Cadi sette volte, rialzati otto | Ombretta Restelli

Cadi sette volte, rialzati otto | Ombretta Restelli

Daruma: la filosofia giapponese di rialzarsi sempre

Quando qualche anno fa ho deciso di incidere una Daruma sul mio braccio sinistro, sapevo che non stavo solo scegliendo un disegno geometrico o un vezzo estetico, ma un monito severo da portare addosso per sempre. Ricordo ancora l’odore di disinfettante dello studio, il ronzio ipnotico della macchinetta e quella strana sensazione di permanenza che accompagna ogni linea di inchiostro che entra nel derma. Ma la cosa che più mi colpì, una volta finito il lavoro, furono i suoi occhi: due grandi cerchi bianchi, vuoti, privi di pupille. Mi fissavano senza espressione, come un libro aperto a metà o una promessa non ancora mantenuta.
Mentre osservavo quella figura tonda e fiera sul mio braccio, continuavo a ripensare alla leggenda antica che custodisce. Il Daruma si ispira a Bodhidharma, il monaco indiano fondatore dello Zen che, secondo il mito, meditò all’interno di una grotta per nove lunghi anni, così a lungo e così intensamente da perdere l’uso delle braccia e delle gambe. C’è qualcosa di ferocemente poetico e quasi estremo in questa storia. Racconta di un’immobilità che non è affatto pigrizia, ma concentrazione assoluta, una forza d’animo capace di consumare il corpo pur di elevare lo spirito. Proprio da quella leggendaria perdita deriva la forma sferica della bambola tradizionale: un profilo privo di arti, geometricamente perfetto, nato con l’unico scopo di oscillare e ritornare sempre dritto. Non importa con quanta forza lo spingi giù, non importa da quale direzione arrivi il colpo; il Daruma, per sua stessa natura, rolla sul fondo pesante e si ridesta, verticale.
Quel giorno, d’accordo con il tatuatore, ho voluto colorare una sola pupilla. Volevo che quel rito tradizionale giapponese diventasse carne della mia carne. In quel preciso istante, insieme alla precisione dell’ago che riempiva di nero quel piccolo spazio circolare, ho impresso sulla mia pelle il mio obiettivo più grande. Era un traguardo che allora sembrava quasi irraggiungibile, solo una persona oltre a me conosce l’obiettivo ‘segreto’, una di quelle vette che a guardarle dal basso fanno girare la testa e mancare il fiato. Per molto tempo, la Daruma mi ha osservato dal braccio sinistro con quel suo unico occhio aperto. Un guardiano asimmetrico, un’ancora visiva quotidiana che incrociavo ogni volta che mi muovevo, che mi lavavo, che mi guardavo allo specchio.
Quell’occhio rimasto vuoto e candido per diversi anni è stato il mio specchio più sincero e, a tratti, il mio giudice più silenzioso. Non ho mai creduto nei miracoli degli amuleti magici o nella fortuna regalata dal cielo; ho sempre creduto nell’impegno. E quell’asimmetria sul mio braccio era lì a ricordarmi, soprattutto nei giorni di nebbia e di stanchezza, il lavoro che c’era ancora da fare. Mi sussurrava che la strada intrapresa era lunga, tortuosa, e che lo sconforto faceva semplicemente parte del pacchetto. Nei momenti in cui tutto sembrava girare storto e la tentazione di mollare si faceva sentire, mi bastava abbassare lo sguardo. Il proverbio giapponese che mi aveva spinto a fare quel tatuaggio risuonava nella mia mente come un mantra matematico di pura resistenza: cadi sette volte, rialzati otto. Non importava quante volte finissi a terra, l’unica statistica che contava davvero era avere sempre un rialzo in più rispetto alle cadute.
Poi, dopo tanta fatica, passi falsi e deviazioni, quel giorno è arrivato. Ho raggiunto la meta. Quel grande obiettivo che un tempo era solo un pensiero astratto e spaventoso si è trasformato in realtà, stringendosi finalmente tra le mie mani. La sensazione di leggerezza è stata incredibile, ma il cerchio non era ancora del tutto chiuso. Mancava l’ultimo atto, il più importante.
Sono ritornata in quello studio di tatuaggi. Ho camminato verso la stessa sedia, ma con una consapevolezza completamente diversa nello sguardo e nel cuore. Quando l’ago ha ricominciato a vibrare sul mio braccio sinistro, non c’era più la tensione dell’incertezza, ma il sapore dolce della conquista. Il tatuatore ha intinto la punta nel nero e, con un gesto preciso e definitivo, ha colorato il secondo occhio. Osservare oggi il mio braccio e vedere finalmente la mia Daruma con entrambi gli occhi dipinti, completi e fieri, è un’emozione indescrivibile. Non è più il simbolo di una ricerca o di una mancanza, ma il manifesto eterno di ciò che posso fare quando decido di non arrendermi. Mi ricorda che sono caduta, sì, ma che ho saputo dondolare senza spezzarmi, trovando sempre la forza di ritornare in piedi.
E adesso che questo sguardo finalmente è completo, mi viene da chiedere a te, che leggi queste righe: qual è la tua Daruma?
Qual è quel pensiero, quell’obiettivo così grande da farti tremare le gambe, ma abbastanza potente da spingerti a volerlo incidere nella mente o sulla pelle?
Spesso passiamo la vita aspettando che i traguardi si compiano da soli, o ci arrendiamo alla terza, alla quarta caduta, dimenticando che l’unico vero fallimento risiede nel restare a terra.
Non avere paura di iniziare con uno sguardo a metà, di convivere con il vuoto di una promessa non ancora mantenuta. Trova il tuo baricentro, accetta l’oscillazione del dubbio e, soprattutto, impara a contare i tuoi rialzi. Perché non importa quante volte la vita ti spingerà giù: l’importante è che tu sia pronto a rialzarti, sempre, una volta in più.
Ombretta Restelli

CONTATTAMI



Telefono:

+39 347 4602944

Invia un messaggio

    I campi con asterisco * sono obbligatori





    *Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.