Lavoro e rispetto | Ombretta Restelli

Lavoro e rispetto | Ombretta Restelli

Perchè ho detto no all’arroganza

Stamattina sono ancora frastornata.
Mi sono svegliata, ho preparato un caffè e, dopo un sorso, ho guardato fuori dalla finestra. La mia mente era completamente assente, offuscata dagli eventi successi il giorno prima e, peggio ancora, dallo scossone avuto la sera precedente. Mi sento come se fossi anestetizzata o assente, non saprei. Il mio corpo è qui, seduto sulla sedia, con il dito indice che continua a ripassare la forma della tazzina, ma la mia mente è altrove, in un luogo sicuro, forse per ripararsi da tutto ciò che mi è successo.
Prima di raccontare tutto il caos, premetto che ognuno vive, elabora e metabolizza le cose a modo suo. Possiamo tutti aver vissuto un’analoga esperienza, ma ad alcuni può sembrare leggera, mentre ad altri può risultare pesante e difficile da smaltire. Ecco, io appartengo a questa seconda categoria di persone. Uso la scrittura espressiva proprio per questo: per rimettere ordine nel disordine. Ora veniamo al dunque.
L’altra sera al lavoro è successo un episodio spiacevole. Mi sono scontrata con l’arroganza, la maleducazione e la presunzione di una cliente, seduta al tavolo all’interno del bar dove sto lavorando. Mi dirigo verso di loro per prendere l’ordine e la “signora” – si fa per dire – inizia da subito con la sua arroganza a pretendere di spiegarmi esattamente ciò che voleva bere. E stiamo parlando di uno spritz con l’aggiunta del limoncello, non stiamo parlando di un cocktail astruso dai mille ingredienti da miscelare senza che si mescolino tra di loro. Mi capite, vero?
Ok, procediamo. Dopo varie presuntuose esplicazioni del tipo:
“Ti spiego bene io come fare perché tu non lo sai”
“Voglio questo bicchiere anziché l’altro”
“Voglio lo spiedino di frutta, una cannuccia e non due” eccetera eccetera, ordina non solo per lei, ma anche per i suoi restanti amici.
Uuhhhmmm, quel “VOGLIO” così pretenziosamente ripetuto e sottolineato dalla gestualità, indice a comando e occhi sbarrati per attirare ancora di più l’attenzione, già mi stava facendo ribollire il sangue! Questo è un perfetto esempio di come mostrare e non raccontare la pura maleducazione attraverso i dettagli di una scena.
Ad ogni modo, detto ciò, mi dirigo verso il bancone e spiego il tutto alla mia collega, la quale, basita perché aveva sentito tutto, aveva già preparato sul vassoio il “volere” della signora. Ritorno al tavolo, preceduta dalla Sciura che nel frattempo mi aveva raggiunta, e che succede? Succede che all’improvviso mi dice, rivoltandosi verso di me: “Comunque Lei non mi piace, non mi piace come mi sta trattando”. Con voce pacata ma decisa, la invito a sedersi al tavolo. Servo il quartetto dei gentiloni e simpaticoni, ricevendo in cambio un grazie e sorrisi di soddisfazione per aver esaudito i loro desideri. Fin qui diciamo tutto bene, ma… e sì, perché c’è sempre un ma o un però.
Saranno passati meno di dieci minuti quando vedo la Sciura che chiama al suo cospetto il mio datore di lavoro. Booommm! Bomba scoppiata senza passare dall’innesco! Avendo sentito riferire l’esatto contrario di ciò che era successo, mi sono rivolta alla Sciura sottolineando il fatto che doveva dire la verità e non il falso. Da lì, sentendosi contraddetta, l’apoteosi. Mi ha offesa puntandomi nuovamente addosso quell’indice – che avrebbe potuto infilarselo… avete capito dove  e standomi a tre centimetri dal mio viso continuava con la sua manfrina.
Che faccio? Non rispondo? Mi metto a ridere? Giro le spalle? Nooo! Non sia mai! Era andata troppo oltre! Rispondo chiaramente dicendo: “Lei, quando riporta i fatti, deve dire la verità! Lei è una maleducata e deve portare il suo culo fuori da questo locale”.
Sì!! Il culo!! Avete letto bene!!
La Sciura, affiancata dal Sciuro (il marito), si fa ancora più grossa e rincara la dose dicendo: “Tu non sei la padrona, quindi io rimango qui!”.
Io: “Io sono la padrona di me stessa, lei mi ha offesa, perciò deve portare il suo culo fuori di qui!”. Silenzio.
Gelo.
Rincuorata dagli applausi di diversi clienti, ritorno al mio lavoro. Butto un occhio al “tavolo reale” e constato che i principini stanno bevendo, quindi tutto è apparentemente calmo. Ehhh… ti pareva. Non passano meno di cinque minuti e vedo il mio titolare offrire dei limoncelli e scusarsi per l’accaduto.
Che faccio? Indovinate un po’? Chiedo direttamente conferma se avesse offerto da bere. Mi risponde di sì! Sì, ma lo hai fatto veramente? Bene, ascoltami bene: “Io stasera finisco il mio turno e domani non vengo a lavorare!”. Candidamente mi chiede perché. Rispondo dicendo: “Perché io valgo di più della bevuta offerta. Con questo gesto hai mancato di rispetto a una tua dipendente, valorizzando solo il poco denaro della consumazione che ti pagano – manco avessero consumato decine e decine di bottiglie magnum di Dom Pérignon – e sminuendo il mio lavoro e soprattutto il mio valore come persona!”. Detto fatto. Punto!!!
Il giorno dopo non mi sono presentata al lavoro, ma ho ribadito personalmente il mio concetto. Loro, essendosi informati, hanno ammesso che la Sciura era stata arrogante e maleducata. Ho inoltre messo in chiaro che ancora non avevo il contratto rinnovato, eccetera. Basta! Basta con questa tolleranza! Ci vuole il rispetto e l’educazione! Sono una persona ancor prima di essere una dipendente!
A volte lo shock emotivo di queste situazioni, in cui ti scontro frontalmente con la maleducazione e l’arroganza più gratuita, ti lascia completamente sconcertata a livello umano, svuotata e ferita nella tua dignità di persona. Mi chiedo dove siamo andati a finire. Se gli svariati datori di lavoro si fermassero un attimo a pensare che un dipendente passa la maggior parte della sua vita a lavorare, dovrebbero farsi due domande ed essere riconoscenti di questo, non considerare il dipendente come un oggetto e come uno “schiavo”. Eh sì, anche se siamo nel 2026 questa parola, purtroppo, è ancora di moda. Il datore di lavoro deve riprendere il dipendente se non si comporta bene, se arriva in ritardo eccetera eccetera, ci mancherebbe! Diritti e doveri per tutti! Io mi chiedo quanto una persona possa farsi così piccola in nome del denaro. Io mi chiedo cosa significhi per loro la parola rispetto!
Punto!!!
Ombretta Restelli

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