Guarire le ferite familiari: la via della gratitudine | Dal mio libro Ki-sha
Trovare la pace con le proprie radici: un percorso di consapevolezza e rinascita
Non è mai troppo tardi: la complessa via della gratitudine verso i genitori.
Per quanti problemi di relazione si possano avere con i propri genitori, siamo comunque venuti al mondo grazie a loro. La vita è un’occasione enorme, anche se a volte tendiamo a disprezzarla o a darla per scontata. Succede quando veniamo travolti dai pensieri, dalle difficoltà quotidiane e da una superficialità che ci impedisce di riflettere profondamente. Eppure, questa stessa vita la dobbiamo a loro.
Quando i genitori lasciano ferite che sembrano impresse nell’anima, può risultare estremamente faticoso sviluppare un concetto di gratitudine. Al contrario, ogni occasione diventa quella giusta per rinfacciare il male subìto e per farli sentire in colpa. Tuttavia, il legame con le nostre origini è qualcosa da cui non si può sfuggire. Non serve a nulla far finta di niente o cercare di dimenticare.
I genitori rappresentano il nostro legame primordiale con il mondo; è una relazione complessa, cruciale, che incide direttamente sull’equilibrio emotivo di ciascuna persona. Chiarire questo legame, dentro di noi, può donarci una nuova audacia. Significa considerare profondamente che anche i genitori sono esseri umani, con pregi e difetti, esattamente come tutti noi.
Un’infanzia tra luci e ombre
Sono nata quando i miei genitori non erano più giovanissimi, entrambi over quaranta. Come figlia unica sono stata super coccolata, responsabilizzata e stimata da mio padre, ma al tempo stesso massacrata e destabilizzata da mia madre.
I miei primi anni di vita li ho passati con la mia adorata tata. Poi è iniziata una terribile avventura durata circa quindici anni all’interno di un rigidissimo collegio, un’esperienza che oggi potrei definire quasi un regime carcerario.
Mia madre era una donna molto arrabbiata, profondamente invidiosa del bellissimo rapporto che io e mio padre eravamo riusciti a costruire. Mi ha cresciuta a “pane e botte”, sfogando su di me tutte le sue frustrazioni e ogni disfunzione del suo rapporto matrimoniale. Mi ripeteva continuamente che ero tale e quale a “lui”, ovviamente sottolineando solo i difetti e offendendomi persino per la forte somiglianza nei tratti somatici.
La ricerca di un dialogo impossibile
Con il passare degli anni, crescendo, speravo che mia madre potesse cambiare idea nei miei confronti. Pensavo che, con un po’ di dialogo, saremmo riuscite ad avvicinarci.
Ma non ci fu nulla da fare. Ad ogni mia domanda, la risposta era sempre la stessa, fredda e tagliente: «Tu non capisci, ci sono cose che non sai e che non devi sapere. Tu non combinerai mai niente di buono nella vita, sei un asinaccio ed il mio più grande dispiacere è che tu non sia come me».
Nel maggio del 1991, purtroppo, morì il mio adorato papà. Con lui se ne andò per sempre tutto ciò che rappresentava per me: un amico, un fratello, l’unica persona di cui mi potessi fidare senza il timore di essere denigrata, picchiata, giudicata o insultata. Mio padre mi incoraggiava, mi spronava, cercava sempre di mostrarmi la giusta via, insegnandomi i valori importanti in cui credere.
Il dolore della perdita e la vendetta
Dopo la morte di papà, il rapporto con mia madre peggiorò drasticamente. Sentendosi forte del fatto di essere rimasta l’unico genitore, il lutto scatenò in lei una sorta di vendetta.
Iniziò a “festeggiare” buttando nella spazzatura, a mia insaputa, tutto ciò che mio padre mi aveva regalato, confessandolo solo in seguito. Regalava a pseudo-amici e parenti oggetti di valore e qualsiasi cosa potesse ricordarmi lui, usandola come scusa per ottenere dagli altri quell’affetto che diceva di non ricevere da me.
Non contenta, iniziò a mettermi i bastoni tra le ruote negli impegni lavorativi e nella mia storia sentimentale, una volta arrivò persino a raccomandarmi di stare attenta a non rimanere incinta, perché a detta sua sarebbero nati dei “bastardi e inutili” come me.
Ricordo ancora chiaramente quando, davanti alla mia domanda disperata: «Perché mi hai messa al mondo?», lei rispose senza esitare: «Ho fatto una figlia solo per cambiare il mio matrimonio».
Il peso della colpa e la rinascita
Questi atteggiamenti hanno condizionato e minato profondamente la mia vita, alimentando a dismisura la mia mancanza di autostima. Per anni ho vissuto fianco a fianco con un devastante senso di colpa per il solo fatto di essere nata.
Da quei giorni sono passati tanti anni. Le esperienze di vita, le gioie e i dolori mi hanno portata a comprendere dinamiche più grandi. Oggi sono finalmente riuscita a lasciarmi alle spalle tutta questa grande sofferenza. Anche se a volte il dolore riaffiora, c’è un risvolto che non avrei mai immaginato: mia mamma oggi non c’è più, eppure, ricordandola, ogni tanto riesco persino a ringraziarla.
Ho capito che il suo comportamento non definiva il mio valore, ma raccontava i suoi limiti e i suoi irrisolti personali. Separare il mio valore dal suo giudizio è stato il mio più grande atto di libertà.
Ascoltare con il cuore
Per quanto sia estremamente difficile, davanti alle ferite del passato bisogna cercare di ascoltare con il cuore, lasciando da parte l’ego, la rabbia e i continui rimuginamenti. Non importa quanto i propri genitori siano stati complessi, fragili o distanti: il loro compito esistenziale si è compiuto nel momento in cui ci hanno donato la vita, un ponte imperfetto attraverso cui siamo arrivati fin qui.
Guardarli oggi con una giusta distanza emotiva ci permette di vederli semplicemente come esseri umani che hanno vissuto le proprie difficoltà e i propri limiti, spesso senza avere gli strumenti per superarli. Accettare questo non significa dimenticare il dolore, ma togliergli il potere di definire il nostro presente. Non siamo i sensi di colpa che ci portiamo dietro dall’infanzia, ma persone uniche che sono riuscite a fiorire nonostante tutto.
Trovare la pace con le proprie radici significa smettere di aspettarsi l’amore che non hanno saputo darci, per iniziare a donarlo a noi stessi. Solo allora quel cerchio di sofferenza si chiude, lasciando spazio a una saggia, inaspettata gratitudine: quella di essere qui, liberi di vivere appieno la nostra vita.
Ombretta Restelli
Dal mio libro Ki-sha
