Uscire dalle sabbie mobili del cuore: quando l’empatia diventa una prigione
L’abisso del cuore: quando l’empatia diventa una prigione e come tornare a respirare
Io sono veramente esausta.
È una parola, “esausta”, che oggi pesa come un macigno sul mio petto. Non descrive solo una stanchezza fisica che si risolve con una notte di sonno, ma uno svuotamento dell’anima, un’erosione profonda che parte dall’interno. Mi sento delusa, amareggiata, come se all’interno del mio corpo, proprio sotto la cassa toracica, si fosse aperta una voragine improvvisa. Un enorme vuoto che non riesco a colmare in nessun modo, un’assenza di senso che sembra risucchiare ogni colore e ogni barlume di energia della mia vita quotidiana.
Il circolo vizioso: tra forma e sostanza
Da alcuni mesi ormai cerco di comprendere. Penso e ripenso a come sia possibile che, nonostante io continui a ripetermi con fermezza che certe dinamiche non debbano più ripetersi, ecco che accade di nuovo. Mi ritrovo puntualmente nello stesso punto di partenza, come se fossi intrappolata in un labirinto senza uscita. È un circolo vizioso completo, sia nella forma che nella sostanza; è l’unica amara deduzione a cui posso arrivare arrivata a questo punto.
Sbaglio, sbaglio sempre. Mi chiedo spesso cosa mi attragga così tanto di quello che definisco il “vizio di forma”. Mi riferisco a tutto ciò che mi circonda, a quella cornice luccicante fatta di apparenze e promesse. Mi riferisco a certi uomini che ho incontrato nella mia vita, figure che inizialmente sembrano brillare ma che nascondono un “orribile” vizio di sostanza. È quel bisogno malato che mi spinge a sostenerli, a giustificarli nelle loro infinite problematiche, fino al punto da esserne completamente assorbita. Mi trasformo in un porto sicuro per chi non vuole navigare, in una stampella per chi non vuole camminare, annullando me stessa nel processo.
La quotidianità in una “fottutissima situazione vortiginosa”
Allora io mi domando: come posso fare ad uscire da questa fottutissima situazione vortiginosa? Ci sono giorni in cui il dolore diventa così denso da impedirmi persino di mangiare o di dormire. La mia intera quotidianità smette di appartenermi e inizia a ruotare ossessivamente attorno alla malinconia, alla noia, alle lacrime. È un vuoto assoluto che mi impregna l’anima, rendendo ogni respiro faticoso, ogni gesto banale un’impresa titanica.
La cosa più assurda e frustrante è la lucidità. Mi rendo perfettamente conto di ciò che accade mentre sta accadendo. Vedo chiaramente il meccanismo: più aiuto la persona che ho accanto, più io affosso me stessa. È una consapevolezza crudele. Mi sento stupida a prendere coscienza del baratro e, nonostante tutto, non riuscire ad agire, restando immobile a guardare la mia stessa caduta.
La palude emozionale e il peso dell’empatia
Vivo costantemente in questa palude emozionale, dove sotto i miei piedi sento solo sabbie mobili. Cerco disperatamente di aggrapparmi alla lucidità, all’oggettività dei fatti per restare a galla, ma nulla… annaspo. Riesco a malapena a respirare. Il dolore che provo è un dolore difficile da spiegare, impossibile da contenere. Non è un dolore fisico che puoi curare con un farmaco, e non è solo mentale. È qualcosa di tremendamente forte che va oltre, un’onda persistentemente infinita che scuote le fondamenta del mio essere.
Spesso mi chiedo se sia masochismo, ma nel profondo so che non è così. Credo sia dovuto all’empatia. Questa mia natura profonda che mi spinge a sentire l’altro come se fossi io, che mi porta a eccedere oltre ogni limite di sopportazione. L’empatia è un dono prezioso, ma senza confini diventa un’arma a doppio taglio, una condanna che non sembra conoscere un limite di guardia.
Il primo passo per volersi bene: smettere di essere un “rifugio”
Uscire dalle sabbie mobili richiede un atto di coraggio estremo: smettere di guardare l’altro e iniziare finalmente a guardare se stessi. Il primo passo per volersi bene non è un gesto eclatante, ma un silenzioso e radicale cambio di direzione. Significa accettare una verità scomoda: non siamo responsabili della felicità o della guarigione di chi abbiamo accanto, specialmente se questa persona usa le nostre energie solo per nutrire i propri demoni o per fuggire dalle proprie responsabilità.
Volersi bene significa iniziare a considerare i propri bisogni primari — il diritto di nutrirsi, di riposare, di vivere in pace — non come dei lussi, ma come diritti inalienabili. Dobbiamo capire che il vuoto che sentiamo nel petto non può essere riempito salvando qualcun altro. Quel vuoto è uno spazio sacro che spetta a noi; deve essere riempito dalla nostra presenza, dai nostri desideri e dalla nostra cura, non dalle mancanze e dai fallimenti altrui.
Imparare l’arte di mettere dei confini
Mettere dei confini è un esercizio di pura sopravvivenza. Per chi, come me, vive di empatia e di dono, la parola “No” suona spesso come un tradimento o una colpa. Ma la realtà è diversa: il “No” è la più alta forma di rispetto verso se stessi. Mettere un confine non significa smettere di amare o trasformarsi in persone ciniche e fredde. Significa semplicemente tracciare una linea invalicabile oltre la quale non permettiamo a nessuno di calpestare la nostra dignità, il nostro tempo o la nostra salute mentale.
Dobbiamo imparare a iniziare dalle piccole cose. Dobbiamo smettere di giustificare ogni comportamento inaccettabile con la solita scusa del “ha sofferto tanto” o “è un periodo difficile”. Imparare a dire: “Io posso esserci, ma non posso vivere questa battaglia al posto tuo”. Questo distacco emotivo non è mancanza di cuore, è protezione. È l’unico modo per smettere di affogare insieme a chi non ha nessuna reale intenzione di imparare a nuotare.
La rinascita oltre l’orlo del precipizio
Fino a che punto una persona può spingersi sull’orlo del precipizio prima di cadere definitivamente? Non lo so… io proprio non lo so. Ho camminato lungo quel confine sottile per troppo tempo, sfidando la gravità del mio stesso malessere. Ma forse, il vero punto di svolta arriva proprio quando la stanchezza di soffrire diventa più forte della paura di restare soli o del senso di colpa nel dire basta.
Riconoscere di essere “esauste” è il primo, doloroso ma necessario passo per smettere di scavare in quel vuoto e iniziare, finalmente, a risalire la china. Non è un percorso rapido e non è lineare; ci saranno giorni in cui la palude sembrerà richiamarci a sé con la forza di un’abitudine rassicurante, seppur tossica. Ma ogni volta che scegliamo di non essere vittime della nostra stessa bontà, stiamo aggiungendo un mattone fondamentale alla ricostruzione della nostra vita.
Non siamo nate per essere contenitori delle sofferenze altrui. Siamo nate per essere intere da sole. E solo partendo da questa interezza, finalmente, potremo tornare a respirare a pieni polmoni, libere dal peso di un vuoto che non ci appartiene.
Ombretta Restelli
