipario. Ora provate a immaginare la scena. Benvenuti alla prima dello spettacolo più replicato al mondo: Tutti contro tutti, atto primo.
I personaggi che popolano questo palcoscenico sono figure ambigue, dai contorni sfocati e cangianti. Non indossano abiti normali, ma costumi sontuosi fatti di menzogne cucite su misura e tessuti di pura falsità. Le loro gesta sono calcolate al millimetro, i loro sorrisi ingannevoli sono stampati sulle facce come maschere di carnevale difficili da staccare. Li vedi muoversi con disinvoltura coreografica: si salutano calorosamente, si abbracciano con un trasporto che sembra quasi sincero, si riempiono la bocca di complimenti stucchevoli. Li osservi mentre prendono un caffè al bancone del bar o mentre cenano tutti in compagnia attorno a tavole imbandite, ridendo a crepapelle per battute che non fanno ridere nessuno. Si offrono continuamente, ostentano una disponibilità commovente, recitano la parte delle anime caritatevoli e protettive. Ti guardano negli occhi, ti stringono la mano e ti sussurrano paroline dolci: «Mi raccomando, conta pure su di me! Per qualunque cosa, io ci sono».
È una recita perfetta. Un ingranaggio oliato dove ognuno sa esattamente quando entrare in scena, quale battuta pronunciare e quale espressione contrita o entusiasta mostrare a favore di pubblico. Tutti attori consumati, tutti registi della propria apparenza.
Poi, però, la messinscena si incrina. Il ritmo cambia ed entra in vigore il cambio di scena.
Atto secondo.
Il dramma si complica perché sul palcoscenico entra in scena la figura principale, l’ospite inatteso che nessuno ha invitato ma che riesce sempre a imbucarsi: la Verità. Non si presenta con squilli di tromba, ma sotto forma di domande taglienti, dirette, che squarciano il velo di fumo delle buone maniere. Domande che non lasciano vie di scampo.
Ti avvicini a uno di loro, lo isoli dal coro delle voci bianche e gli chiedi: «Ma scusami, tu non eri quella che fino a ieri sparlava di lui dietro le spalle, vomitando veleno su ogni sua scelta, e ora lo abbracci come se fosse tuo fratello?».
E poi ti giri verso un altro, lo punti con il dito e stringi il cerchio del riflettore su di lui: «E tu? Sì, tu, dico proprio a te… Ma l’altro giorno non eri seduto vicino a me? Mi descrivevi quella persona come un essere gentile, simpatico, un vero amico su cui fare affidamento. E ora dove ti ritrovo? Ti ritrovo a prenderlo per i fondelli, a sputare sentenze e a ridicolizzarlo in una cavolo di chat di gruppo su WhatsApp!».
E poi ti giri verso un altro, lo punti con il dito e stringi il cerchio del riflettore su di lui: «E tu? Sì, tu, dico proprio a te… Ma l’altro giorno non eri seduto vicino a me? Mi descrivevi quella persona come un essere gentile, simpatico, un vero amico su cui fare affidamento. E ora dove ti ritrovo? Ti ritrovo a prenderlo per i fondelli, a sputare sentenze e a ridicolizzarlo in una cavolo di chat di gruppo su WhatsApp!».
Le chat di gruppo. Quel meraviglioso, moderno colosseo digitale dove l’ipocrisia trova il suo habitat ideale. Lì, protetti dallo schermo di uno smartphone, i leoni da tastiera sbranano la reputazione di chiunque non sia presente in quel momento per difendersi. È lì che i sorrisi del caffè della mattina si trasformano nelle coltellate della sera. Ci si scambia meme per denigrare, si ride alle spalle, si creano fazioni. Si costruiscono alleanze di cartone destinate a sciogliersi alla prima pioggia.
Che belle queste persone, vero? Meriterebbero un premio per la cinematografia della sopravvivenza sociale. Ma la cosa più straordinaria — e al tempo stesso patetica — accade quando decidi di rompere il patto del silenzio. Quando smetti di stare al gioco e le metti di fronte al fatto compiuto. Nel momento esatto in cui mostri loro la realtà, portando le prove della loro doppiezza, assisti a una metamorfosi istantanea. Quei lupi famelici che ringhiavano nell’ombra delle chat, quegli splendidi esteti della parola, si trasformano improvvisamente in pecorelle mansuete. Li vedi balbettare, cercare scuse assurde, arrampicarsi sugli specchi della sfortuna o del malinteso. Diventano creature completamente spoglie, nude, spodestate in un secondo dalle loro stesse bugie. Rimangono lì, imbarazzati, privi di quella corazza di falsità che credevano indistruttibile.
Guardandoli bene in quei momenti di totale nudità morale, non provi nemmeno rabbia. Solo una profonda, immensa pena. Sono anime sporche, vili, capaci di svendere la propria dignità per un briciolo di approvazione sociale o per paura di rimanere esclusi dal branco. Che tristezza infinita. Che vuoto pneumatico si nasconde dietro quei vestiti firmati e quei profumi costosi che non bastano a coprire l’odore del loro tradimento quotidiano.
Calate il sipario, per favore. Ve lo chiedo come favore personale: tirate giù quella corda e chiudete questa farsa. Ho già visto abbastanza. Non ho bisogno di rimanere seduto in questa platea fino alla fine della replica. Anche perché, ammettiamolo, questo non è uno spettacolo stagionale o un evento eccezionale. Tutti i santi giorni assisto a queste esibizioni, direttamente o indirettamente. Lo vedo sul posto di lavoro, dove i colleghi si pugnalano alle spalle per uno scatto di carriera; lo vedo nelle compagnie di amici storici, dove il pettegolezzo è l’unico collante rimasto; lo vedo persino nei contesti familiari, dove le cortesie di facciata nascondono rancori mai assorbiti.
È una costante della nostra vita. Una recita a cui siamo costretti ad assistere e, a volte, persino a partecipare per non essere masticati ed espulsi dal sistema. Io provo disgusto per tutto questo. Un disgusto profondo, viscerale, che parte dallo stomaco e sale fino alla gola. Se dovessi descrivere questa quotidiana rappresentazione della miseria umana, se dovessi fare una recensione onesta di questo spettacolo permanente, non userei giri di parole eleganti o metafore filosofiche. No. La racchiuderei in una sola, unica, cruda parola: vomito!
Sì, avete capito bene. Mi fate venire i conati di vomito. A guardare le vostre facce doppie, a sentire le vostre promesse di plastica, a leggere i vostri messaggi intrisi di finta solidarietà. Sento una nausea fisica che non si placa. La mia bile sta letteralmente per scoppiare a forza di ingoiare i rospi della vostra incoerenza, a forza di fare finta di niente per il vivere civile, a forza di vedere calpestati i valori della lealtà e del rispetto reciproco.
Siamo circondati da un grigiume morale che spegne ogni entusiasmo. Viviamo in un bianco e nero fatto di ombre, di retroscena fumosi, di mezze verità che valgono quanto le peggiori bugie. Questo teatrino delle marionette ha stancato. È ripetitivo, noioso, tossico.
Basta con questo teatrino! Basta con le maschere di pirandelliana memoria, basta con le sceneggiate napoletane della finta amicizia, basta con i drammi borghesi recitati da quattro dilettanti della coerenza. Io non voglio più essere un complice silenzioso di questa finzione. Non voglio più applaudire per educazione alla fine di una vostra performance ipocrita.
Io voglio un cinema a colori! Voglio la realtà della pellicola, voglio la luce forte che sbatte in faccia alle cose e ne mostra i contorni reali, senza filtri e senza trucchi da palcoscenico. Voglio persone che abbiano il coraggio di dire un «vaffanculo» sincero piuttosto che un «ti voglio bene» finto. Voglio la vividezza dei sentimenti veri, anche quando sono duri, anche quando fanno male o separano le strade. Voglio i colori accesi dell’onestà, il rosso della passione autentica, il blu della fiducia incrollabile, il verde della speranza che non si vende al miglior offerente. Voglio una vita che non debba nascondersi dietro le quinte per essere vissuta. Voglio guardare qualcuno negli occhi e sapere che quel riflesso è reale, non il trucco di un gioco di specchi teatrale. Lasciatevi le vostre maschere, io mi tengo la mia faccia.
Ombretta Restelli
