La mente che non si spegne | Ombretta Restelli
Quando la mente a riposo è iperattiva
Cosa accade esattamente quando chiudi la porta di casa?
Cosa si nasconde, di preciso, all’interno delle nostre rassicuranti quattro mura?
Quali e quanti pensieri si annidano negli angoli del soffitto, pronti a saltarti addosso non appena poggi le chiavi sul mobile dell’ingresso?
Quali e quanti pensieri si annidano negli angoli del soffitto, pronti a saltarti addosso non appena poggi le chiavi sul mobile dell’ingresso?
Si usa dire, con una leggerezza che oggi mi appare quasi offensiva: chiudi la porta di casa e lascia fuori tutti i pensieri, soprattutto i cattivi pensieri. Un consiglio splendido, davvero. Peccato che non sia affatto così. Se davvero fosse così facile, se bastasse un semplice scatto di serratura per blindare la propria serenità, ognuno di noi avrebbe la mente completamente libera. Sperimenteremmo tutti quell’estasi mistica, quella sensazione di totale relax che solo una mente sgombra dai grattacapi ti può dare. Immaginate la scena: un vuoto cosmico piacevole, un silenzio interiore interrotto solo dal rumore del frigorifero. Un miraggio, appunto.
Ultimamente, quando rientro a casa, la scenetta che si consuma è sempre la stessa. Compio il mio rito: varco la soglia, mi lascio alle spalle il mondo esterno, chiudo la mia bella porticina e saluto calorosamente i miei immancabili compagni di viaggio, ovvero due gatte e una cagnolina che giustamente pretendono le loro attenzioni. A quel punto, l’essere umano medio si aspetterebbe un momento di decompressione. E invece, indovinate un po’ chi mi aspetta dietro l’angolo, seduto comodamente sul mio divano a gambe incrociate? Il Pensiero. Capitalizzato, ingombrante, accompagnato da tutta la sua fedele ciurma di elucubrazioni mentali al completo.
Il bello, o per meglio dire il lato veramente ironico e tragicomico di tutta questa faccenda, è che non si tratta nemmeno dei concetti avuti durante tutto l’arco della giornata. Quelli, fortunatamente, sono riuscita a lasciarli fuori dall’uscio, appesi al portaombrelli insieme alla pioggia e allo stress lavorativo. No, la beffa è un’altra: quelli che mi assalgono sono pensieri del tutto nuovi, riflessioni inedite che mi giungono direttamente all’interno della maison, generate spontaneamente dall’atmosfera stessa delle mie stanze. Come se la mia casa, invece di essere un rifugio, fosse un incubatrice di arrovellamenti.
Allora!
Aiutatemi, vi prego, perché mi sento intrappolata nella versione psicologica di un cane che si morde la coda. Come si fa a rompere questo maledetto vortice che si autoalimenta a ogni respiro? Dannati pensieri! Non mi danno tregua, non concedono amnistia, non conoscono domeniche o giorni festivi. Mi conducono in una costante metodica quasi paranoica, un meccanismo talmente perverso che mi induce a pensare a come e cosa posso pensare per non pensare. Una matrioska mentale, un labirinto di specchi in cui ogni riflesso è un’analisi dell’analisi precedente. È un’architettura logica estenuante: pianificare il non-pensiero richiede, ironicamente, un’attività cerebrale doppia.
Aiutatemi, vi prego, perché mi sento intrappolata nella versione psicologica di un cane che si morde la coda. Come si fa a rompere questo maledetto vortice che si autoalimenta a ogni respiro? Dannati pensieri! Non mi danno tregua, non concedono amnistia, non conoscono domeniche o giorni festivi. Mi conducono in una costante metodica quasi paranoica, un meccanismo talmente perverso che mi induce a pensare a come e cosa posso pensare per non pensare. Una matrioska mentale, un labirinto di specchi in cui ogni riflesso è un’analisi dell’analisi precedente. È un’architettura logica estenuante: pianificare il non-pensiero richiede, ironicamente, un’attività cerebrale doppia.
In questo specifico caso, chiudere la porta di casa non serve assolutamente a nulla. Anzi, se vogliamo dirla tutta, peggiora drasticamente la situazione. Isola il rumore del mondo esterno e amplifica il baccano che c’è dentro. Chissà se anche alle altre persone succede tutto ciò, o se sono l’unica esploratrice di queste sabbie mobili quotidiane. Mi piacerebbe davvero avere qualche suggerimento in merito, una dritta, un trucco da chi magari ha trovato la combinazione della cassaforte. Persino il mio neurologo, che di mestiere dovrebbe averle viste tutte, è ufficialmente disperato. Mi guarda, scuote la testa e dice che il mio cervello, quando è a riposo, funziona praticamente come la mente di una persona iperattiva. E aggiunge sempre, con un filo di terrore negli occhi: “Figuriamoci quando comincia la tua reale attività mentale!”. Se persino la scienza alza le mani e si dichiara sconfitta, a chi devo rivolgermi?
A questo punto la domanda sorge spontanea, quasi mistica: esiste un microchip che ti concede la grazia di smettere di pensare almeno per qualche ora al giorno? Una tecnologia d’avanguardia, un piccolo interruttore al silicio da impiantare dietro l’orecchio che dica “pausa” per novanta minuti. E se un oggetto del genere esiste davvero in qualche mercato clandestino della bioingegneria, vi prego, ditemi dove lo posso acquistare, non bado a spese. Pagherei in oro pur di avere un momento di black-out cognitivo controllato.
Cogito ergo sum!
Eh, grazie mille, Cartesio! Troppo comodo fondare l’intera esistenza umana sul presupposto che esisto solo in quanto penso. Un bel sine cogitatione, un momento di pura e totale assenza di cognizione, sarebbe una cosa infinitamente gradita, o almeno lo sarebbe per me. Vorrei esistere anche solo come un vegetale sul balcone, per un pomeriggio, senza dover per forza giustificare la mia presenza nel mondo attraverso un flusso continuo di coscienza.
Eh, grazie mille, Cartesio! Troppo comodo fondare l’intera esistenza umana sul presupposto che esisto solo in quanto penso. Un bel sine cogitatione, un momento di pura e totale assenza di cognizione, sarebbe una cosa infinitamente gradita, o almeno lo sarebbe per me. Vorrei esistere anche solo come un vegetale sul balcone, per un pomeriggio, senza dover per forza giustificare la mia presenza nel mondo attraverso un flusso continuo di coscienza.
Ma poi, parliamoci chiaramente: è così strettamente necessario pensare a tutto, a tutti e persino pensare ai pensieri degli altri? Bisogna davvero fare la radiografia alle intenzioni del prossimo, ipotizzare cosa l’inquilino del terzo piano abbia pensato quando mi ha salutato, o cosa passerà nella testa del collega domani mattina? Ecco, vorrei specificare che queste non sono ripetizioni della stessa parola dovute a pigrizia stilistica. No, questa è la descrizione letterale di un circolo vizioso. Il pensiero stesso, per sua natura, è vizioso. Si attorciglia, si annoda, crea problemi per il gusto di doverli risolvere.
Ma allora, se andiamo a fondo della questione, le idee sono vizi? Cosa sono, in fin dei conti, i vizi? Eh no, eh! Non voglio pensarci! Mi rifiuto di aprire anche questo cassetto, altrimenti non ne usciamo vivi e la notte diventa lunghissima. Eppure la mente è un motore che non si spegne, gira a vuoto, consuma carburante anche quando la macchina è parcheggiata in garage.
Ci sarebbe, a dire il vero, un altro concetto ancora, un dilemma profondo e desideroso di risposta che mi tormenta. Forse sto cercando qualcosa che non si trova fisicamente nell’appartamento. Forse la soluzione è fuori. Ma qui scatta il paradosso perfetto, la trappola definitiva: se esco dalla porta, se provo a fuggire da queste quattro mura per cercare aria, mi ritrovo immediatamente davanti i precedenti pensieri. Quelli che avevo accumulato durante la giornata e che avevo strategicamente seminato per strada. Solo che adesso non mi aspettano con calma: si presentano per di più incazzati, furiosi perché li avevo cinicamente lasciati fuori al freddo, sul pianerottolo. Mi saltano al collo non appena rimetto il naso fuori dal condominio.
Che meraviglia, non c’è che dire. Vivo come un vero e proprio centauro nella mia personalissima casa-pensieri. Una creatura mitologica spaccata in due: una metà si trova fuori dall’ingresso, immersa nei doveri, nelle scadenze e nelle ansie del mondo esterno, mentre l’altra metà abita stabilmente all’interno, prigioniera delle riflessioni domestiche. Sono bloccata sulla soglia, intrappolata in questa strana architettura dell’anima, non potendo in alcun modo fare a meno di pensare.
Alla fine della fiera, guardo le mie due gatte e la mia cagnolina e provo un’invidia profonda, viscerale. Loro mi fissano con i loro occhioni grandi, accovacciate sul tappeto, perfettamente immobili, immerse in un presente assoluto che a me è precluso. Loro non si chiedono cosa accadrà domani, non analizzano il tono della mia voce per scovarci paranoie nascoste, non cercano microchip sul mercato nero e, soprattutto, non sanno assolutamente chi sia Cartesio. Loro vivono la casa per quello che è: un insieme di pavimenti caldi e ciotole piene. Io invece la trasformo in un tribunale, in un laboratorio filosofico, in una gabbia dorata dove ogni metro quadro è calpestato da un’idea di troppo.
Forse il vero segreto che il mio neurologo non riesce a trovare sta proprio in quella porticina che continuo a chiudere. Forse la chiave non è sbarrare l’accesso ai pensieri, ma accettare che la ciurma sia già dentro, nascosta sotto il letto, pronta a fare festa non appena si spengono le luci. E nell’attesa di quel microchip salvifico, non mi resta che convivere con questo mio cervello iperattivo, sperando che prima o poi, per pura stanchezza, decida di concedermi un armistizio. O almeno un’ora di totale, meravigliosa e stupidissima quiete.
Ombretta Restelli
