Mente libera, cuore pieno: il debutto di Humus Culturale

Mente libera, cuore pieno: il debutto di Humus Culturale

Il paradosso di Gradara: quando il palco cancella i ricordi ma amplifica il sentire

30 Maggio 2026: Una giornata da ricordare… o da “sentire”?

Dopo anni di intenso lavoro, di attese logoranti e di speranze custodite nel cassetto, mi sono trovata letteralmente catapultata su di un palcoscenico teatrale. È passata poco più di una settimana da quel momento e, a dire il vero, ancora non riesco a metabolizzare appieno ciò che è accaduto.

Ebbene sì, ho finalmente presentato il mio saggio Humus Culturale: Trend e sottoculture indipendenti. Un traguardo che per molto tempo è rimasto un’aspirazione astratta e che all’improvviso si è concretizzato, materializzandosi davanti ai miei occhi. Questo è esattamente ciò che sperimenta chiunque coltivi le proprie ambizioni al di là di ogni ostacolo, rinunciando a molto pur di tagliare il traguardo. Si tratta di una spinta interiore fortissima; un’energia così dirompente che spesso non si riesce nemmeno a comprendere da dove si generi tutta quell’ostinazione, quella determinazione incrollabile e quel coraggio necessari a superare le barriere della vita quotidiana.
Ciò che tuttavia continua a sfuggire alla mia comprensione razionale risiede nel fatto che non conservo quasi alcuna memoria nitida di quel fatidico giorno. Cercherò di spiegarmi al meglio, riavvolgendo il nastro di un’esperienza che ha scardinato i miei normali processi cognitivi.
L’unica certezza che custodivo da qualche mese era che i volumi cartacei fossero finalmente pronti per la distribuzione. Alle spalle c’era una lunga trafila durata ben sedici mesi, spesi tra commissioni burocratiche e l’iter editoriale, l’attesa era quasi insostenibile, poi il mio volume ha ottenuto il prezioso sostegno di Riviera Banca e, finalmente, sono arrivata al punto di partenza.
In quel momento, i pensieri hanno iniziato ad affollarsi: e adesso cosa faccio? Come e dove posso propormi per promuovere l’opera in maniera efficace? Da questo continuo monologo interiore è nata l’idea di confrontarmi con le amministrazioni locali. Ho deciso di muovere il primo passo rivolgendomi al Comune di Gradara, un territorio ricco di storia e suggestione. La risposta è stata immediata ed entusiasta: l’amministrazione ha accolto il progetto, con la loro collaborazione ho avuto a completa disposizione il Teatrino Comunale di Gradara.
Questo spazio è un autentico gioiellino architettonico, incastonato all’interno di Palazzo Rubini Vesin, a pochissimi passi dall’imponente e celebre Rocca di Gradara. Con i suoi soli settanta posti a sedere, l’ambiente restituisce l’atmosfera intima di un salotto di casa; proprio grazie a questa sua conformazione così accogliente, mi sono sentita immediatamente a mio agio, protetta da mura che trasudano arte e bellezza.
Eppure, proprio qui si inserisce l’anomalia. Sapete qual è la cosa più bizzarra? Io non rammento quasi nulla di quelle ore. Per cercare di arginare l’inevitabile ansia da palcoscenico, nei giorni precedenti avevo adottato un mantra: Ombretta, stai tranquilla, pensa solo a organizzare gli aspetti logistici e poi sarà quel che sarà”.
Incoscienza? Paura? Insicurezza cronica? Oppure l’esatto contrario, ovvero una totale fiducia nel flusso degli eventi? Sinceramente non saprei dare una risposta definitiva. Fatto sta che l’unico fotogramma nitido impresso nella mia coscienza era la sgradevole sensazione di essere stata ripetitiva, di aver aperto riflessioni senza chiuderle e di non essere risultata abbastanza esplicativa.
Al termine dell’evento, però, tutti i partecipanti si sono affrettati a dirmi l’esatto contrario. Sul momento ho pensato tra me e me: “Che carini, mi riempiono di complimenti per incoraggiarmi, dopotutto sanno che si tratta della mia prima presentazione ufficiale”. Ero totalmente incredula.
La svolta è arrivata quando ho visionato il filmato registrato da un amico. La clip durava la bellezza di due ore. Cavolo! Sono rimasta sulla scena per tutto quel tempo? Nella mia percezione alterata ero convinta che fossero passati appena trenta minuti. La visione del video ha confermato che i dubbi esistevano soltanto nella mia testa: la realtà visibile era completamente diversa dalle mie paranoie.
Un dettaglio buffo però è emerso dalla nebbia: ricordo nitidamente che ad un certo punto, infastidita dalla formalità del momento, mi sono sfilata i sandali e ho proseguito l’intervento completamente scalza. Da quel momento in poi, il vuoto.
È stato come se il mio io razionale non si trovasse lì in quel corpo, come se l’intera sequenza temporale fosse già scritta e vissuta, compreso il prossimo appuntamento fissato per il 20 di Giugno per il Comune di Gabicce Mare, ovvero tra pochissimi giorni. Per me non si tratta affatto di sentirsi già arrivati, ci mancherebbe. Ho un obiettivo ben delineato nella mente, so che il sentiero editoriale è impervio e costellato di imprevisti, ma la scrittura rimane la mia passione viscerale.
Il fenomeno mi spinge a interrogarmi: cosa è successo realmente a livello neurologico? Il cervello umano è un organo straordinario e straordinariamente complesso. Spesso si sente dire, con una formula popolare, che ne sfruttiamo solo una minima parte, ma se pensiamo alla potenza computazionale ed emotiva racchiusa in poco più del 2% del nostro peso corporeo totale, non si può che rimanere meravigliati davanti a una simile perfezione biologica.
Si è trattato di un meccanismo di autodifesa? Ma da quale minaccia o da chi avrei dovuto proteggermi? Conoscevo perfettamente la platea: sapevo benissimo chi sarebbe venuto a sostenermi con affetto e chi invece aveva scelto di non esserci. Non c’erano nemici in sala. A proposito, grazie di cuore a Debora per quei fiori meravigliosi che hanno colorato l’ambiente!
Tutto è scivolato via in modo fluido e naturale. Ho dialogato con il pubblico, si sono alternati passaggi di profonda commozione e intermezzi di risate condivise; la platea ha seguito ogni snodo concettuale con attenzione viva, senza mai mostrare un briciolo di noia.
Mentre metto nero su bianco queste parole, i frammenti della memoria iniziano lentamente a riaffiorare. Ora rammento che, nonostante le luci artificiali puntate contro, riuscivo a scorgere chiaramente gli occhi degli spettatori. Forse accade perché io per prima cerco costantemente il contatto visivo: nello sguardo altrui si percepiscono sfumature che le parole non sanno catturare.
Ciò detto, nonostante gli sforzi per ricostruire la cronologia esatta di quella giornata, la maggior parte dei dettagli tecnici continua a sfuggirmi. Conservo intatta la memoria storica solo di tutto ciò che ha preceduto il debutto.

Tuttavia, custodisco dentro di me qualcosa di molto più potente: un senso di gioia immensa, un’emozione vibrante e una profonda gratitudine. Si tratta di una percezione completamente slegata dal ricordo visivo o dall’archivio dei dati mnemonici. È uno stato d’animo difficile da tradurre in parole; lo definirei un “sentire” permanente piuttosto che un semplice ricordare. È un bagaglio immateriale che proviene direttamente dal cuore e scavalca i filtri della mente razionale.

Chissà in quali meandri nascosti della mia psiche dovrò scavare per rintracciare e rimettere in ordine ogni singolo istante di questo 30 Maggio 2026. Ma sono assolutamente certa che, prima o poi, quel cassetto dei ricordi si aprirà di nuovo, restituendomi la pellicola completa di un giorno indimenticabile.

Ombretta Restelli
Dal mio blog

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