Pareggiare i conti con il passato | Ombretta Restelli

Pareggiare i conti con il passato | Ombretta Restelli

Il coraggio di riaprire le ferite per guarire e ritrovare se stessi

Dicono che ognuno di noi, nel corso della propria esistenza, sia destinato a incontrare quel momento preciso, quell’evento silenzioso o fragoroso che ha il potere di cambiarti per sempre, modificando i connotati della tua anima. Ed è proprio così. Non parlo del momento esatto in cui ti trovi nel bel mezzo dell’esperienza, quando il corpo e la mente sono troppo occupati a sopravvivere, a incassare i colpi o a reagire per rendersi conto della portata di ciò che sta accadendo. In quegli istanti sei solo fango e adrenalina, sei un soldato in trincea che non ha il tempo di piangere i propri morti o di guardare la forma delle proprie ferite. Mi riferisco, invece, al dopo. A quel preciso istante in cui la polvere si deposita, il rumore si spegne e finalmente ti fermi. Ti guardi indietro, osservi i risultati, cammini tra le macerie e ti metti a pensare, a contemplare a freddo e con spietata lucidità tutto ciò che hai vissuto.
Nella vita ci sono dinamiche che decidi di andarti a cercare, sfide che scegli consapevolmente di abbracciare per metterti alla prova, e ce ne sono altre che, semplicemente, ti vengono a cercare. Arrivano senza bussare, sfondano la porta della tua quotidianità, ti investono con la forza di un cataclisma e, da quel secondo in poi, non sei mai più la stessa persona di prima. Ti ritrovi frammentata, diversa, costretta a ridefinire i tuoi confini. A quel punto ti trovi davanti a un bivio invisibile ma totale, dove non esistono vie di mezzo: devi scegliere se scappare, fingendo che nulla sia accaduto e tentando disperatamente di lasciarti tutto alle spalle, oppure se fermarti, piantare i piedi a terra, voltarti e affrontare la realtà. Qualsiasi sia la strada che decidi di imboccare, ti cambia nel profondo. Non si esce indenni da un simile bivio. Ma la verità più grande, quella che fa tremare le gambe e che spesso spaventa chi ci sta intorno, è che tu sola hai la possibilità reale di scegliere se quel cambiamento ti trasformerà in bene o in male. Pareggiare i conti con il passato, tuttavia, non è mai una passeggiata indolore. Lascia sempre il segno, un solco profondo nella pelle che ti ricorda chi eri e chi hai dovuto diventare per non soccombere.
In questi giorni, per poter stare ancora meglio, per poter respirare a pieni polmoni senza quel peso asfissiante sullo stomaco, ho sentito il bisogno viscerale di dare un ennesimo e definitivo giro di chiave a una porta che in realtà avevo già chiuso tempo fa. Ho volutamente scelto di affrontare la tempesta. Ho dovuto farlo, per forza, sentivo che non c’era un’altra via d’uscita per me, che la mia salute mentale e la mia pace dipendevano solo da questo atto di estremo coraggio. Se non l’avessi fatto, se avessi finto che tutto fosse già risolto solo perché era passato del tempo, sarebbe stato come lasciare quella porta accostata, bloccata solo in apparenza. Sarebbe stato come permettere ai fantasmi del passato di spiare la mia vita attuale, di guardarla di nascosto dal buco della serratura, osservando ogni mio passo, ogni mio sorriso, ogni mio fragile tentativo di ricostruzione. Non potevo tollerare che la mia intimità, il mio presente e il mio futuro fossero visibili da quella fessura, esposti allo sguardo di chi non aveva più il diritto di abitare i miei giorni. Avevo bisogno di un muro cieco, non di una serratura da cui intravedere la mia luce.
So perfettamente che molte persone non ritengono necessario un simile percorso. Ho sentito spesso dirmi che è inutile ritornare sui propri passi, che rivangare il passato è solo un modo per farsi del male da soli, che bisognerebbe semplicemente voltare pagina e dimenticare, lasciando che il tempo curi ogni cosa con la sua spugna distratta. Mi è stato detto che scendere di nuovo nell’arena è una perdita di tempo, un’ostinazione insensata. Ma io sono fatta così. Questo è il mio modo di stare al mondo, la mia struttura interna, la mia personalissima e irrinunciabile grammatica emotiva. Per me, per poter dimenticare davvero, c’è la necessità assoluta e inderogabile di comportarmi in questa maniera. Non riesco a lasciar scivolare le cose nell’oblio se prima non le ho sviscerate, se non ho compreso ogni singolo dettaglio. Non è affatto una questione di far cambiare idea a qualcuno, né la pretesa assurda di voler modificare una situazione che appartiene ormai a un altro capitolo della storia. Non cerco scuse, non cerco pentimenti tardivi e non mi interessa riscrivere i fatti. Ciò che mi spinge è un bisogno puramente mio, intimo e privato: la necessità assoluta di sistemare le cose per come vanno sistemate, di mettere ogni tassello al suo posto esatto, di non lasciare nulla, assolutamente nulla, in sospeso. Odio le frasi a metà, i finali aperti, i punti di sospensione che continuano a oscillare come fili elettrici scoperti sotto la pioggia. Ho bisogno di un punto fermo, un punto che metta fine al rumore di fondo.
Così, accettando la mia natura senza più giustificarmi con nessuno, mi sono mossa. Come una piccola, fragile barchettina di carta mi sono spinta intenzionalmente dentro un oceano in tempesta, sfidando le leggi della fisica e del buon senso. Sapevo di essere esile, sapevo di rischiare che l’acqua inzuppasse la mia struttura piegandomi fino a distruggermi, e infatti mi sono scontrata con un transatlantico immenso, un impatto violento, duro, metallico, che ha scosso ogni mia residua certezza. Ho remato fino allo sfinimento profondo, fino ad avere le mani piagate, la gola secca e le braccia pesanti come piombo. Ho imbarcato acqua, ho sentito il gelo del mare entrarmi nelle ossa, un freddo che sembrava voler congelare anche i ricordi più caldi. Per un momento che è sembrato eterno, lungo come una condanna, ho persino perso la direzione per il porto sicuro. E quel porto sicuro altro non era se non me stessa, la mia centralità, il mio equilibrio. Ero smarrita nel centro del nulla, circondata dal rumore assordante delle onde, dal vento che urlava insulti e dai miei stessi pensieri che minacciavano di trascinarmi a fondo.
Poi, quando tutta questa tempesta è finalmente finita, quando l’oceano ha smesso di ruggire e le acque si sono calmate ritornando a essere una distesa piatta e silenziosa, ho alzato lo sguardo verso il cielo. Mi sono guardata attorno, respirando l’aria pulita, quell’odore tipico di ozono e pioggia che resta dopo il temporale, e mi sono detta a bassa voce, quasi per paura di rompere l’incantesimo, che era finito tutto, finalmente. Ce l’avevo fatta. Sono riuscita a rimanere a galla, ho lottato con le unghie, con i denti, con ogni briciolo di energia che possedevo, ho vinto! In quel viaggio orribile e necessario avevo sistemato tutte quelle emozioni sospese, quelle domande logoranti rimaste per troppo tempo senza una risposta e che continuavano a rimbombare nella testa come un’eco fastidioso. Avevo preso quelle lacrime versate nel buio, quei sorrisi amari che nascondevano il vuoto, quei silenzi pesanti come macigni che da due anni esatti mi stavano lentamente uccidendo dall’interno, consumandomi giorno dopo giorno, e li avevo messi in ordine negli scaffali del passato. In quel preciso istante, mentre il sole ricominciava a scaldarmi la pelle, ho capito di essere salva. Sono ritornata a casa, nel senso più puro, geografico e spirituale del termine: sono ritornata ad essere me stessa, a riabitare il mio corpo, a riappropriarmi dei miei spazi mentali senza la paura costante di essere invasa, calpestata o fraintesa.
Tutto questo attraversare, però, mi ha fatto malissimo. È stato un dolore acuto, sordo, totalizzante, una sofferenza persino più straziante di quanto non fosse stato, in passato, dover semplicemente chiudere quella determinata situazione. Voltare le spalle a qualcuno o a qualcosa richiede un dolore immediato e violento, ma questo secondo atto, questo ritorno consapevole sul luogo del delitto emotivo, ha preteso un prezzo molto più alto. In questo nuovo percorso di bonifica interiore ho dovuto scucire una per una tutte le mie vecchie ferite, quelle che mostravano già una cicatrice spessa e che pensavo si fossero rimarginate sotto lo strato del tempo. Le ho riaperte di proposito, lentamente, filo dopo filo, e le ho lasciate sanguinare di nuovo. Le ho lasciate spurgare fino in fondo, guardando quel sangue scorrere senza distogliere lo sguardo, perché sentivo, con un’ostinazione quasi feroce e primitiva, che non doveva rimanere nel mio corpo, nella mia mente o nella mia anima la benché minimissima traccia di ciò che era stato e che, fondamentalmente, non sarebbe mai potuto essere. Era un veleno sottile, un’infezione latente che andava espulsa a qualunque costo, anche a costo di soffrire il doppio, anche a costo di urlare da sola nella stanza. Dovevo ripulire! 
In questi giorni, guardandomi dentro, sto analizzando lucidamente quei momenti di pura follia e coraggio, non so dire di preciso cosa abbia prevalso in quel momento di svolta assoluta. Non so se sia stato il cuore, che forse esigeva la sua ultima, disperata verità per potersi finalmente mettere a riposo, o la mente, che pretendeva un ordine geometrico nel caos primordiale in cui ero sprofondata. Non so se sia stato l’orgoglio ferito di chi è stata trattata come un’opzione sacrificabile, o qualche altra forza misteriosa e ancestrale che noi donne custodiamo nei meandri più oscuri e resilienti dell’anima. Ma dentro di me c’era una di queste cose, o forse si erano alleate tutte insieme in un comitato di crisi, spingendomi a trasformarmi in una coraggiosa guerriera, una di quelle che non hanno più nulla da perdere se non la propria dignità. Senza più scuse, senza rimandare a domani, ho affrontato il mio demone personale. L’ho guardato dritto negli occhi, a un millimetro dal suo respiro, senza abbassare la testa e senza tremare. Facendolo, rivendicando il mio diritto all’armonia, ho riportato a casa la mia dignità di essere umano e, soprattutto, la mia dignità di donna, che qualcuno aveva calpestato impunemente.
Adesso che il mare è tornato calmo, che l’orizzonte è limpido e il silenzio è tornato a essere un amico fedele e non più un vuoto d’aria da riempire con l’ansia, non importa più quanto io possa aver sofferto lungo la strada. Non contano i graffi sulle mani, non contano i giorni passati a spurgare il dolore, non contano le notti insonni a rimarginare i lembi di una pelle strappata. Ciò che conta davvero, l’unica cosa che ha un valore immenso, eterno e definitivo, è che sono riuscita a chiudere ulteriormente quella porta. Questa volta non mi sono fidata di una semplice mandata. L’ho bloccata con una triplice mandata, stringendo la chiave con tutta la forza che avevo in corpo fino a sentire il metallo freddo conficcarsi nella carne del palmo, lasciando un’impronta che non svanirà. Ho estratto la chiave dalla toppa e l’ho lanciata nell’oceano che ho appena attraversato. Non ci sono più fili sospesi, non ci sono più serrature da cui spiare, non ci sono più risposte da cercare. La casa è di nuovo sicura. Punto! Stop!
Sono fottutamente fiera di me stessa!!!
Ombretta Restelli

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