Piccoli dettagli in amore
Perché le sfumature dicono la verità su un legame
Ci sono cose, piccole cose che non dimenticherò mai, che sono niente e invece restano più forti di tutto. Si annidano nelle pieghe dei giorni, sotto le ciglia, tra i respiri sospesi, e non se ne vanno. Rimangono lì, incrollabili, mentre i grandi discorsi e le promesse altisonanti si sbriciolano al primo soffio di vento.
Ho sempre avuto questa sorta di superpotere che, a volte, somiglia decisamente a una condanna: non mi sfugge nulla. È una questione caratteriale, un modo innato di stare al mondo. Noto ogni sfumatura, ogni minimo cambio di postura, lo spostamento impercettibile di uno sguardo. Se una persona distoglie gli occhi per un millisecondo di troppo mentre parla, io lo registro. Se il tono di una voce si incrina appena, io lo sento. Noto il disegno invisibile che le persone lasciano dietro di sé quando si muovono nella mia vita, e noto tutto ciò che mi circonda con una precisione che spesso fa male.
Nello specifico, ho imparato a osservare come si comporta l’universo maschile quando entra in collisione con me, con la mia storia, con la mia quotidianità. C’è un copione che si ripete, un cliché universale che continuo a veder andare in scena. Forse fa semplicemente parte della natura umana, o forse è proprio dell’uomo, nella fase del corteggiamento, elargire paroline dolci. Sono quegli zuccherini verbali che a me – ma credo di poter parlare a nome della maggior parte delle donne – fanno tanto piacere. Chi non vorrebbe sentirsi dire che è speciale? Chi non vorrebbe farsi cullare da quella musica leggera che ti fa sentire al centro del mondo, anche solo per un attimo?
Il problema non è la musica. Il problema è quando la musica si interrompe e ti accorgi che era solo una registrazione. Tutti bravi a sembrare, pochissimi capaci di essere.
Sono proprio i piccoli dettagli, quelle crepe microscopiche nella recitazione, che mi mettono profondamente in crisi e mi spingono a mettermi continuamente in discussione. Parlo di sfumature talmente minime da risultare quasi impercettibili per chiunque altro. Se provassi a spiegarle a qualcuno a voce, probabilmente mi sentirei dare della paranoica o dell’esagerata. “Ma sì, era stanco”, “Ma no, cosa vai a pensare, non voleva dire quello”. Eppure, per me, quelle piccolissime discrepanze fanno tutta la differenza del mondo.
Soprattutto oggi. Soprattutto ad una certa età.
Arriva un momento nella vita in cui non hai più tempo per i rebus. Non hai più voglia di decifrare codici segreti o di rincorrere fantasmi. Quello che cerchi, quello di cui hai disperatamente bisogno, è la serenità. Cose semplici. Gesti puliti. Ma, al tempo stesso, senti dentro di te che quella consapevolezza non ha spento la sete: hai ancora una voglia immensa di metterti in gioco, nonostante le cicatrici, nonostante le delusioni passate, nonostante tutto. Vuoi giocare, sì, ma vuoi che questo gioco duri. Non hai più l’entusiasmo per i fuochi fatui. Quei focolai improvvisi che bruciano tutto in un secondo, che illuminano la notte a giorno con promesse spettacolari, e poi basta un alito di vento perché le ceneri vengano spazzate via, lasciando solo l’odore di bruciato e un freddo più intenso di prima. Quell’amore improvviso ma privo di solide fondamenta, quel brivido da palcoscenico che si rivela puntualmente illusorio.
Io non cerco un fuoco d’artificio. Io voglio un braciere. Un braciere che in superficie sembra spento, coperto da uno strato sottile di cenere grigia, quasi opaco, immobile. Ma provate ad appoggiare la mano. Provate a toccarlo davvero. Scotta, vero? Ecco cosa cerco: quel calore profondo, costante, sotterraneo, che non ha bisogno di gridare per esistere, ma che se ci cammini accanto ti scalda l’anima per anni.
Spesso, quando mi ritrovo da sola con i miei pensieri a guardare il soffitto, mi chiedo se il problema reale non sia io. Mi domando se non sia io a idealizzare troppo le persone e le situazioni. Sono ancora rimasta un po’ adolescente? Sono quella ragazza che crede che “Il tempo delle mele” esista ancora, che ci sia una cuffia tesa a isolarti dal rumore del mondo per farti ascoltare la tua canzone preferita mentre balli a occhi chiusi in mezzo alla stanza? O forse, semplicemente, credo ancora nella forza dell’amore, in quella spinta primordiale che smuove il mondo e che sposta le montagne? Non credo sia un delitto. Eppure, la realtà si incarica regolarmente di darmi uno scossone.
Chissà perché la maggior parte degli uomini parte sempre con la quarta marcia ingranata e poi, improvvisamente, si ritrova in folle, veicolo fermo! È un fenomeno che mi lascia ogni volta sbalordita e ferita. All’inizio è un’esplosione di presenza: messaggi della buonanotte, telefonate improvvise, sguardi che sembrano volerti scavare dentro, promesse di futuro lanciate con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere. Ti investono con un’energia travolgente. Poi, di colpo, il motore gira a vuoto. Il silenzio si dilata. Le risposte si accorciano. Cos’è successo? Hanno paura? La vicinanza fa tremare le gambe? Oppure, molto più cinicamente, passato l’attimo della conquista, svanito quell’impeto primordiale della caccia, il tutto diventa meno interessante? Il trofeo è stato preso, la sfida è vinta, e l’attenzione si sposta non necessariamente altrove, ma dove va? Eccetera, eccetera. È una storia vecchia come il mondo, eppure fa sempre lo stesso identico male.
Forse noi donne diamo davvero troppa importanza a quei piccoli dettagli. Ci attacchiamo a un “buongiorno” detto in un certo modo, a una mano tesa per aiutarci a scendere dall’auto, a una domanda sincera su come sia andata la nostra giornata. Per noi, quei dettagli sono l’acqua che disseta il deserto: ci fanno sentire desiderate, comprese, profondamente amate. Pensiamo, forse ingannando noi stesse, che quei particolari siano i mattoni fondamentali, le basi insostituibili per costruire un forte legame, una casa capace di resistere all’inverno. O forse mi sto sbagliando? Forse non è così che funziona il mondo degli adulti? Forse l’amore è una cosa molto più distratta, superficiale e transitoria di come la immagino io? Non credo, però…
Rimane il fatto che, ogni volta che questa dinamica si ripete, io entro veramente in collisione. Mi sento come un asteroide solitario che, per una strana forza gravitazionale, viene dirottato verso un pianeta. Inizio ad avvicinarmi a una velocità elevatissima, carica di aspettative, di luce, di energia pura, per poi schiantarmi inevitabilmente contro quel pianeta freddo chiamato “dettagli”. L’impatto è devastante. È il momento in cui la discrepanza tra le parole e i fatti diventa un muro contro cui vado a sbattere a mille all’ora.
Fa male ricordare questi piccoli particolari. Fa male ripensare a quel preciso istante in cui lo sguardo è cambiato, a quella volta in cui un bacio è sembrato più un dovere che un desiderio. Questi pensieri ti scavano dentro, si impigliano nella mente e rifiutano di lasciarti in pace. Riescono a trasformarsi lentamente in una profonda delusione, in un’amarezza che ti appesantisce il petto e ti fa guardare allo specchio chiedendoti: “Cosa c’è di sbagliato in me? Perché non riesco a farmi bastare quello che c’è?”.
Eppure, la cosa più straordinaria e terribile di noi esseri umani è la nostra capacità di guarire.
Quando tutto diventa finalmente chiaro, quando l’illusione si dissolve e si accendono le luci della realtà, la tempesta spaziale passa. Il polverone sollevato dallo schianto si deposita. E in quel silenzio ritrovato, pur non dimenticando nemmeno un singolo graffio, pur custodendo gelosamente ogni singola cicatrice e ogni piccolo dettaglio che mi ha ferito, mi guardo intorno. Mi tolgo la polvere di dosso. Sento il cuore che batte ancora, ostinato, sotto le macerie.
Le ferite rimangono, la memoria dei dettagli non svanisce, ma la paura non vince…
Ombretta Restelli
Dal mio blog
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