Vendesi goccia per far traboccare il vaso | Ombretta Restelli

Vendesi goccia per far traboccare il vaso | Ombretta Restelli

Quando troppa empatia svuota l’anima e decidi di cambiare registro

L’ho comprata. L’ho pagata a caro prezzo, sulla mia pelle, saldando un conto salatissimo in termini di salute, serenità e tempo perso. E alla fine, inevitabilmente, ho sbroccato. Era solo questione di tempo, il punto di rottura era già scritto.
Io mi domando sinceramente, guardandomi intorno: ma a che punto siamo arrivati come società, come esseri umani? Più ti mostri comprensiva, più ti rendi disponibile a ogni ora del giorno e della notte, più cerchi con tutta te stessa di aiutare, ascoltare e sostenere il prossimo nei momenti di difficoltà, e più gli altri avanzano pretese. Sembra quasi un paradosso matematico, una regola distorta del mondo moderno. Come se tutto ciò che fai — e anche molto di più — fosse loro dovuto di diritto. Così, a prescindere da chi sei, da cosa stai passando tu o dai tuoi problemi personali. Senza mai un briciolo di autentica gratitudine, senza un “grazie” che non sia solo un freddo automatismo di facciata.
Eh sì, perché nel mondo di oggi passare dall’essere percepiti come una “brava persona”, quella sempre pronta a sacrificarsi in silenzio, all’essere trattati come la cogliona di turno è un attimo. Anzi, anche meno di un soffio. L’altro giorno sentivo le mani che tremavano, mi sono sentita male fisicamente, con lo stomaco sottosopra e il respiro corto, di fronte all’ennesima, identica dimostrazione di pretesa egocentrica e totale mancanza di tatto. Il corpo ha detto basta prima della mente, ribellandosi a quella tossicità. Mi ha mandato un segnale d’allarme chiaro, impossibile da ignorare: fermati adesso, o crolli.
Allora basta. Io oggi, a voce alta e senza più portarmi dietro inutili sensi di colpa, dico basta.
Ho passato un’intera vita a sostenere il prossimo gratuitamente. E quando dico “gratuitamente” intendo nel senso più puro, nobile e profondo del termine: in modo spontaneo, disinteressato, spinta solo da un impulso che mi veniva dritto dal cuore e dalle viscere. Ho teso la mano a chiunque, ho sollevato pesi altrui che non mi appartenevano e ho ascoltato i drammi e i lamenti di una marea infinita di persone. Il risultato finale di questo immenso investimento emotivo? La maggior parte di loro, se non la stragrande e schiacciante maggioranza, non solo ha continuato a pretendere ancora, ancora e ancora, trattandomi come un ammortizzatore sociale privato o un centro d’ascolto gratuito h24, ma è pure passata all’attacco. Si sono sentiti offesi, risentiti, persino indignati e feriti nel loro orgoglio non appena hanno capito che il rubinetto della mia disponibilità era stato chiuso, che la fonte si era prosciugata. Quando non servi più alle loro comodità, diventi magicamente il cattivo della storia.
Siete avidi. Questa è la triste e nuda verità che ho dovuto accettare. Siete avidi di attenzioni, di tempo, di energie altrui, e profondamente ingrati. All’inizio della conoscenza, quando avete bisogno di agganciarmi, si sprecano le smancerie, i complimenti sfacciati, i “grazie di esistere” e i “non so come farei senza di te”. Poi, non appena prendete un minimo di confidenza e capite dove fare leva per manipolarmi, arraffate tutto il possibile. Vi prendete il braccio, la spalla, l’anima, muovendovi esclusivamente nel nome dell’egoismo più sfrenato, cieco e spietato.
Oggi mi guardo allo specchio e mi vedo veramente stanca. Esausta nell’anima e nei pensieri. Sono completamente scarica a livello energetico, prosciugata da parassiti emotivi che sanno solo prendere senza mai dare, svuotata come un sacco di tela vecchio che non riesce nemmeno a stare in piedi da solo e cade a terra. Questo è il motivo profondo, reale e viscerale per cui l’altro giorno ho sbroccato e ho tirato fuori tutta la rabbia che avevo accumulato. Ma da adesso in poi si cambia registro, la musica è finita e le porte del teatro sono chiuse.
Ho dovuto prendere questa decisione drastica mio malgrado, con il peso sul cuore, perché aiutare gli altri è nella mia natura più profonda, fa parte del mio DNA, della mia struttura interna e del mio modo di stare al mondo. Non posso e non voglio cancellare completamente la mia essenza, ma non posso più permettermi il lusso di farlo con chiunque passi per strada o bussi alla mia porta per convenienza. Sto imparando a selezionare. Sto faticosamente imparando a dirigere, centellinare e donare le mie preziose energie e la mia empatia solo verso quelle rarissime persone che dimostrano di meritarlo davvero. Non voglio nulla in cambio, non ho mai preteso scambi commerciali, contratti d’affetto o favori contraccambiati; mi bastava solo la soddisfazione pulita e sincera di vedere che la vita di queste persone, grazie al mio piccolo, umile e silenzioso intervento, potesse migliorare anche solo di un millimetro. Volevo solo aiutarle a ritrovare la strada smarrita, a vedere quella benedetta luce in fondo al tunnel buio in cui erano bloccate. Ma ora pretendo da me stessa, come un atto di pura sopravvivenza psicologica, che questo dono sacro sia incanalato nel modo giusto, protetto da mura alte e destinato solo a chi sa custodirlo con cura, rispetto e dignità.
Che cavolo! Anche perché poi, se ribaltiamo la situazione, il quadro si fa grottesco e ridicolo. Paradossalmente, se per puro caso, per una necessità reale o per un momento di umana fragilità sono io ad aver bisogno di un semplice parere, di cinque minuti di ascolto disinteressato o di una spalla su cui poggiare la testa per un pianto, guarda un po’ che strana coincidenza: spariscono tutti nel nulla. Non trovi più nessuno, il deserto assoluto. Di colpo sono tutti incredibilmente impegnati, sommersi di impegni inderogabili, oppure ti liquidano frettolosamente con frasi fatte, banali, ipocrite e superficiali del tipo: “Sono sicuro che risolverai da sola, tanto tu sei forte”, “Vedrai che alla fine andrà tutto bene, capita a tutti”. Neanche una parola in più, mi raccomando! Rimaniamo sul vago, sul distaccato e sul politicamente corretto, che non costa un centesimo, non ruba tempo e soprattutto non implica alcun tipo di reale coinvolgimento emotivo nei miei confronti.
E allora, dopo tutto questo calvario, non venite a bussare alla mia porta per giudicarmi o per dirmi: “Ma tu hai un carattere del cazzen, sei diventata difficile, sei sempre scontrosa e acida”.
Eh no, troppo comodo fare i moralisti con la vita degli altri! Vi ci vorrei vedere al mio posto, a vivere i miei giorni. Prova tu a rimanere sempre allegra, solare, accogliente e sorridente quando ti ritrovi costantemente, anno dopo anno, circondata da una marea di opportunisti cronici ed egoisti seriali che ti vedono solo come uno strumento da usare all’occorrenza. In una situazione di sfruttamento emotivo del genere, lasciatemelo dire, probabilmente scapperebbe a gambe levate e perderebbe la santità persino un santo sceso dal paradiso.
Mi sono veramente, definitivamente rotta le palle. Non ne posso più e non ne potevo più da un pezzo, ero arrivata al limite di sopportazione. Ogni singola volta mi ripetevo, quasi per autoconvincermi e darmi una forza che non avevo, che quella sarebbe stata l’ultima volta, che avrei messo un freno definitivo, e poi, puntualmente, ci ricascavo dentro con tutte e due le gambe, fregata dalle mie stesse illusioni e da un buon cuore che non sapeva pronunciare la parola “no”.
Ora però lo stop è reale, netto, definitivo e tracciato sulla sabbia come un confine invalicabile. Il canale della mia empatia ha cambiato radicalmente la sua geografia interna: è passato dall’essere l’immenso, tempestoso ed esposto Canale di Drake a diventare il rigido, stretto e super controllato Stretto del Bosforo. Giusto per rendere l’idea a tutti di quanto, da oggi in poi, saranno strette, severe e invalicabili le mie limitazioni d’accesso. Chi vuole passare, chi vuole accedere alla mia anima, al mio tempo e alla mia vita, adesso deve mettersi in fila e mostrare il passaporto del rispetto reciproco. Altrimenti, la porta resta sbarrata e le luci spente.
Ombretta Restelli
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