E’ così importante vincere? | Ombretta Restelli

E’ così importante vincere? | Ombretta Restelli

La Verità sulla Competizione Sociale e la Trappola dell’Ego

Mi capita spesso di sedermi a riflettere nel silenzio della mia stanza, lasciando che lo sguardo si perda oltre i vetri della finestra mentre la vita fuori scorre frenetica. In quei momenti di solitudine, mi ritrovo a interrogarmi su dinamiche psicologiche e sociali che troppo spesso diamo per scontate, accettandole come regole immutabili della nostra esistenza. L’altro giorno, quasi per caso, mi sono posta una domanda apparentemente semplice, eppure capace di scavare in profondità nel mio vissuto: quando è stata l’ultima volta che ho vinto o perso?
È un interrogativo che risuona dentro di me con una forza inaspettata, sollevando il velo su una fitta rete di condizionamenti e bisogni inespressi. Mi guardo attorno e vedo una società costantemente focalizzata sulla competizione sociale, un ingranaggio invisibile dove il valore intrinseco di un individuo sembra essere calcolato e pesato esclusivamente in base ai suoi traguardi esterni. E allora la mia riflessione interiore si fa più stringente, e mi chiedo: è così importante vincere nella vita? Cosa ci spinge, nell’intimo più profondo della nostra mente, a voler primeggiare a tutti i costi, a gareggiare senza sosta in ogni ambito, a scommettere sul nostro futuro e a vantarci di essere il migliore di tutti, il primo della classifica, il “the best” della situazione? Questa smania di superiorità e di autoaffermazione mi appare ormai come una recita collettiva, un teatro dell’assurdo in cui siamo contemporaneamente attori esausti e spettatori perennemente insoddisfatti.

Eppure, se spoglio l’essere umano da tutte queste sovrastrutture artificiali, se cancello con un colpo di spugna le etichette, i titoli e i ruoli che ci autoimponiamo, mi rendo conto dell’assurdità intrinseca di questa corsa all’oro emotiva.
Non siamo forse tutti uguali di fronte al tutto? Quando osservo la natura umana nella sua essenza più autentica e spoglia, priva di medaglie al valore o posizioni di privilegio all’interno della piramide sociale, percepisco un legame indissolubile e profondo che ci unisce indistintamente. Rosso è il colore universale del sangue che scorre nelle vene di ogni singolo individuo su questo pianeta, indipendentemente dalla sua origine geografica, dalla sua ricchezza economica o dal livello di successo che è riuscito a ostentare. Questo pensiero intimo mi restituisce un senso di profonda, una certezza che azzera ogni distanza. Davanti alle grandi domande dell’universo, davanti alla fragilità intrinseca della vita e al mistero inevitabile della morte, le nostre classifiche umane perdono improvvisamente ogni valore reale. Diventano piccoli granelli di sabbia dispersi nel vento di un deserto immenso. Eppure, nonostante questa evidente verità, continuiamo con ostinazione a erigere barriere, a inventare complessi giochi di potere e a celebrare traguardi effimeri solo per sentirci temporaneamente superiori agli altri, dimenticando colpevolmente che sotto la pelle condividiamo lo stesso identico destino e la medesima carne.

Questa consapevolezza, a tratti disarmante, mi porta inevitabilmente a esplorare i conflitti interiori che caratterizzano la nostra quotidianità e che logorano le nostre energie migliori.
Lottiamo contro fantasmi o concrete realtà?
Molto spesso, analizzando i miei stessi comportamenti e i miei stati d’animo, mi rendo conto che le battaglie più dure e logoranti non sono quelle che combattiamo nel mondo esterno contro ostacoli tangibili o avversari in carne e ossa, ma quelle silenziose che si consumano ogni giorno nel teatro della nostra mente. Ci scontriamo quotidianamente con ombre, con paure astratte, con il terrore costante del fallimento e con un disperato, quasi ossessivo bisogno di approvazione sociale.
Chi è, dunque, il vero burattinaio dietro questa recita affannosa?
L’Ego?
Forse è proprio lui il vero responsabile di tutto. Questa piccola parola, composta da solo tre lettere eppure così immensamente potente e pervasiva, rappresenta la parte più animalesca, primitiva e irrazionale presente in ognuno di noi, ma paradossalmente si intreccia in modo indissolubile anche con la nostra coscienza morale. L’ego è quella forza sotterranea e silenziosa che esige perennemente riconoscimento, che si nutre di confronti continui e che ci spinge, quasi senza che ce ne accorgiamo, a percepire il prossimo come un rivale da sconfiggere o da superare, piuttosto che come un simile con cui cooperare e condividere il cammino. È un’istanza psicologica primordiale che cerca costantemente di proteggere e preservare se stessa, ma che finisce inevitabilmente per imprigionarci in una gabbia dorata di insoddisfazione cronica.

Da questa radice profonda e ramificata germogliano, come frutti spontanei, tutti gli aspetti più complessi della nostra esperienza interiore. Emozioni? Azioni? Ai miei occhi e alla luce di questa analisi, appaiono tutte appartenenti alla categoria superiore del cosiddetto ‘alter Ego’ dell’Ego. Ogni nostra singola reazione emotiva, ogni comportamento specifico che mettiamo in atto per difendere la nostra reputazione, per orgoglio o per dimostrare il nostro presunto valore agli occhi del mondo, non è che una ramificazione secondaria di quella struttura psicologica centrale. Sono manifestazioni dell’anima che spesso consideriamo evanescenti, impercettibili, quasi fluttuanti nell’aria senza un peso specifico o una reale consistenza materiale. Eppure, basta un nonnulla, un piccolo imprevisto quotidiano, per smentire in modo categorico questa loro presunta leggerezza. Quando queste dinamiche profonde vengono chiamate in causa per via di un semplice gesto mancato, di una parola pronunciata a mezza bocca da un conoscente o persino per pura, banale disattenzione, eccole scatenarsi all’improvviso in tutta la loro devastante e incontrollabile potenza! Un piccolo screzio da nulla si trasforma immediatamente in un dramma interiore totalizzante, un complimento mancato diventa una ferita aperta nell’orgoglio, e l’apparente calma della nostra mente viene spazzata via in pochi istanti da una tempesta perfetta di risentimento e frustrazione.

Guardando questo spettacolo interiore con il dovuto distacco critico, avverto un senso di profonda perplessità e una sottile malinconia. Allora mi domando, con accorata insistenza: ma è così fondamentale ostinarsi a combattere l’etereo, l’incorporeo?
Spendiamo intere esistenze, consumando anni preziosi e irripetibili, a difendere strenuamente un’immagine fittizia di noi stessi che esiste solo nella testa degli altri, a lottare contro giudizi e aspettative sociali che svaniscono come nebbia al primo raggio di sole. Investiamo una quantità impressionante di energia e di tempo per nutrire un simulacro che non possiamo nemmeno toccare con mano. Ma la vera sorpresa, l’inganno più grande e raffinato della nostra percezione individuale, risiede nel fatto che ciò che riteniamo labile è invece materia, forte e dura come il cemento armato. Le strutture mentali che costruiamo giorno dopo giorno, i rancori che accumuliamo gelosamente, l’orgoglio che decidiamo di difendere a spada tratta contro tutto e tutti non sono affatto elementi eterei o passeggeri. Si sedimentano nel profondo del nostro essere, si solidificano strato dopo strato fino a diventare muri invalicabili e blocchi emotivi che arrestano la nostra crescita interiore e ci impediscono di vivere con autenticità, spontaneità e vera serenità. Questa materia invisibile e pesante finisce per condizionare le nostre giornate molto più di qualsiasi ostacolo fisico reale, limitando la nostra libertà personale e soffocando la nostra anima.

Alla luce di tutte queste riflessioni, non posso fare a meno di interrogarmi, sul senso ultimo e autentico del nostro breve passaggio su questa terra. Quando il rumore assordante della competizione quotidiana si sarà finalmente spento, quando le luci dei palcoscenici artificiali che ci siamo faticosamente costruiti tramonteranno per sempre e la nebbia fitta dell’orgoglio si sarà finalmente diradata, cosa rimarrà davvero del nostro vissuto?
Alla fine di tutto cosa rimarrà, cosa resterà impresso nelle nostre coscienze in modo indelebile? Non saranno certo le vittorie effemere, le classifiche temporaneamente scalate, i successi professionali ostentati o quei brevi momenti di vuoto vanto a definire chi siamo stati veramente. Credo fermamente che ciò che resterà impresso nella nostra coscienza morale sarà esclusivamente la qualità dei nostri legami umani, la capacità profonda di essere andati oltre l’illusione ottica dell’ego e la consapevolezza matura di aver riconosciuto e celebrato quel sangue rosso e universale che ci rende intimamente fratelli. La vera vittoria esistenziale non risiede nel primeggiare sugli altri o nel salire sul gradino più alto di un podio immaginario, ma nel conquistare una profonda, autentica consapevolezza di sé. Solo liberandosi dalle catene invisibili, ma dure come il cemento, di un ego ipertrofico e accentratore, possiamo sperare di riscoprire finalmente il valore inestimabile della nostra condivisa e meravigliosa umanità.

Ombretta Restelli

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