Perchè le persone copiano gli altri? Riflessioni sull’identità e l’invidia
L’arte del “copia e incolla”: quando l’emulazione diventa un furto d’identità
Oggi sono di malumore. Non è quel tipo di nervosismo che ti rende scontrosa o pronta al litigio, ma piuttosto una malinconia sottile che ti appesantisce il cuore.
Dicono che dovremmo addormentarci ogni sera con un pensiero positivo, un’emozione forte o un ricordo che ci faccia svegliare col sorriso. La teoria è bellissima, ma la pratica, purtroppo, è tutta un’altra storia. Stamattina ci stavo provando: mi sono alzata, ho preso il mio caffè e sono uscita per fare quattro passi, cercando di scuotermi di dosso quel mood grigio che mi accompagna ultimamente.
Poi, l’incontro. Quello che non vorresti mai fare. Appena l’ho vista da lontano, dentro di me è scattato un allarme: “Ecco, me lo sentivo… che pugnetta!”.
Il “mini-me” che non ho mai chiesto
Lei si avvicina con un entusiasmo quasi sospetto. “Ciao Ombretta! Come stai? Tutto bene?”. Manco avesse visto la Madonna. Ma il motivo di tanto calore diventa subito palese, ed è più eloquente che mai. Non era un saluto, era un confronto.
“Guarda che capelli lunghi! Li ho fatti crescere come i tuoi, hai visto? E ho rifatto anche le ciglia… Ah, ma come sei dimagrita! Le tue gambe sono sottilissime, ma vedi? Anche io ho perso peso come te!”.
In quel momento la domanda è sorta spontanea: ma da quando ho un “mini-me”? Invece di sentirmi lusingata, ho provato solo un profondo disagio.
Perché l’emulazione mi dà i brividi?
Forse la mia mente funziona al contrario rispetto alla massa. Molti direbbero che dovrei essere orgogliosa di essere un modello da seguire, ma per me non è così. Questo continuo emulare mi provoca una sorta di prurito fisico. È una sensazione appiccicosa sulla pelle, come qualcosa di sporco che non riesci a togliere. Sapete di cosa parlo, vero?
Non è presunzione. Non mi sento una divinità da adorare, né superiore agli altri (anche se, ammettiamolo, in certi casi mantenere le distanze è solo questione di sopravvivenza). Il punto è che io amo l’individualità. Credo che ognuno di noi sia una creatura unica, bella proprio per le sue peculiarità e le sue imperfezioni.
Prendere spunto è lecito, ispirarsi è umano. Ma c’è una linea sottile tra l’ispirazione e il plagio dell’anima. Quando qualcuno cerca di “diventare te”, smette di essere se stesso. E questo, per me, è un fallimento dell’identità.
Dall’ammirazione alla cattiveria: il passo è breve
Il problema vero è che questo comportamento spesso nasconde insidie peggiori. Nel mio caso, non è la prima volta che succede: quando queste persone non riescono a raggiungere l’obiettivo del “copia e incolla” perfetto, l’ammirazione si trasforma in livore.
Se non possono essere te, allora cercano di distruggerti. Dilagano nella cattiveria, nei dispetti, pronti a colpire i tuoi punti deboli per sentirsi, finalmente, “grandi”. È un alone di amarezza che ti sporca l’aura e ti resta addosso per giorni, finché non riesci a fare spallucce e dire: “Ma sì, un giorno capiranno”.
Dietro questi comportamenti non c’è stima. C’è solo una mera competizione, un vano tentativo di colmare le proprie frustrazioni cercando di dimostrare di essere “uguale a te, anzi meglio”. Forse è una disperata ricerca d’identità in chi non ne ha una propria?
Ladri di scena e copyright dell’anima
La cosa assurda è che, se ci fate caso, questi “ladri di scena” spesso vivono situazioni apparentemente migliori delle nostre. Eppure, trovano in noi qualcosa di così irresistibile da volerlo depredare a tutti i costi. E la beffa finale? Se provi a staccarti, si incazzano pure!
Sarebbe bello se potessimo depositare la nostra identità come si fa con un’opera d’ingegno. Una certificazione di autenticità contro ogni tentativo di plagio, un bollino che dica: “Questo pezzo è unico, non replicabile”.
In un mondo che ci spinge a essere fotocopie, io scelgo di restare me stessa, con i miei malumori e le mie gambe sottili. Perché alla fine, la bellezza sta nel fatto che siamo tutti uguali come esseri umani, ma profondamente diversi come anime.
E voi? Avete mai avuto a che fare con un “ladro di identità”? Come gestite quel senso di invasione?
Ombretta Restelli
