NON SIAMO MICA DEI CACTUS | Ombretta Restelli
Siamo fatti per isolarci o per condividere? Una riflessione sulla crescita personale, il mito dell’indipendenza e il valore delle relazioni sane.
Si parla spesso, si condivide spesso questo genere di frasi, improntate sull’essere forti da soli, che la nostra felicità non deve dipendere dall’esterno o da qualche altra persona, che dobbiamo essere liberi, indipendenti, completi e quant’altro… basta che sia basato tutto sull’individualità.
Si tratta di una vera e propria retorica dell’iper-indipendenza che oggi viene spacciata per assoluta verità sui social e nei manuali di crescita personale preconfezionati. Ci viene venduto il mito dell’autosufficienza come l’unico traguardo evolutivo possibile, un traguardo in cui l’altro non è una risorsa, ma un potenziale pericolo per la nostra stabilità.
Allora io mi chiedo: che cazzo ci fanno quasi otto miliardi di persone sul pianeta Terra? Tanto dobbiamo fare o essere tutto da soli? Tanto vale che viviamo sparpagliati nell’intero Universo o no?! La crescita demografica, il nostro istinto e il bisogno di stare insieme dimostrano esattamente il contrario: siamo programmati per condividere, eppure continuiamo a elogiare l’isolamento come se fosse una medaglia al valore civile.
Allora io mi chiedo: che cazzo ci fanno quasi otto miliardi di persone sul pianeta Terra? Tanto dobbiamo fare o essere tutto da soli? Tanto vale che viviamo sparpagliati nell’intero Universo o no?! La crescita demografica, il nostro istinto e il bisogno di stare insieme dimostrano esattamente il contrario: siamo programmati per condividere, eppure continuiamo a elogiare l’isolamento come se fosse una medaglia al valore civile.
Ok, ok… bisogna bastare a se stessi, ma che palle!
Autarchia, che parola raccapricciante, suona proprio male!
A livello psicologico e relazionale, questo rifiuto sistematico del contatto e del bisogno altrui somiglia moltissimo a una forma di arroccamento difensivo, a una corazza che indossiamo per paura di soffrire. Non siamo mica dei cactus che per vivere attingono solo ed esclusivamente dalle proprie risorse nel deserto, oppure degli ecosistemi sterili contenenti acqua e svariati nutrienti che si riciclano all’infinito, sigillati all’interno di un corpo ermetico. Mamma mia che brutta immagine! Che idea desolante dell’esistenza umana! Va benissimo l’individualità, la conoscenza di sé e la sacrosanta tutela del proprio spazio personale, ci mancherebbe, ma secondo me stiamo un tantino esagerando, trasformando la sana autonomia in una patologia della solitudine e dell’egoismo spinto.
Autarchia, che parola raccapricciante, suona proprio male!
A livello psicologico e relazionale, questo rifiuto sistematico del contatto e del bisogno altrui somiglia moltissimo a una forma di arroccamento difensivo, a una corazza che indossiamo per paura di soffrire. Non siamo mica dei cactus che per vivere attingono solo ed esclusivamente dalle proprie risorse nel deserto, oppure degli ecosistemi sterili contenenti acqua e svariati nutrienti che si riciclano all’infinito, sigillati all’interno di un corpo ermetico. Mamma mia che brutta immagine! Che idea desolante dell’esistenza umana! Va benissimo l’individualità, la conoscenza di sé e la sacrosanta tutela del proprio spazio personale, ci mancherebbe, ma secondo me stiamo un tantino esagerando, trasformando la sana autonomia in una patologia della solitudine e dell’egoismo spinto.
E poi vorrei aggiungere anche questa considerazione: che male c’è se ci “appoggiamo” a qualcuno, se la nostra felicità dipende da qualcuno, se condividiamo qualcosa con qualcuno e via dicendo… Questa negazione ossessiva del bisogno dell’altro non è sinonimo di forza spirituale, è solo paura della vulnerabilità, il terrore di mostrare le nostre crepe. Ad esempio, io penso e credo che non ci sia cosa più bella nel far felice una persona e riceverne in cambio altrettanta felicità; è uno scambio circolare, una dinamica di interinterdipendenza sana e una condivisione profondamente appagante che nobilita la nostra esistenza.
Sapete cosa faccio? Io la cerco, io la voglio e me la vado a prendere, rivendicando con orgoglio il valore biologico e spirituale del legame umano, senza nascondermi dietro lo schermo di una finta invulnerabilità!
Sapete cosa faccio? Io la cerco, io la voglio e me la vado a prendere, rivendicando con orgoglio il valore biologico e spirituale del legame umano, senza nascondermi dietro lo schermo di una finta invulnerabilità!
Cavolo, immaginate una giornata no, quelle giornate con un susseguirsi di imprevisti stancanti, di impegni burocratici o di lavoro da affrontare e voglia zero, oppure quei momenti di improvvisa tristezza, di nervosismo accumulato che, con una piccola attenzione inaspettata, un sorriso accogliente, una parola detta con il cuore in un preciso istante, ha il potere magico di cambiare radicalmente il tuo stato d’animo.
Che respiro meraviglioso! Wow!
Ciò che accade in questi magici momenti non è sinonimo di essere totalmente dipendenti da eventi o persone esterne, non è una debolezza strutturale della nostra personalità, ma la dimostrazione scientifica che siamo sistemi biologicamente aperti all’ambiente e agli altri. L’altro diventa una risorsa emotiva essenziale, una fonte vitale da cui attingere per riequilibrare quegli stati d’animo interni che facevano alzare o abbassare violentemente il piatto della bilancia. È equilibrio, è regolazione emotiva reciproca, la base di ogni legame autentico.
Desiderare un po’ di gioia fa parte dell’essere umano, significa avere un cuore e sentirlo battere nel petto, non siamo mica dei robot freddi programmati per l’autoisolamento algoritmico… Desiderare è completamente diverso dal dipendere in modo ossessivo: io sono felice e voglio che anche tu lo sia, la mia felicità dipende solo ed esclusivamente da te… sono concetti chiari e non hanno bisogno di spiegazioni complesse, la differenza sotto la superficie è netta. Da un lato c’è la dipendenza affettiva patologica che imprigiona e annulla l’identità, dall’altro c’è la scelta consapevole, libera e coraggiosa di connettersi e fondersi con l’altro.
E alloraaaa!!! Andiamocela a prendere, questa felicità condivisa!
Di cosa dobbiamo vergognarci, da cosa ci dobbiamo disperatamente preservare? Perché dovremmo privarci della straordinaria bellezza dello scambio emotivo reale per paura di una parola?
E alloraaaa!!! Andiamocela a prendere, questa felicità condivisa!
Di cosa dobbiamo vergognarci, da cosa ci dobbiamo disperatamente preservare? Perché dovremmo privarci della straordinaria bellezza dello scambio emotivo reale per paura di una parola?
Provate a fare questo piccolo esperimento adesso, a voce alta: provate a pronunciare questa frase: “Io sono felice!”. Senza ma e senza se, solo queste tre parole pulite, liberandole da qualsiasi calcolo intellettuale, da qualsiasi paranoia sul futuro o da vecchi traumi passati.
Come vi sentite? Bene, vero?
Si sperimenta una strana leggerezza nel corpo…
Questo è ciò che conta, Da chi arriva o come arriva questa gioia, chissenefrega delle etichette dei guru della crescita personale, non me ne vogliano… Alla fine, la felicità non è una fortezza medievale da difendere in solitudine armata contro il mondo.
Happiness is a state of mind!
Come vi sentite? Bene, vero?
Si sperimenta una strana leggerezza nel corpo…
Questo è ciò che conta, Da chi arriva o come arriva questa gioia, chissenefrega delle etichette dei guru della crescita personale, non me ne vogliano… Alla fine, la felicità non è una fortezza medievale da difendere in solitudine armata contro il mondo.
Happiness is a state of mind!
Ombretta Restelli
