Giudicare chi non c’è più: la Signorilità di un amico contro la miseria morale
La cattiveria, il giudizio, il pettegolezzo e la critica sterile: non sono certo novità dei nostri tempi. Da che mondo e mondo, l’essere umano ha sempre trovato un perverso piacere nel mettere bocca nella vita altrui. Ma c’è un limite a tutto. E, lo sottolineo con forza, ultimamente abbiamo abbondantemente superato il confine della decenza umana.
Se c’è una cosa che mi manda veramente in bestia e che a questo punto mi fa letteralmente schifo, è il vizio di giudicare una persona in sua assenza. Il fondo si tocca quando questo accade nei confronti di chi non può più difendersi. Quando si punta il dito contro qualcuno che non è più in vita, l’atto non è solo meschino: diventa riprovevole, quasi sacrilego.
L’incontro con il “finto signore”
Ieri mattina ho incrociato un uomo che, un tempo, reputavo un signore. O perlomeno, così si presentava al mondo. Sapendo che lui e Claudio si conoscevano, mi sono avvicinata con l’intento sincero di condividere un momento di ricordo.
Buongiorno, ha saputo di Claudio? ho chiesto, con la voce che ancora porta il peso della sua mancanza.
La risposta è stata un pugno nello stomaco. Eccome se l’ho saputo, da mò… mi ha risposto, sfoggiando un sorriso sarcastico che trasudava una superiorità ingiustificata. Ehh, ma sa signora, lui ha fatto delle scelte sbagliate nella vita.
Mi scusi, ho ribattuto, cercando di mantenere un tono fermo, ma cosa c’entra questa sua frase con la morte di Claudio? Cosa c’entrano le sue scelte con il fatto che non ci sia più?
Lui, imperterrito nella sua pochezza, ha rincarato la dose: Ehhh no, perché lui ha sempre fatto quello che voleva. Pensi che l’avevo anche assunto, e dopo soli due anni si è licenziato. Capisce?
In quel momento ho capito perfettamente. Non stavamo parlando di Claudio. Stavamo parlando dell’ego ferito di un uomo piccolo piccolo che, a distanza di anni, non aveva ancora digerito il fatto che qualcuno avesse scelto la propria libertà professionale e personale sopra i suoi ordini.
Ho propositamente voluto replicare, quasi incredula di ciò che avevo appena sentito: cosa c’entra questo discorso? Sto parlando di un lutto, lei mi parla di un contratto di lavoro!
La calma prima della tempesta
In un nanosecondo ho fatto un respiro profondo. Ho cercato dentro di me ogni grammo di diplomazia residua per non dare di matti e mandarlo istantaneamente a quel paese. Il mio silenzio è stato un atto di volontà pura: mi serviva tempo per trovare parole che fossero abbastanza educate da poter essere pronunciate, ma abbastanza affilate da colpire nel segno. Meritava ben altro, ma non volevo abbassarmi al suo livello di volgarità d’animo.
Stranamente, ho trovato una vena diplomatica che solitamente non mi appartiene – specialmente quando vengono toccate le persone a cui voglio bene. Sono riuscita a farlo sentire un’emerita “merdaccia” (per citare il grande Fantozzi) e a liquidarlo con la freddezza che meritava. L’unica speranza che mi è rimasta, dopo aver voltato le spalle, è che quel tizio rimanga il più lontano possibile dai miei occhi e dalla mia vita.
Claudio: un uomo libero, non un suddito
Ma dico io, brutto cretino – e sono pure troppo gentile a chiamarti così – come ti permetti? Come hai il coraggio di giudicare i passi, le curve o le scelte di una persona che avevi pure l’ardire di chiamare “amico”?
Claudio è sempre stato un uomo libero. Una rarità, di questi tempi. Si faceva carico delle sue responsabilità, difendeva le sue idee e viveva la sua vita con un obiettivo chiaro: non pesare su nessuno. Se aveva qualcosa da dirti, Claudio non si nascondeva dietro un dito o dietro un pettegolezzo da bar: ci metteva la faccia. Sempre! Una dote che tu, caro “signore” dei miei stivali, evidentemente non hai mai neanche intravisto nella tua esistenza di facciata.
Cosa credi, che avergli offerto un lavoro anni fa ti abbia trasformato automaticamente in un buon samaritano? O brutto imbecille, apri gli occhi: Claudio ha sempre lavorato duramente, si è guadagnato ogni singolo pezzo di pane quotidiano con il sudore della fronte. Non ti doveva nulla allora, e non ti deve nulla oggi.
La differenza tra “nascere signori” e “arricchirsi”
Ma chi credi di essere? Come cavolo ragioni? Anzi, mi correggo: tu non ragioni affatto. Quella che metti in mostra è solo la tua bassezza, la tua codardia mascherata da successo, la tua vanità ferita. È la tua mancanza assoluta di signorilità che fa cigolare quelle quattro ruote arrugginite che hai nel cervello al posto dei neuroni.
Ricordatelo bene, perché questo è un concetto che i soldi non possono comprare: signori si nasce, non si diventa. Tu potrai anche aver accumulato capitali, ma resti solo un pidocchio arricchito. Usare la morte di una persona come una forma di riscatto per le scelte che lui ha fatto mentre era in vita è qualcosa di folle, una cattiveria gratuita che lascia basiti.
Mi chiedo spesso: ma gente come te, la sera, dopo aver contato quei quattro spicci che si ritrova in tasca o in banca, ci pensa alle stronzate che sputa durante la giornata? Ha un briciolo di coscienza che bussa alla porta o è tutto sommerso dall’arroganza? Immagino di no. Il vuoto non genera eco.
Un addio superiore
Mi dispiace per te, davvero, perché non hai capito nulla. Se Claudio fosse ancora qui, sono certa che gli sarebbero bastate due paroline delle sue per sistemarti. Lo avrebbe fatto con intelligenza, con quella sottile ironia che lo contraddistingueva, perché lui era un Signore con la “S” maiuscola.
Lui ti aveva già inquadrato da un pezzo, ne sono sicura. Ti aveva capito e proprio per questo ti era superiore: ti ignorava con la classe di chi non ha bisogno di calpestare gli altri per sentirsi alto.
T’è capì, barbagianni?!
Non oso immaginare quali altri pensieri meschini tu possa covare, ma sappi una cosa: finché io avrò voce, una parola in difesa di Claudio e della verità ci sarà sempre. Come si dice dalle mie parti: ghe pensi mi! La sua luce non verrà offuscata dalla tua nebbia.
