Psicodramma in fila alle Poste | Ombretta Restelli
Quando dire “ha ragione” scatena l’apoteosi: il mio scontro verbale con il supereroe della maleducazione.
Io non capisco, proprio non riesco a capire cosa stia succedendo…
Più si parla di pace e più scoppia il caos; più si parla di gentilezza e più c’è scortesia; più si parla di educazione e più ci sono maleducazione e arroganza; più si parla di libertà e meno ci si può “muovere”. Sembra quasi che la nostra società stia vivendo un paradosso costante: più riempiamo le nostre bocche di parole bellissime, nobili e inclusive, e più la realtà quotidiana si trasforma in una giungla di egoismo, frustrazione e aggressività gratuita.
Stamattina mi sono recata all’ufficio postale ed è successo un fatto curioso – se così possiamo definirlo – anche se devo amaramente dedurre che ormai fatti del genere facciano parte della nostra triste quotidianità. Non c’è più giorno in cui, uscendo di casa, non ci si imbatta nella tensione di qualcuno che aspetta solo una scintilla per esplodere. Faccio una piccola ma doverosa premessa: giuro a me stessa che la prossima volta, e in qualsiasi caso mi spinga a mettere piede in un luogo pubblico, indosserò le cuffie e metterò la musica a manetta nel tentativo di isolarmi dal mondo. Peccato non l’abbia fatto stamane, sarebbe stato infinitamente meglio per me, per il mio fegato e per la mia salute mentale. Devo davvero imparare ad ascoltare le mie sensazioni più profonde, quel sesto senso che mi diceva di rimanere nel mio guscio, invece di fare la testarda della giornata e pensare che, in fondo, sarebbe stata una commissione rapida e indolore.
Allora, vi stavo raccontando che mi sono recata alle Poste per una banale operazione: dovevo semplicemente ritirare una raccomandata. Entro e, come da copione, mi trovo davanti alla solita fila interminabile, alimentata dai soliti due sportelli aperti su sette totali. Una gestione della burocrazia che mette a dura prova la pazienza di chiunque, specialmente nelle prime ore del mattino. Davanti a questa scena immobile, un signore visibilmente spazientito esclama a gran voce: «Povera Italia, come siamo ridotti!». Aveva appena finito di interloquire con l’impiegata, senza essere riuscito a ottenere ciò che voleva. Sia chiaro, la colpa non era affatto della dipendente allo sportello, che cercava solo di fare il suo lavoro, ma della lentissima, farraginosa e ingolfatissima burocrazia italiana che blocca ogni minima procedura.
A quel punto, devo ammettere che ho avuto pochissima furbizia e forse facevo meglio a tacere, a guardare il pavimento e a farmi gli affari miei. Ma l’istinto mi frega sempre, non riesco a rimanere indifferente o sorda a ciò che mi circonda. Così, mossa da una solidarietà spontanea, ho espresso il mio pensiero ad alta voce, dicendo a quel signore che aveva perfettamente ragione. Effettivamente, a ben guardare la situazione del nostro Paese, non è che le cose stiano funzionando proprio alla grande, e negarlo sarebbe da ipocriti.
E che accade a quel punto? Succede l’imprevedibile. Un altro uomo, in fila a uno sportello vicino, sente la mia risposta e da lì parte l’apoteosi della follia. Si gira verso di me con una violenza verbale inaudita e urla: «Ma stai zitta! Devi andare in Russia a vedere cosa sta succedendo, lì sì che non ti fanno neanche parlare!».
Io sono rimasta letteralmente impietrita per qualche secondo. Ma, mi scusi, che cazzarola di discorso sta facendo? Cosa c’entra paragonare la Russia, i sistemi geopolitici o i regimi totalitari con la lentezza cronica della burocrazia italiana in un ufficio postale di provincia? Non si stava neanche lontanamente discutendo di politica, di guerre o di schieramenti internazionali, perciò quell’esternazione è stata ancor più fuori luogo, assurda e delirante. Eppure, quell’uomo, non contento della sua stessa reazione esagerata e fuori fuoco, ha continuato a inveire, tutto tremante nel suo ipotetico, sconclusionato ragionamento.
Ora che sono a casa, davanti alla tastiera del mio computer, voglio dire qualcosa in merito a questa tanto millantata libertà di parola di cui tutti si riempiono la bocca. Per prima cosa: se realmente questo signore è così convinto della superiorità dei nostri valori democratici e della libertà d’espressione, come mai la prima cosa che ha fatto è stata intimare a me di stare zitta? Non è forse questo il modo più becero, autoritario e violento di azzittire una persona, o mi sbaglio? È facile difendere la libertà di parola solo quando a parlare sono le persone che la pensano esattamente come noi.
Secondo punto, che mi fa riflettere ancora di più: perché non hai risposto direttamente all’uomo che si lamentava originariamente del sistema Italia? Perché te la sei presa con me, che ho solo commentato di riflesso? Forse perché lui era un maschio, magari grosso e piazzato, e il confronto ti spaventava? Pensavi forse che una donna, davanti a un tuo rimprovero urlato e autoritario, se ne sarebbe stata silenziosamente a cuccia, spaventata e sottomessa?
Ti piace giocare facile, bambarello! Come mai non rispondi ora? Ti ritieni forse superiore o ti stai semplicemente arrampicando sugli specchi per giustificare la tua totale mancanza di autocontrollo?
Ma la scena madre, il picco di questa tragicommedia mattutina, non è ancora finita qui. Il tipo, ormai calatosi perfettamente nelle vesti del supereroe del giorno, in modalità “zitti tutti che parlo io e vi spiego la vita”, sapete cos’ha fatto per dare enfasi al suo delirio? Si è tolto gli occhiali con un gesto teatrale e, starnazzando come un’oca in giro per l’aia, ha urlato: «Io non ho vergogna a farmi vedere! Io so chi sei tu!».
Allora, prendiamo un bel respiro e analizziamo la cosa da capo. Primo: ti togli gli occhiali per fare lo sguardo da duro nei film? Ti senti l’eroe di un film d’azione o il poliziotto che deve intimidire il criminale di turno? Guarda che non siamo al cinema, siamo alle Poste e la gente vuole solo pagare i bollettini o ritirare i pacchi in santa pace!
Secondo: cosa intendi esattamente con quel minaccioso e ridicolo «Io so chi sei tu»? Detto con quel tono, sembrava quasi volesse far intendere che io fossi la peggior persona sulla faccia della terra, una criminale internazionale o chissà quale mostro sociale. Comunque, ammesso e non concesso, quelli sono e rimangono fatti miei! In più, dato che sbandieri con tanta sicurezza di conoscermi, mi spiace deluderti ma la nostra è una conoscenza, se così vogliamo chiamarla, puramente di vista. Non ci siamo mai detti neanche un banalissimo “ciao” in tutta la nostra vita.
Spiegami, allora, come puoi definirti un mio conoscente se ti rivolgi a me in quel modo così aggressivo e degradante. Noto una certa, profonda incongruenza nel tuo modo di ragionare. In teoria, ma anche in pratica, dopo una scenata del genere, non dovremmo neanche guardarci in faccia: siamo due poli opposti, due universi valoriali completamente distanti. Per di più, il tono velenoso che hai usato sottintende un giudizio pesante, chiaramente basato sul chiacchiericcio di paese, sul pettegolezzo spicciolo e sull’invidia sociale. Lo affermo in tutta onestà e senza peli sulla lingua, perché se realmente tu mi conoscessi come persona, se conoscessi la mia storia, i miei valori e la mia integrità, non avresti mai parlato con me e di me in quella maniera così becera! Come ti permetti?!
Io sono da sempre, per indole e per educazione, contro ogni forma di violenza, sia essa fisica che verbale. Ho sempre cercato il dialogo, la comprensione e il beneficio del dubbio. Anzi, se devo guardare indietro alla mia vita, posso dire con assoluta certezza di aver mandato giù certi rospi enormi, di aver digerito ingiustizie pur di non scendere allo stesso livello di chi mi offendeva o mi mancava di rispetto. Ho preferito tacere e accumulare stress, tanto che tutti i giorni per me è un “ernia iatale party” a causa del nervosismo represso. Ma credetemi che stamattina, per la prima volta dopo tanto tempo, ho pensato che un ceffone fatto per bene, di quelli correttivi che si davano una volta, forse sarebbe servito a qualcosa. Almeno a ridare il senso del limite a chi pensa di poter calpestare il prossimo impunemente.
Sono profondamente convinta che tante persone, soprattutto in questi ultimi anni di post-pandemia e restrizioni, non abbiano capito una beata cippa di quello che ci è successo. Pensavamo tutti che saremmo usciti da quel periodo storico “migliori”, più empatici, più uniti dal dolore comune e dalla fragilità scoperta. Invece, la realtà ci ha mostrato l’esatto contrario. Molte persone non hanno ancora nemmeno percepito cosa sia davvero importante nella vita. Non hanno sviluppato resilienza, ma solo un enorme serbatoio di bile. Si sono inacidite, incattivite, logorate dall’invidia e dal risentimento verso il prossimo. E, sempre per come la vedo io e per come la possa pensare, chi è nato s…o in quel periodo lo è diventato ancora di più, amplificando i propri difetti peggiori a dismisura.
Quel signore incontrato oggi alle Poste è stato proprio l’esempio palese, quasi da manuale di psicologia sociale, di chi è perfettamente capace di guardare altrove, di puntare il dito contro i massimi sistemi mondiali, la Russia, la politica macroeconomica e i massimi sistemi, ma è totalmente incapace di guardare dentro se stesso. È la proiezione delle proprie frustrazioni personali su un bersaglio facile, in questo caso una donna che ha espresso un’opinione innocua in un luogo pubblico.
La verità è che abbiamo smesso di ascoltarci. Viviamo in una costante modalità di attacco o fuga, dove il prossimo non è più un cittadino, un vicino o un essere umano con cui condividere uno spazio, ma un potenziale nemico da abbattere per riaffermare la nostra misera esistenza. Se c’è una lezione che porto a casa da questa assurda mattinata, è che la mia gentilezza non deve più essere un’autostrada per l’arroganza altrui. Continuerò a essere me stessa, a esprimere il mio pensiero e a difendere la mia libertà, ma la prossima volta le cuffie le metterò davvero. Non per paura, ma per proteggere la bellezza del mio silenzio da un mondo che sembra aver perso del tutto la sua umanità.
Ombretta Restelli
